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Caro autore, dimmi come mangiano i tuoi personaggi, e ti dirò chi sei

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Quando si parla di cibo, una brillante descrizione difficilmente riesce a competere con la vivida rappresentazione fornita da una bella fotografia. Ma con le parole si possono rendere un’atmosfera, una civiltà (o il suo contrario) e anche la suggestione degli aromi.

Celebre, tra le tante scene del Gattopardo, l’arrivo in tavola del timballo di maccheroni. Tomasi di Lampedusa se ne serve per mettere in scena le differenze sociali, oltre a togliersi il gusto di raccontare quello che sembra essere il suo piatto madeleine. Siamo a Donnafugata, durante un pranzo:

“quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, soltanto quattro su venti persone si astennero dal manifestare una lieta sorpresa: il Principe e la Principessa perché se l’aspettavano, Angelica per affettazione e Concetta per mancanza di appetito. Tutti gli altri (Tancredi compreso, rincresce dirlo) manifestarono il loro sollievo in modi diversi, che andavano dai flautati grugniti estatici del notaio allo strilletto acuto di Francesco Paolo. Lo sguardo circolare minaccioso del padrone di casa troncò del resto subito queste manifestazioni indecorose.

Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei babelici pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un vapore carico di aromi, si scorgevano poi i fegatini di pollo, gli ovetti duri, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi impigliate nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio”.

Quasi tutti i grandi romanzi contengono descrizioni di cibi e di tavole imbandite: in questo modo ogni scrittore ha finito per mettere in scena il proprio rapporto con il cibo, o con l’alcol, magari senza rendersene conto. In passato i cibi erano raccontai una volta in tavola, giacché la letteratura era soprattutto affare di uomini.

Dal momento in cui anche le donne hanno avuto accesso all’istruzione, si sono messe a scrivere romanzi, anche le tecniche di cucina sono entrate nelle narrazioni. Maria Grazia Accorsi ha pubblicato un interessante libriccino che racconta i protagonisti della letteratura nell’atto di mangiare o cucinare: “Personaggi letterari a tavola e in cucina – Dal giovane Werther a Sal Paradiso” (Sellerio, 2005).

E’ la base per cominciare a leggere con occhi diversi i romanzi: caro autore, dimmi come mangiano i tuoi personaggi, e ti dirò chi sei.

[Crediti | Dalla rubrica "Cibo e Oltre" di Camilla Baresani su Sette, inserto del Corriere della Sera. Immagine: Macsanremo.com]

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10 commenti a Caro autore, dimmi come mangiano i tuoi personaggi, e ti dirò chi sei

  1. Più di dieci anni fa ho letto ‘I Buddenbrook’ e ricordo ancora la memorabile descrizione di un pranzo di famiglia all’inizio del romanzo. Mann aggiunge poi che di solito una o più persone facevano indigestione e il medico raccomandava loro di stare leggeri per qualche giorno (‘una fetta di pane bianco e del piccione’) :D

  2. Dona Flor e i suoi due mariti di Jorge Amado, il primo romanzo con cucina che ho letto una vita fa.
    La scuola di cucina della protagonista infarcisce il libro di ricette che sono il giusto contorno alla storia di per se molto esilarante.
    Divertente e pieno di ingredienti sconosciuti e, per me, affascinanti.
    Che voglia di assaggiare la cucina di Bahia!!!

  3. Le arance di Bandini? :-)

    Forse ancora più delle descrizioni puntigliose e dettagliate mi divertiva e mi diverte immaginare l’aspetto e gli ingredienti in ciò che mangiano i personaggi.
    A partire da una delle prime storie che ricordo di aver ascoltato: le frittelle dello Zio Lupo!

  4. escluse a priori opere con tema cucina o autori abusati (montalban,stout ecc.)
    mi pare interessante un brano di tom robbins (non harold!) su come lo zen puo’ guarire dal gastrofighettismo:

    “It’s like the gourmet the Chink told me about who gave up everything, traveled thousands of miles and spent his last dime to get to the highest lamasery in the Himalayas to taste the dish he’d longed for his whole life, Tibetan peach pie. When he got there, frostbitten, exhausted and ruined, the lamas said they were all out of peach. “Okay,” said the gourmet, make it apple.”

    from Even Cowgirls Get The Blues

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