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Eataly Roma: Guida per l’uso

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E alla fine l’astronave è sbarcata sulla Terra: l’Air Terminal Ostiense, ormai ex ecomostro residuato dei Mondiali ’90, grazie all’intraprendenza di Oscar Farinetti diventa una città nella città, pulsante di vita con i suoi 23 luoghi di ristoro divisi su quattro piani, i suoi 14.000 prodotti in vendita, le 40 aree didattiche e i 500 dipendenti.

E’ il più grande dei 19 Eataly del mondo, più di quello di New York City, e il sogno è di superarne il fatturato; per farlo serviranno 7.000 visitatori al giorno, è la stima più ottimistica, quella realistica è poco sopra i cinquemila. Numeri comunque enormi e impressionanti, come impressionante è perdersi in questa cattedrale che, anche da semivuota e parzialmente incellofanata per la pre-apertura riservata alla stampa, ti circonda di cose buone da tutte le direzioni.

Eataly Roma è dedicato alla bellezza: la bellezza dell’agroalimentare, dell’arte, della musica e dell’ironia. Ma andiamo a scoprirlo piano per piano, curiosando fra punti di ristoro e punti vendita.

PIANO TERRA
Qui ci sono in vendita latte e yogurt, pane e affini, dolciumi, acqua e bibite, spezie, oltre al mercatino dell’ortofrutta e al ristorantino delle verdure curato da Carmelo La Monica. E poi casalinghi, articoli per il benessere, libri e un’agenzia viaggi. Poteva forse mancare l’orto? Ovviamente no!

La paninoteca di ‘Ino, affidata ad Alessandro Frassica,  è uno dei fiori all’occhiello di Eataly Roma. Gourmet ma con giudizio, con la possibilità di scegliere un panino fra quelli proposti o comporre il proprio scegliendo da una rosa di ingredienti prevedibilmente fornitissima: visto quanto tirano i panini d’autore al giorno d’oggi, qui siamo sopra il livello di una mandria di buoi.

Il panino chiama, la piadina risponde: direttamente da Cervia i fratelli Maioli, piadinari da quattro generazioni, sono pronti a mostrare l’altra faccia del mangiare farcito, quella Made in Riviera Romagnola. Tutto all’insegna della tradizione più rigorosa, come evidenziato dall’estetica irresistibilmente retrò del chiosco.

Capitolo gelato. In una città dove le opzioni non mancano di certo, ne va registrata una in più: Lait, l’idea di Ugo Alciati, che utilizza solo latte da vacche di razza piemontese pascolate in quota assieme a materie prime sceltissime…

…tra cui il cioccolato di Venchi che ha il proprio chiosco esattamente a fianco! Spettacolari le loro creme spalmabili, prodotte in diretta e proposte nelle versioni gianduia e fondente. Emulsionante delle creme è l’olio extravergine di cultivar taggiasca di Roi, tanto per ribadire la tensione estrema verso l’ingrediente della massima qualità possibile.

E poi c’è la pasticceria curata, manco a dirlo, da Luca Montersino, collaboratore della prima ora di Eataly, che mette al bando completamente i prodotti di sintesi e propone creazioni a ridotto tenore di zucchero.

PRIMO PIANO

La pizzeria è il punto di ristoro con più coperti, 158. Farinetti ne va particolarmente fiero, e racconta con orgoglio il travolgente successo della pizza di Eataly in patria e soprattutto nel mondo. Interessante è l’interpretazione della pizza che ci viene offerta: il manifesto programmatico è di rigorosa aderenza alla tradizione napoletana. Tuttavia qui si usano il lievito madre e le farine biologiche macinate a pietra del Mulino Marino, impostazione che strizza più l’occhio alla pizza gourmet e alla ricerca dei pizzaioli capitolini. La temperatura massima dichiarata dei forni a legna è di 350°C, probabilmente un po’ poco per aspirare alla più alta qualità possibile.

La pizza che assaggio è poi più vicina a una pizza romana che a una napoletana, un po’ troppo sottile e un po’ troppo croccante. Il rodaggio di un forno nuovo, ricordiamolo, è sempre difficile, ma non sono del tutto convinto di quello che ho assaggiato. Vedremo a regime.

Il primo piano è anche dedicato alla pasta: le selezioni pongono l’accento su Gragnano, unica origine della pasta cucinata da Eataly. Afeltra, il Pastaio di Gragnano e Garofalo i pastifici d’elezione. Qui in vendita, oltre alla pasta, riso, conserve e condimenti. La pasta fresca fatta a mano, invece, è affidata a Egidio Michelis, direttamente da Mondovì, interprete dell’antica arte delle sfogline; i ravioli del plin assaggiati convincono abbastanza.

Questa sezione è anche il tempio dell’extravergine, con tanto di area didattica in cui troneggia un olivo; e parlando di olio, passiamo a quello che a mio parere è il più convincente dei punti di ristoro di Eataly: la friggitoria. Certo, a Farinetti piace vincere facile: ha ingaggiato Pasquale Torrente del Convento di Cetara.

Per alcuni il Convento, tempio dell’alice come è logico che sia, è la migliore trattoria d’Italia. Pasquale  Torrente rifiutò una stella Michelin anni fa per motivi di posizionamento, il suo è un locale dove si può gustare una cucina di estremo gusto, semplice ma perfettamente a fuoco, gustosissima e a prezzi contenuti. Un luogo del cuore da cui devono portarmi via a braccia.

E dentro Eataly rivive un pezzo di quello spirito, con fritti, al piatto o nel cuoppo (cartoccio), naturalmente di alici ma anche di pasta, pasta e ceci, verdure e mozzarella. Tutto quello che ho assaggiato era eccellente, ivi inclusi i crostini burro e alici, che, è bene precisarlo, non erano fritti!

Le eccellenti uova biologiche di Eataly per una volta non sono di Parisi: buongiorno, Claudio Olivero!

Il reparto salumi e formaggi gode della professionalità di due selezionatori d’eccezione. Ai salumi c’è Massimo Pezzani, tra i più celebrati produttori di Culatello di Zibello, mentre la proposta casearia è a cura di Fiorenzo Giolito, quarant’anni di attività di affinatore a Bra appesi alla sua cintura.

Capitolo a parte per la mozzarella. Qui Roberto Battaglia produrrà mozzarelle in diretta partendo dalla cagliata di bufala, in pezzature che arrivano fino alla treccia da 5 chili.

La presenza di Roberto Battaglia è rilevante non solo perché è uno dei più stimati casari di Caserta, ma anche perché non si è piegato alla camorra, denunciando chi lo taglieggiava con il coraggio di un uomo vero. Ora vorrei e dovrei dire che la sua mozzarella è strepitosa, ma da un verace interprete della tradizione casertana mi aspettavo un gusto un po’ più incisivo.

Per quanto riguarda la birra, la squadra di Farinetti schiera un tridente da sogno: Teo Musso (Baladin), Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) e Sam Calagione (Dogfish Head, Milton, Delaware). Insieme produrranno tre birre esclusive, oltre a selezionarne cento brassate dai migliori birrifici d’Italia.

SECONDO PIANO
Ehi, abbiamo visitato solo metà dei piani di Eataly! Questo livello è il tempio della carne, del pesce, della cucina romana e del vino. Un grande merito del farinettismo è di avere sensibilizzato il pubblico più o meno indistinto sulla stagionalità del pesce, un argomento che l’uomo della strada probabilmente ignora(va).

Il rispetto delle stagioni, la sostenibilità e l’attenzione verso il pesce povero sono i dogmi di pescheria e ristorante annesso…

…di cui il responsabile è Nando Fiorentini, oltre vent’anni di esperienza come pescatore all’Argentario. Fiorentini batterà quotidianamente le tre aste di Anzio, Fiumicino e Gaeta, alla ricerca del pesce migliore, lavorato a vista.

Il reparto carne è capitanato da una vera istituzione: Sergio Capaldo, fondatore de La Granda, il primo presidio Slow Food. La carne bovina della sua azienda arriva quotidianamente a Roma, mentre le selezioni suine, ovine e di pollame privilegiano i prodotti della regione Lazio.

Strepitoso è poi il ristorante della carne: qui la cruda alla piemontese si fa apprezzare, la tagliata è un best seller, ma il capolavoro è Giotto, l’hamburger secondo Sergio Capaldo. Una sinfonia di sapori che trova anche interessanti abbinamenti enoici: a sorpresa, il Roero del Castello di Santa Vittoria si rivela vino di lodevole piacevolezza.

Già, il vino. 400 i produttori, 1.400 le referenze, 25.000 le bottiglie esposte. Il Piemonte fa la parte del leone, e le varie denominazioni sono spiegate da appositi cartelli.

Interessante anche il focus su un vino specifico, destinato a ruotare: si parte con l’Asti, effettivamente un fiore all’occhiello della produzione vinicola italiana.

Vini naturali, parte prima. Luca Gargano, boss di Velier, è ben felice di portare le sue selezioni all’interno di Eataly: qui ci sono alcuni tra i pochissimi prodotti non italiani in vendita nella nuova cattedrale del gusto. Da segnalare poi l’offerta, di forte impatto sociale, riguardante il vino sfuso, con possibilità di FYOB (Fill Your Own Bottle, riempi la tua bottiglia) e sconti per i pensionati.

Vini naturali, parte seconda. L’aperitivo è presidiato dai tredici produttori dell’associazione Vino Libero. Libero da concimi chimici, libero da diserbanti, libero dalla solforosa in eccesso (almeno il 40% in meno del massimo consentito dalla legge). E’ prevista la spillatura direttamente dalle botti. Di fronte allo spazio dedicato all’aperitivo, due misteriose steli antropomorfe (vagamente rassomiglianti ai Moai dell’Isola di Pasqua) rinvenute negli anni Settanta in una vigna di Langa.

Il Prof. Grimaldi, Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ne narra la storia in due pannelli scritti fitti fitti, che si è invitati a leggere con un bicchiere in mano.

E poi c’è il ristorante delle Osterie Romane, la cui gestione ruoterà mensilmente. Si parte con Anna Dente e il figlio Emilio (che, da grande esperto di storia romana e di cucina, terrà anche delle lezioni in materia) dell’Osteria di San Cesario, si proseguirà con i fratelli Cacciani dell’omonimo ristorante di Frascati per poi chiudere con il mitico Oste della Bon’Ora di Grottaferrata, ovviamente con la consorte Maria Luisa ai fornelli. Posso dire con cognizione di causa che i crostini al tordo matto e l’abbacchio alla cacciatora di Anna Dente erano tanta roba, e la matriciana di Maria Luisa non da meno.

Ultima ma non ultima, la caffetteria affidata a Vergnano, che ha creato il progetto Terre Alte assieme ai presidi Slow Food di Huehuetenango (Guatemala) e Honduras, acquistando il caffè dai campesinos a un prezzo quattro volte superiore a quello degli “squali”; la torrefazione avverrà in presa diretta.

TERZO PIANO
Siamo nell’empireo di Eataly, qui c’è un centro congressi modulare da 300 posti, la cui cucina è affidata a Massimo Sola, una stella Michelin con i Quattro Mori di Calcinate e l’importante esperienza all’Arquade di Villa del Quar dopo l’addio di Bruno Barbieri. Qui ci sono le aule di cucina, ampie, moderne, luminose.

Ma soprattutto c’è il Ristorante Italia, il più ambizioso dei sogni di Farinetti.

Motore immobile e spirito guida del ristorante è un’eccellenza italiana di cui non si parla abbastanza, Amedeo Modigliani, di cui sono esposte tre opere originali. Il Ristorante Italia prevede di celebrare l’unità nazionale nella sua biodiversità: in carta ci saranno sempre venti piatti, uno per ogni regione, destinati a ruotare, e sono ovviamente previsti percorsi di degustazione più o meno ampi.

Dirigere un progetto di questa portata è la prova del nove per il ventinovenne Gianluca Esposito, da Bologna, già executive chef dell’emanazione felsinea della creatura farinettiana. Non mi sbilancio, dico solo “in bocca al lupo” seguito da un prevedibile “ci vediamo presto”.

L’ultimo piano celebra poi l’ironia italiana con la mostra “Mangiarsi l’Italia”, dedicata alla metafora gastronomica nella satira politica dall’Unità ai giorni nostri. Il curatore è Andrea Tomasettig, le opere esposte celebrano un secolo e mezzo di declinazioni del “magna magna” e affini, passando per l’olio di ricino fascista e la pedofagia comunista, e naturalmente per le copertine del Male.

E poi c’è il tavolo dei dieci fortunati. E’ il tavolo da cucina più caro del mondo, costato 580.000 euro, ma tanto li ha pagati la Whirlpool.

Il tavolo ottagonale è parzialmente ricoperto da 3.700 mattonelle in ceramica, dipinte una ad una dal Maestro Giacomo Alessi, inserito dall’UNESCO nella lista del Patrimonio Immateriale dell’Umanità: qui non si scherza. Un’autentica opera d’arte, che infatti resterà qui dodici mesi per poi essere trasferita al MOMA di New York City. Dodici mesi in cui altrettanti chef cucineranno per una sera, per i dieci fortunati che danno il nome al tavolo.

Fortunati ma facoltosi, visto che avranno acquistato i biglietti tramite un’asta sul sito di Eataly, base 300 euro ma si spera di arrivare a dieci volte tanto; il ricavato sarà devoluto a iniziative benefiche specificate di volta in volta. A settembre si inizierà con Ferran Adrià, poi ci saranno Michel Bras, Alain Ducasse e chissà chi altro. Memo per me stesso: devo guadagnare di più, oppure iniziare a frequentare la figlia di un emiro.

Tutto questo, e altro ancora, è Eataly Roma: mi aspettavo molto, ho trovato di più. Non pensavo che sarei riuscito a vedere nella mia città un progetto di questa portata, con questa tensione alla qualità, animato da tale genuino entusiasmo e intraprendenza. E dovreste conoscere i figli di Farinetti, Francesco (A.D. di Eataly Roma) e Andrea (che segue Borgogno, la più prestigiosa e ricca di storia tra le aziende di famiglia): due giovani pieni di energia e voglia di fare, nei loro occhi il sacro fuoco di chi sa che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, degni figli di un padre che ha trasformato per sempre il paesaggio gastronomico dell’Italia e del mondo.

Dimenticavo: la data di apertura ufficiale è il 21 giugno, ma io mi affaccerei tre giorni prima per verificare che non ci siano sorprese. L’apertura sarà sette giorni su sette (potrebbero esserci un paio di lunedì di riposo in fase di rodaggio), dalle 10 a mezzanotte, l’una in piena estate.

600 i posti auto, che diverranno 800 fra qualche mese; ma forte sarà la campagna di sensibilizzazione verso l’uso dei mezzi pubblici, in particolare la Metro B che ferma praticamente nell’Air Terminal. E la cui ultima corsa parte alle 21.30 23.30. Come dire: Sindaco, un piccolo sforzo per rendere ancora più user-friendly la creatura che ha rivalutato un’area e un quartiere, e dato lustro all’intera città!

[Crediti | Immagine: Agenzia Tangherlini per Panorama, rielaborazione: Dissapore]

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179 commenti a Eataly Roma: Guida per l’uso

  1. Bel post Fabio. “Solo la bellezza ci aiuterà a salvare l’Italia” diceva ieri in un’intervista a Gramellini su La Stampa Oscar Farinetti, oggi più che mai l’uomo simbolo dell’Italia che annienterà la crisi finanziaria.

    • …e sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
      ogni Cristo scenderà dalla croce
      anche gli uccelli faranno ritorno.

      Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno,
      anche i muti potranno parlare
      mentre i sordi già lo fannooo…

    • grazie Carlo! Sentire un capitano d’azienda miliardario parlare di bellezza e di armonia, e poi far seguire alle parole i fatti, è decisamente una boccata d’aria fresca. Gli utili che eccedevano la previsione massima di profitto quest’anno sono stati interamente distribuiti ai dipendenti come quindicesima mensilità (e si parla di alcuni milioni di euro), lo stipendio più alto è cinque volte il più basso (regola aurea di Adriano Olivetti) e mille investimenti apparentemente irrazionali ma fatti col cuore, oltre che col cervello. Magari Oscar Farinetti non salverà il genere umano, ma ad avercene, di imprenditori così.

  2. Era ora che aprisse. E’ un bel po’ di tempo che aspettavo l’apertura, già da quando iniziavano a girare i primi rumors sull’apertura di Eataly a Roma.
    Poco fa, ho iniziato a leggere l’articolo e il desiderio di andare di persona è aumentato con la lettura dei nomi e delle cose che ci aspetteranno.
    Poi sono arrivato alla fine dell’articolo e ho letto questa storia della metropolitana che arriva dentro Eataly. Tanto per fare chiarezza, la fermata è quella di Piramide che è a circa un chilometro dall’air terminal. Chilometro da coprire all’aperto (attraversando i binari della stazione) o in bui e tetri sottopassi dotati da tapis roulant rotti. E’ proprio questo chilometro che ha già decretato 20 anni fa l’inutilità della struttura.
    Spero che Farinetti non conti miminamente sulla metropolitana per riuscire a far quadrare i propri conti.

    • C’è anche la fermata Garbatella, che è un po’ più vicina e soprattutto la camminata è più agevole.
      In ogni caso, faccio fatica a pensare che in un posto del genere, (inteso come scelta del luogo dove aprire) possano passarci 5.000 visitatori al giorno, ma spero tanto si sbagliarmi. Sicuramente Farinetti la sa più lunga di me e ci avrà visto giusto anche stavolta.

    • in realtà ho avvistato una fermata della metro esattamente sotto l’Air Terminal, non so dirti se è Piramide o Garbatella… del resto a Parigi è normale fare centinaia di metri a piedi nei cunicoli del metrò.

      • A Parigi è normale fare centinaia di metri a piedi nei nodi del metrò ma i corridoio non sono occupati da senzatetto che li usano come “casa/cucina/vespasiano”, la capillarità del servizio non ha nulla a che vedere con quello di Roma e soprattutto non sei solo quando ci cammini.
        D’altronde l’air terminal e quei corridoi prima dell’arrivo del principe azzurro sul bel destriero bianco erano tra i posti meno raccomandabili e frequentabili della città nonostante in posizione abbastanza centrale.

          • Hai ragione Fabio, rilevante non solo sul fatturato ma anche determinante per noi clienti mangioni e avvinazzati; eppure la presenza della metro lì vicino è irrilevante e non un fattore di cui tener conto a Roma.
            Hai provato a simulare un andata/ritorno a casa tua (se sei ancora a casa vecchia) e paragonarla al tempo che potresti passare dentro eataly?

      • I turisti disposti a camminare sono i saccopelisti ed i tedeschi con i sandali e le calze che si portano il panino e la bottiglietta di plastica d’acqua appresso. Se e dico se, entrano li’ e si rendono conto che una pizza (sono abituati magari al Pizza Hut) gli costa quanto 5 Big Macs comprensivi di Coca e patatine fritte… scappano.

        • Eataly a Torino è a circa 5 km dal centro. Eppure, incrediiiibile, c’è gente che è sempre riuscita a raggiungerlo! Anche turisti stranieri senza sacco a pelo appresso!

          Quando questi temerari entrano, si rendono conto che una Margherita con acqua a volontà e bibita o birra piccola costa come un menu del McDo e la mangiano (ma non solo quella -- spesso gli stranieri escono con carrelli molto più pieni dei nostri)

      • Mi trovi completamente d’accordo -- tra l’altro, geniale la proposta della vecchia Rinascente a S.Silvestro. Sicuramente il posto sembra molto bello e buonissimo, ma tutte le “critiche” che hai fatto sono concrete.

        A me sembra un posto che dovrebbe andare molto forte in pausa pranzo -- ma come hai detto, chi ci va in pausa pranzo? E’ vicino alla metro, ma sappiamo quanto piace ai romani prendere la metro :-)
        E gia mi immagino i problemi di parcheggio…

        Io non sono di Roma (sono di Milano) ma ci abito da un po’ di anni ormai. Magari il mio discorso e’ un po’ politicamente scorretto, ma Eataly e’ un posto da Nord Italia -- per disponibilita economica maggiore, ma anche e forse soprattutto xche’ Roma e’ piena di mercati rionali di’ottima qualita e a basso prezzo, e’ piena di posti che fanno fritti, e’ piena di ottime pizzerie, e’ piena di posti dove trovare la mozzarella di bufala, e’ piena di ottime gelaterie. A Milano, se volevo un buon fritto, un’ottima pizza, la bufala, non avevo poi cosi tanti posti dove andare. Qui, ho un mercato fantastico a 5 minuti a piedi (quello di Val Melaina, se puo’ interessare).
        E poi dai, i romani sono campanilisti -- auguri a vendergli piadine quando hanno gia la pizza bianca ;-)

        A parte gli scherzi, il posto mi sembra anche un po’ “corporate” -- io personalmente, non ci andrei a cena -- mi da l’aria di centro commerciale, con tutto il rispetto. E nonostante quello che alcuni dicono, secondo me sara’ caro rispetto alla media di posti qui.

        Per quanto riguarda i turisti, rimango dell’opinione che sia fuori dal centro. Si, il Circo Massimo non e’ lontano -- ma Eataly non e’ Trastevere.

        Detto questo, in bocca al lupo -- sicuramente e’ un progetto ambizioso e da applaudire.

  3. Al Convento di Cetara c’ho mangiato sabato scorso. Magari non sarà proprio la migliore trattoria d’Italia, ma alcuni piatti -come un impeccabile spaghetto alla colatura e le alici e provola in pastella- meritano da sole una cena lì.

  4. Molto bello

    In bocca al lupo a Farinetti,

    Fa ben sperare vedere in Italia, non solo palazzinari collusi con la criminalità organizzata che consumano e vituperano il territorio con costruzioni utili a nulla, ma anche imprenditori investire in attività commerciali che propongono tutto ciò che di buono abbiamo sempre fatto.

  5. bello, e per dire una banalità, Farinetti non smette mai di stupirci!
    Il tavolo dei 10 è fantastico, l’ulivo (vero) è un idea strepitosa di eataly Genova (dove l’olio ha il uso gran perchè)
    Sono poi curioso di vedere se attecchirà in quel contesto la piadineria..

    ..ma per essere assunti da ‘Ino bisogna avere la barba??? :D

  6. applausi. Quello che mancava all’Italia l’ha portato Farinetti, primo a credere in modo imprenditoriale ad altissimo livello quello che gli altri per anni hanno detto a parole. Certo ci vogliono i soldi, ma quanti grandi imprenditori italiani hanno investito, spesso buttato molti piu’ quattrini, in altre operazioni di meno valenza anche per il nome dell’Italia? Bravo Farinetti.

  7. Ma non è Nicola (Farinetti), già responsabile punto vendita di NY, quello di Roma? Mentre Francesco dovrebbe essere AD di tutto Eataly e Andrea non saprei (dovrebbe essere il più piccolo dei 3 Farinetti).
    In bocca al lupo a Eataly Roma! non mancherò di fare un giro quando sarò in zona!

  8. Farinetti non capisce niente! Ma come si fa a scegliere Pasta Garofalo per TUTTI i suoi negozi???? :-)
    Scherzi a parte in bocca al lupo non ad Oscar che il lupo lo mangia a colazione, ma a tutti i ragazzi bravissimi che ha saputo scegliere e che si fanno con entusiasmo e capacita’ un c…uore cosi’ per fare in modo che ovunque Eataly sia quello che e’, a cominciare dai giovani Farinetti.
    Ogni volta che si parla di Eatay sembra che tutto dipenda dal boss, invece va avanti grazie alla competenza di chi c’e’ dentro, la loro scelta e motivazione e’ il grande merito di Oscar!

      • E’ solo perché noi torinesi siamo per l’understatement. Tsk!

        E comunque già si sa com’è andata in passato quella faccenda della capitale. Eh, pazienza.

        L’unica cosa che dà fastidio è che da noi a confronto i ristorantini sono molto sfigati! E soprattutto fanno quasi tutti sempre gli stessi piatti, neanche più come all’inizio che assaggiavi sempre cose diverse! Non vale così!

  9. Grazie di aver pubblicato questo articolo, mi hai fatto venire voglia di andare a dare un’occhiata. Anche se il commento su Alemanno l’ho trovato un po’ senza senso.
    Comunque si dice ‘amatriciana’ non ‘matriciana’ ;)

    • un appunto che mi permette di copiare e incollare una mia precisazione cartacea vecchia ormai di cinque anni…

      La questione intorno alla corretta grafia –amatriciana o matriciana- è tuttora dibattuta, ma personalmente prediligo la lezione “matriciana”.
      Il termine deriverebbe da “matrice”, ossia il marchio che si usava apporre sulla guancia del maiale; solo successivamente gli abitanti di Amatrice, rivendicando la paternità della ricetta, avrebbero aggiunto la “a”. La ricerca filologica, difficile e spesso contraddittoria per l’oralità e la familiarità di molte fonti, mi ha portato a scoprire che la ricetta originale, in quanto più antica della scoperta dell’America, fosse senza pomodoro e assimilabile all’odierna gricia (che un tempo si chiamava “cacio e unto” e a sua volta prende il nome da Grisciano, località dell’Alta Sabina al confine con le Marche); più pregnante ai fini del risolvere il dubbio sulla grafia del termine è che effettivamente Amatrice viene riportata dalla tradizione come la località di origine del piatto, tuttavia l’antico nome del borgo era “Matrice”, per la medesima radice etimologica relativa alla lavorazione delle carni suine. L’aggiunta del pomodoro, che ha trasformato radicalmente la ricetta creandone una nuova, è avvenuta in un tempo successivo a Roma, dove si è sempre detto “matriciana”. Quindi, tirando le somme, la gricia è il piatto di Amatrice, ma la matriciana è nata nella Capitale.
      Una curiosità: Amatrice, ai tempi di cui discutiamo, si trovava in Abruzzo, e passò nel Lazio solo nel 1927 con la creazione della provincia di Rieti, quindi volendo si potrebbe discutere sull’appartenenza regionale della gricia; ma quel che è certo è che tirando le somme la matriciana richieda l’uso del pecorino romano, la gricia di quello assai meno salato dei Monti Sibillini o dei Monti della Laga.

      • Complimenti per la dotta informazione su Amatrice, su Grisciano, ecc. Sembreresti amatriciano. Ma, da amatriciano vero, la pasta è all’AMATRICIANA. La sagra che si svolge tutti gli anni ad Amatrice è la “sagra degli spaghetti all’amatriciana” .
        E. poi cortesemente, non diffondiamo termini errati, solo perchè qualcuno li predilige. Poi viene fuori il parmesan cheese, il gradano, il pardano, il Chianti californiano, il gorgonzola del Wisconsin, la fontina svedese, ecc.
        Senza offesa, eh!

  10. Eataly a Torino è una specie di slot machine. Ogni volta che entro mi prosciuga almeno 200 euro di spesa. E’ per questo che ho molto diradato le frequetazioni. Spero per Farinetti che ci sia tanta gente disposta a spendere fior di Euro per l’eccellenza gastronomica. Certo Roma non è Torino, le potenzialità sono immensamente più consistenti. Ma aprire un tale colosso in un momento come questo, di recessione pesante, è sintomo di un grande coraggio imprenditoriale.
    Ad majora!

  11. ps: ho appena visto la foto sulle carni… perché la maggioranza delle carni vengono del piemonte? (mi direte… perché è presidio slow food, è IGP… ma tutti questi “label”, non sarebbero un modo di globalizzare, a livello nazionale i cibi?)
    Abbiamo deciso di lasciare perdere la filosofia km 0 e caricare le carcasse su camion che faranno 1000km? bene. Niente da ridire. Ma perché dare la scelta di solo poche provenienze? La Chianina toscana fa schifo? il manzo abruzzese fa schifo? i cinta senese fanno schifo? (si si… suino del “piemonte ed altre regioni italiane…” prima volta che sento che i suini piemontesi sono migliori dei toscani). La mozzarella? sarebbe utile ricordare che oltre che caserta (che al mio gusto personale, sa di sale, non di latte) la producono anche a Latina, Salerno, Paestum… perché tutti questi gusti sono stati esclusi? tentativo di omogenizzazione del gusto? ammettiamo che quella di caserta sia quella “votata” migliore dagli italiani… perché solo un caseificio? (perché si è rifiutato di pagare il pizzo…. oppure perché, molto più probabilmente siamo in una logica business come qualsiasi altro supermercato?). Poi menomale c’è un reparto vino. Che le enoteche ci mancavano a Roma. Sopratutto le enoteche naturale. (anzi, sarei curioso di sapere quanti vini “veri” si troveranno sui scaffali… quando ho fatto un salto a NY, l’enoteca di Eataly non aveva neanche un vino senza chimica… mi direte “gusti personali”… io rispondo “gusto business”). (non parlo della pasta, dove c’erano 2 marche soltanto… si sa….in italia abbiamo 2 pastifici). Poi una cosa bella: la scuola di cucina. Che non c’erano a Roma. Il gambero rosso non ci aveva pensato 10 anni fa. (certo, da Eataly, sarà diverso, ovviamente). Mi finiamo con una note dolce: molto utile chiamare Venchi. Perché a Roma non ci sono i cioccolatieri bravi. (Moriondo e Gariglio, vi parla? no? normale. questa qualità, non si troverà mai da Eataly).

    Al posto di Farinetti, avrei fatto lo stesso. Il concetto di “globalizzare qualche produttori locali (preferibilmente 1 solo per tipo di cibo)” penso che sia un concetto da usare perchè ci sarà un sacco di gente che spenderanno un sacco di soldi senza neanche farsi la domanda se gli stessi ingredienti si possono trovare nei commerci di prossimità, e se altri produttori lavorano bene.

    Non voglio fare polemica… mi fa solo un po’ ridere vedere persone che rendono omaggio ad un businessman che ha inventato il concetto di “supermercato globale del lusso”, un carrefour con cibo di miglior qualità (capisco che lo fanno i banchieri, no i difensori della diversità gastronomica italiana) Bel idea certamente…. per lui. Non per l’economia locale (eccetto quella piemontese, e qualche figure di vetrina tipo i cuochi laziali che girano…).

    Ma alla fine, non c’è niente di male. Basta essere coscienti che quando si entra li dentro, si entra in Eataly, non in Italy. Eataly è un marchio. Italy sono delle culture gastronomiche.

    Parere personale.

    • commento molto interessante, complimenti ;-)
      la vera particolarità della cucina italiana è la sua varietà e regionalità, il concetto di globalizzazione nazionale dei gusti locali è veramente interessante, sarà un bene o sarà un male?
      inoltre c’è un altro concetto che mi piacerebbe approfondire riguardo a eataly, ossia l’industrializzazione dell’artigianalità. in poche parole, farinetti sta rendendo la nicchia di massa, a questo punto mi domando ma la qualità della nicchia potrà rimanere uguale? siamo sicuri che l’eccellenza possa diventare veramente accessibile per tutti? per fare un esempio, siamo sicuri che un pastificio artigianale, ora che si ritroverà a dover riempire continuamente gli scaffali di questi ipermercati, potrà essere chiamato ancora artigianale? la qualità rimarrà uguale? in pratica, siamo sicuri che è proprio tutto oro quel che luccica?

      • Come alcuni di voi sapranno io sono un “piccolo” fornitore di Eataly, da anni oramai.
        E come tale vorrei poter dare un mio piccolo contributo, parlando della materia che conosco, ovviamente.

        Chi, artigiano o no, produce “cibo” di qualità usando ingredienti che sono sul mercato non dovrebbe avere grossi problemi di numeri.
        Mi spiego meglio.
        Se domani Eataly mi acquistasse 100 torte invece delle solite 50 dovrei solo produrre un giorno in più o produrne di più in un giorno. Nulla cambierebbe nella ricetta, nulla nella lavorazione, mi ci vorrebbe solo un poco più di tempo.
        Se invece che 100 fossero 1000 sarebbe lo stesso, avrei magari meno tempo per stare a leggere Dissapore, ma non comporterebbe certo stravolgimenti assurdi… farebbe solo “girare” meglio un lavoro che oramai è sommerso di costi fissi che sono indipendenti dal fatturato.
        E sempre a mano le farei… considerandomi sempre l’artigiano di adesso.

        Quale è allora la differenza fra “artigiano” e “industriale”?
        Solo una questione numerica o anche qualitativa?
        Perchè se produco a mano le mozzarelle, che ne faccia 100 o 1000 sempre artigianali restano… o no?
        E siamo certi che a farne di più vengono peggio?
        Io dico il contrario, ci vuole solo più tempo (o più forza lavoro, o più spazio e cosi via).

        Magari se parliamo di “cibi” tipo una particolar robiola fatta con un determinato latte stagionale allora posso capire i timori, ma anche li… finito quel latte si farà un altra cosa, e la stagione successiva magari aggiungo 50 caprette e posso aumentare di un poco…

        Vendo più bistecche? Ingrandisco l’allevamento… non rinuncio alla qualità, il disciplinare rimane lo stesso.

        Un pastificio artigianale che “si ritroverà a dover riempire continuamente gli scaffali” non credo avrà problemi di sorta… dovrà solo aumentare un poco la produzione con quello che ha, se poi non ce la fa a seguirla vorrà dire che investirà qualcosa per adeguarsi, magari assumendo personale o aumentando gli orari produttivi… che oggi sarebbe più un sogno che altro no?

        Insomma… averne di Farinetti in Italia.

          • Voi siete la prova provata che si può fare grande qualita anche a grandi numeri.
            Un prodotto artigiano contiene metodo, passione, filosofia, amore, ingredienti…
            E se si ama il proprio lavoro si riesce a farlo bene indipendentemente dai numeri.

            • oddio, loro sono la prova provata che si può fare qualità a grandi numeri, ok, sono d’accordo. ma non GRANDE qualità.
              non me ne voglia emidio, che io stimo molto, ma garofalo è sicuramente un prodotto di qualità ma non è la migliore pasta al mondo, e neanche si avvicina ad esserlo.
              e la migliore pasta al mondo secondo me non potrà mai reggere i ritmi di produzione per una catena di ipermercati del genere.
              la prova è afeltra che da quando è entrata nel ciclo di eataly, non è più la stessa. buona è sempre buona, ma prima era meglio.
              il mio timore è che la stessa cosa possa succedere ad altri marchi.

              • Onestamente però a me sembra che fare qualità e grandi numeri sia già un eccellente risultato, soprattutto se si riesce a farlo a costi sostenibili

                Fare ALTISSIMA qualità + GRANDISSIMI numeri + prezzi BASSI sia pura e semplice utopia, e comunque impresa ai limiti dell’impossibile

              • Scut quello è ovvio, però se tu hai un produttore di riferimento e poi scopri che da quando è entrato in eataly non fa più lo stesso prodotto, inizi a pensare che per un gastrofanatico eataly non sia sempre e solo una manna dal cielo, come pensano in molti.
                cioè il rischio è che massificando ciò che non è nato per esserlo, ossia l’artigianato di nicchia, ci si ritrovi ad avere una perdita di gusto da parte di queste realtà, che per un gastrofanatico sono invece -- QUELLE SI -- una vera manna dal cielo.
                non sto dicendo che per forza debba succedere così, anche perchè ogni caso andrebbe analizzato a sè, ma che ci sia il rischio che succeda, almeno per alcuni produttori, quello si.

              • Per fortuna non sono un gastrofanatico, quindi posso serenamente gioire per l’arrivo a Roma di Eataly, dove conto di andare spesso a fare la spesa :-D

                Ovviamente capisco il tuo discorso. Personalmente non credo succederà quello che temi tu. Ma, altrettanto ovviamente, potrei sbagliarmi. Vedremo e giudicheremo caso per caso.

              • Perchè NON GRANDE qualità? prendi baladin, ormai i numeri sono altissimi e la qualità è sempre la stessa, ci può essere la cotta meno riuscita ma siamo sempre ad alti livelli. Poi sarei curioso di sapere com’era l’afeltra di prima

                bye

              • Caro Franco, secondo me Baladin fa buona qualità ma non ALTISSIMA. Fa grandi numeri, ma non GRANDISSIMI. E di sicuro non fa prezzi BASSI
                Detto questo, ce ne fossero di prodotti come la Baladin. O come la pasta Garofalo. A proposito, proprio l’altro giorno in un ristorante che secondo me per il pesce è tra i migliori, ho assaggiato una pasta che era così buona che ho chiesto chi fosse il produttore. Risposta: “Tutta la nostra pasta è Garofalo”. E devo dire che la cosa mi ha sorpreso, nonostante io sia un estimatore. Tra l’altro il piatto, inteso come esito della ricetta, non era neanche ben riuscito. Ma la pasta era davvero notevole…

              • @ Gianluca
                lasciamo perdere i “gusti birraioli”, sicuramente una Elixir non ti piacerà, questa si che è grandissima qualità, comunque baladin è il birrificio artigianale con i più grandi numeri, altri, decine e decine, molto più piccoli, fanno birra di mediocre qualità e resteranno sempre piccoli. Che s’ingrandiscono a fare se poi sono pieni di invenduti.

            • grazie! :-) il punto e’ che molti parlano di cio’ che mangiano ma pochissimi conoscono come si fa. Non tutti i prodotti sono uguali, nel caso della pasta i volumi non influiscono minimamente sulla qualita’ e’ semplicemente come vuoi fare il prodotto che conta, in altri casi sicuramente e’ piu’ complesso combinare quantita’ e qualita’.

              • “nel caso della pasta i volumi non influiscono minimamente sulla qualita’”
                siamo sicuri? barilla potrebbe produrre la sua quantità utilizzando solo grano senatore cappelli per esempio?
                le materie prime di qualità non credo siano infinite, altrimenti perchè la maggior parte del grano duro in italia è stato irradiato per massimizzarne la produzione?
                il grano non è tutto uguale, ma questo credo che tu lo saprai molto meglio di me emidio ;-)

              • @franco
                infatti baladin fa qualità ma non grande qualità, secondo me. i suoi prodotti sono sicuramente buoni e il loro marketing è stato geniale, ma le birre artigianali veramente buone sono altre secondo me. de gustibus.

              • gianluca, tanto per curiosita’, il fatto che il senatore cappelli sia un grano eccellente mica lo sai perche’ lo ha detto chi lo utilizza??? :-), e credi pure che il kamut sia diverso dagli altri grani duri (a parte la mediocrita’ qualitativa)?
                comunque la risposta e’: si Barilla potrebbe farlo tranquillamente.

              • a me restano dubbi sul fatto che ci sia abbastanza grano senatore cappelli per tutta la linea produttiva di barilla (compreso mulino bianco ecc…) ma se anche così fosse, dobbiamo analizzare la produzione: quanto è il volume di grano utilizzato da barilla? per quanto tempo rimane in stoccaggio? e se dovessero asciugare a bassa temperatura e non ad alta? alla fine la pasta quanto costerebbe? e i tempi di produzione di quanto ne risentirebbero?
                alla fine è ovvio che volendo tutto si può fare. ma allora avremmo una pasta barilla che costa 6 euro al kilo e che non sarebbe più la pasta barilla.
                in pratica per continuare a produrre pasta a meno di 2 euro al kilo, nelle quantità in cui la produce, la risposta è che barilla non potrà mai fare pasta di alta qualità.
                è questo che volevo dire.
                e sicuramente anche al pastificio garofalo, per tenere i prezzi volutamente bassi, avrete dovuto fare delle scelte, suppongo.

        • Premesso che non sono un paladino dell’artigianalità come valore (una porcheria fatta artigianalmente resta una porcheria), la risposta che manca è in quale momento si cessa di essere artigiano e si diventa industria. Secondo Pistocchi, delle cui torte sono fan, non è una questione di volumi produttivi: per passare da 50 a 10.000 torte al giorno basterebbe moltiplicare per 200 le line di produzione, il personale, le strutture e le attrezzature. E voilà, non cambia nulla nel prodotto. Non credo sia così: size matters. Economie di scala, efficientamento (cit) dei processi, taylorizzazione di metodi e tempi sono a mio parere passaggi obbligati della crescita dimensionale.

          • sotto altre spoglie e con i dovuti distinguo ricorda la diatriba tra catene di gelateria e gelaterie “singole”.
            I primi affermano che una pastorizzata da 600 litri ha gli stessi ingredienti di quelli da 60 litri…..

            Però se hai un fornitore di qualità di un determinato ingrediente che oltre una certa soglia di quantitativo non riesce a procurartelo, arrivato oltre per numeri di produzione o cambi materia prima, o non produci quel determinato prodotto

            • Andrea, una risposta “artigiana” esiste ;-) invece di ammodernare e impiantare un pastorizzatore da 600lt io metterei 5 pastorizzatori da 60lt e li farei girare 4 volte… e allora si potrebbe davero dire che “la ricetta” non è cambiata.
              Come dicevo è solo questione di metodo… ovvio che se dalla pentola si passa alla catena automatizzata il prodotto non sarà più lo stesso… meglio allora tante pentole, qualche uomo in più, qualche ora in più…

          • sarei curioso di vedere se è così semplice trovare personale ugualmente qualificato, capace di lavorare a pari livello qualitativo.

            Faccio sempre l’esempio della torta al burro preparata da una vecchia fornaia a 300 mt da casa, senza dubbio la migliore in un raggio di almeno 30 km.

            Ha insegnato a farla ad almeno 5 fornai professionisti, e nessuno si è avvicinato nel risultato.

            Che sia tutto replicabile, moltiplicabile, estendibile è una grossa falsità, le industrie stesse (es Barilla) passando da linee produttive ad altre hanno variato di molto la qualità di alcuni loro prodotti storici.

            • Ti sei risposto da solo…
              “passando da linee produttive ad altre…”
              se la fornaia a 300mt da casa tua facesse 10 infornate al giorno farebbe 10 volte le stesse torte con immutata qualità.
              SE invece compra un forno rotante, un tunnel di raffreddamento, una mega impastatrice, poi magari va a cercare un burro che costa un pochino meno, un tecnico che gli sostituisce qualche ingrediente con “miglioratori” (un piffero) e cosi via… succede quel che dici tu…

              Ma non è cosi che si dovrebbe fare… :-)
              O almeno, basterebbe non farlo!

            • questo e’ uno spunto corretto e non vale solo per l’artigiano. come dice claudio il principio e’ la possibilita’ di spazio, formazione e controllo. se i volumi di garofalo fossero moltiplicati per 10, non potremmo farli qui a gragnano, questo concettualmente non significa che peggioreremmo la qualita’ ma sicuramente genereremmo una complessita’ gestionale enormemente superiore che costituirebbe un rischio. ripeto, si puo’ fare ma occorre creare una struttura in grado di gestire questa coplessita’ allo stesso livello qualitativo, ma perche’ decuplichi, non perche’ sei grande.
              quello che ribadisco con certezza assoluta e’ che, almeno nella pasta secca, una azienda che produce 10 pacchetti non ha maggiore probabilita’ di fare un prodotto migliore di una che ne produce 100.000.

          • Non sempre Mimmo…
            un artigiano può rimanere tale anche facendo numeri, e conservando le stesse tecniche di produzione.
            Ovvio che ci guadagnerà assi meno di quelli che tailorizzano i processi, ma il suo prodotto costava anche prima un poco di più e tale rimarra anche con i numeri… l’importante è non perdere di vista la qualità e non pensare solo ai profitti.
            Facevo 600 torte all’anno, oggi ne faccio 100 volte tante, non è cambiato nulla (nulla di rilevante, voglio dire) e sono perfino convinto che la qualità sia cresciuta per merito del fatto che usando più materie prime ho accesso a prodotti che prima mi sognavo…
            Ovvio che parlo per me, che non sia eguale per ogni prodotto lo capisco… ma non è impossibile se ci si impegna a volerlo.

            • claudio il problema è proprio lì “se ci si impegna a volerlo”.
              non tutti si impegnano a volerlo.
              inoltre c’è un limite numerico per cui puoi continuare a fare le cose come prima, tu ne facevi 600, ora ne fai 60mila, ok, ma se ne dovessi fare 6milioni probabilmente dovresti cambiare qualcosa anche tu suppongo….

              • Lo so, ma (ripeto) la colpa è sempre dell’uomo… ;-)

                Per farne sei milioni mi servirebbe solo tanto più spazio, tante più casseruole, molte più braccia… e allora potrebbero venire eguali.

                Il giorno che non potessi più seguire la produzione di persona sarebbe il vero limite massimo raggiungibile. Oltre non mi interesserebbe andare…

              • mi pare che stiamo dicendo tutti la stessa cosa: un artigiano può arrivare fino ad un certo quantitativo di produzione…oltre diventa un’altra cosa, e per vari motivi (fosse anche il fatto che non potrà più materialmente seguire di persona tutta la produzione) c’è un altissima probabilità che il livello qualitativo cambierà…giusto? ;)

    • Il piemontecentrismo c’è e si vede. Farinetti si è avvalso in più punti nevralgici dei suoi fornitori di fiducia, con cui c’è da anni un rapporto proficuo e virtuoso; in alcuni casi avrebbe potuto scegliere artigiani del territorio, ma ha preferito quelli che conosce meglio sotto tutti i punti di vista, che poi danno anche un’impronta riconoscibile all’offerta.

      Sulla mozzarella, l’eterna diatriba tra Caserta e Battipaglia difficilmente avrà un vincitore, anche se con me, personalmente, sfondi una porta aperta: se la bufala è una religione, la mia trinità è Vannulo-Barlotti-Rivabianca. Anche se va detto che Battaglia non fa un prodotto così esageratamente sapido. Scegliere un casaro pontino sarebbe stato audace, non c’è dubbio.

      In generale, in molti reparti si è deciso di interpretare il concetto di selezione come “ne scelgo uno, lui è il mio cavallo”. Un’interpretazione che merita quantomeno rispetto, e che personalmente mi trova vicino quando mi ritrovo a dover selezionare vini. Così facendo Eataly ha anche un’impronta più specifica, una sua linea marcata. Piaccia o non piaccia, e a me, tutto sommato, piace un bel po’.

      • bisogna vedere se Battaglia riuscirà a produrre così tante mozzarelle mantenendo il livello attuale. il dubbio è tutto qui, e così vale per tutti gli altri prodotti.
        il rischio di questo progetto è che la griffe diventi più importante della sostanza. non dico che succederà per forza così -- anzi spero vivamente di no -- ma che ci sia il rischio che lo possa diventare sì.
        tu cosa ne pensi?

    • dimenticavo: Velier è presente con le sue selezioni sugli scaffali di Eataly (anche qui nell’ottica “scelgo un cavallo” o si parte così per poi ampliare l’offerta? Chi vivrà vedrà), e assieme ai tredici di Vino Libero in mescita direi che di vini chem-free ce n’è un po’.

    • Concordo è eataly … non certo Italy … non sono certo questi mostri a sostenere i piccoli produttori, ho conosciuto chi, da quest’anno, si è rifiutato di fornire a eataly i propri prodotti stanco di essere sottopagato per trovare i suoi prodotti sui banchi a 4/5 volte tanto … questo tipo di distribuzione genera talmente tanti costi per cui, quando acquisti, la componente principale del prezzo non è il food, è tutto il resto, tra cui gli oneri finanziari e gli oneri di gestione hanno un peso determinante … ecco cosa ti porti a casa … è un modello speculativo, eticamente fallimentare!!!!

  12. “prima volta che sento che i suini piemontesi sono migliori dei toscani”
    sono come sono… per il Parma e il San Daniele arrivano proprio dal piemonte

    “Ma perché dare la scelta di solo poche provenienze?”
    Perchè altrimenti sarebbe impossibile, d’altronde anche te avresti fatto lo stesso.

  13. Insomma, più ne leggo e più non vedo l’ora di andarci. E questo post mi piace “na cifra”. Mi piacciono l’entusiasmo e la positività (Dio solo sa quanto ce n’è bisogno in un momento come quello attuale) che trasmette. Mi dispiace solo di non essere riuscita a trovare parole migliori…ma tant’è.
    E complimenti, davvero.

  14. La “location” mi lascia perplesso. Dopo aver letto ho l’acquolina in bocca, tuttavia… Quale sarebbe il target dei clienti ? Quali sarebbero i clienti ? Ci vai per il lunch, si se lavori in zona ostiense o sei un impiegato della FAO oppure un parlamentare con auto di servizio, ma i parlamentari si vanno a strafocare dal Bolognese. Io che vivevo in zona Cassia -- ben entro il raccordo anulare, anzi vicino a Ponte milvio -- ora vivo in Australia -- impiegherei almeno 2 ore per andare e 2 ore per tornare, con i mezzi pubblici, fra l’altro non si parla di parcheggi, ci sono e dove, sono a pagamento e quanto, inezie, per carita’. Quanto costa di media un pasto ? Visto che di prezzi non si parla, sospetto parecchio, ma allora me ne vado in un buon ristorante vicino casa o ufficio -- tipo quartiere Prati idem per i prodotti, i turisti stranieri in generale poi sono sparagnini e non ce li vedo proprio, quelli ricchi non si vanno ad inoltrare in zone simili, da decenni frequentate da zingari ed altra fauna, se ben ricordo -- bravissime persone per carita’ -- pero’ personalmente preferirei evitare di camminarci di notte. I turisti con disponibilita’ rimangono a Via Veneto o piazza Navona i e Trastevere. Un posto del genere -- idealmente -- l’avrei visto nel palazzo della vecchia “Rinascente” a S.Silvestro. Per i romani, credo solo il week end sarebbe praticabile. Comunque in bocca al lupo agli esercenti.

    • ogni volta che parlate di Eataly qualcuno tira fuori gli “zingari”.
      ma siete così terrorizzati?
      e poi gli “zingari”, come li chiamate voi, da mò che non stanno più all’AirTerminal.

      • Mi pareva che lì fossero afgani, no zingari.
        Ma soprattutto, dove stanno ora sti afgani?
        Sono stati deportati in uno di quei canili che chiamano CIE?
        Vabbe’ ma tanto che ce frega.

      • Gli zingari non “stavano” all’air terminal, come non “stanno” nelle vetture metro, quelli sono semplicemente territorio di caccia. I miei ricordi sono di almeno 10 anni fa, quando sulla metro a Piramide fui accerchiato da diversi zingarelli e notai i bivacchi di zingari andando in motorino da Piramide al cimitero inglese. Le mie visite a Roma sono sporadiche e da romano nato e cresciuto in centro (p.zza del Popolo e poi P.zza Fiume) ho sempre percepito l’Ostiense come un quartiere squallido e deprimente e quindi non mi sono aggiornato e lo evito, preferisco passeggiare per Via Veneto e P.zza di Spagna. Poi ognuno ha i suoi gusti.

        • Ecco, bravo, vai a piazza di Spagna, ti stanno aspettando :-D

          Roma: ‘assalto’ a turista a piazza di spagna. Intervengono i carabinieri =

          (Asca) -- roma, 15 giu -- Grazie all’intervento di un passante che aveva notato che tre nomadi stavano derubando un turista, i carabinieri del nucleo radiomobile di Roma sono riusciti ad arrestare una ragazzina di appena 15 anni, appartenente al campo nomadi di via Pontina, con l’accusa di rapina aggravata in concorso. La giovane faceva parte di un gruppo di tre nomadi, due riuscite a dileguarsi prima dell’arrivo dei carabinieri, che in via Due macelli, hanno avvicinato un turista neozelandese di 56 anni, lo hanno circondato, spintonato e bloccato contro un’auto in sosta, sfilandogli così il portafogli. Un passante ha notato la scena ed è immediatamente intervenuto bloccando la minore e chiamando i carabinieri. Arrestata, la minore è stata condotta al centro di prima accoglienza di via virginia agnelli mentre il portafogli recuperato dai carabinieri è stato restituito al turista.

    • Diciamo che la zona dove abitavi tu è mooooolto più lontana dal centro di quella di Eataly, che è a ridosso (200 metri) dalle Mura Aureliane
      Diciamo che lì accanto c’è una delle zone più trendy in questo momento, e cioé l’Ostiense, che è letteralmente piena di locali, e altri ne stanno per aprire
      Diciamo che lì accanto c’è un quartiere letteralmente preso d’assalto ogni sera da giovani e meno giovani che hanno voglia di mangiare e divertirsi, ovvero Testaccio.
      Diciamo che a Roma Sud vivono circa un milione di persone, probabilmente più di quelle che vivono a Roma Nord
      Diciamo che in zona di “zingari e strana fauna” non c’è traccia. E che comunque c’era qualcosa quando il terminal era abbandonato, e ovviamente ora non ci sono più
      Diciamo che i prezzi dei ristorantini di Eataly non sono alti, di certo non più delle centinaia di ristorantini “sotto casa o ufficio” che propinano schifezze a prezzi alti
      Diciamo che gli stranieri non sono tutti deficienti, e se sapranno che c’è un posto così potranno tranquillamente andare a vederlo e a comprare souvenir gastronomici

      Potremmo dire tante altre cose. Ma tanto le chiacchiere stanno a zero. Immagino che Farinetti e co. abbiano fatto fare delle analisi di mercato. Se le hanno toppate, falliranno. Se le hanno azzeccate prospereranno. Lo scopriremo solo vivendo

    • ci sono 600 parcheggi proprio di fronte all’ingresso, che diventeranno presto 800. Non so se gratuiti o a pagamento, le strisce in terra sono bianche ma non vuol dire. A parte il ristorante Italia, le altre proposte appaiono decisamente low cost.

    • “”i turisti stranieri in generale poi sono sparagnini e non ce li vedo proprio,..”"
      Non so se i turisti di torino sono diversi da quelli di roma, ma a torino c’è la coda.

    • e l’avresti visto male in pieno centro
      per me, che abito a Roma Nord, saranno 30-40 minuti di macchina, ma se il parcheggio è garantito, ci vado e faccio la spesa e/o mangio

      in centro 800 posti auto te li sognavi

      molto più comodo lì dove sta

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