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Per farsi odiare un po’ di più, ieri un’addetta dell’hotel Mir cui e’ legato il ristorante ”La Spiga” di San Giovanni Rotondo (Foggia), ha chiamato i familiari di Davide Perta chiedendo il saldo del pranzo che l’11 agosto scorso ha ucciso il sedicenne bolognese, celiaco e poliallergico (circa 2.000 euro). Così, giusto per ricordarlo (come se si potesse dimenticare), questo è il primo contatto in 11 giorni tra la famiglia Perta e il ristorante, il cui titolare, ora indagato per omicidio colposo, non si è mai scusato per l’accaduto.
Già, l’accaduto.
Nonostante la madre avesse espressamente ordinato, e con giorni di anticipo, un particolare tipo di gelato dell’Algida adatto alle condizioni di salute del ragazzo, che oltre ad essere affetto da celiachia quindi intollerante al glutine era allergico a vari alimenti compreso il grano, durante quel maledetto pranzo per la cresima della cugina, Davide Perta ha mangiato un gelato ai cinque cereali. Bem! Un attacco fulminante. Tre quarti d’ora dopo era morto, non sono servite un paio di pastiglie di Bentelan (antiallergico), un’iniezione di adrenalina e il massaggio cardiaco.
Per il padre del ragazzo la telefonata di ieri è stata un’ulteriore pugnalata al cuore, “una vergogna”.
Oggi è il 18 agosto, con la nazione in braghette l’ultima cosa che mi passa per la testa è fare il pippone sulla moralità dei ristoratori. Ma questa ha tutta l’aria di essere l’altra faccia del cuoco-divo, stella della tivù, imprenditore di successo. Fatto così, il mestiere del ristoratore è il peggiore possibile, e certi locali rimangono zone d’ombra, luoghi fondamentalmente malsani dove si annidano individui cui nella vita non è riuscito di essere nulla. E allora sì, hanno aperto un ristorante.
[Fonti: Repubblica Bologna, Il Giuornale, immagini: Hotel Mir]
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Invece di partire col solito pippone sui ristoratori criminali (che, diciamocelo, alla lunga diventa un’arma spuntata, ed è un modo per mancare puntualmente il nocciolo della situazione), io sottolineerei due aspetti.
Primo: la celiachia è una condizione molto, molto seria. Tanto seria che chi ne è affetto veramente (e non chi è intollerante, che son due cose diverse) non si azzarderebbe *mai* a mangiare al ristorante. So di persone che, se invitate a cena, vanno con il set di pentole personale in cui non si può cucinare *mai* *nulla* che contenga allergogeni, pena un attacco come quello capitato al povero ragazzo.
Ora, magari la scienza progredisce, e le cure si fanno più efficaci, ma affidare ciecamente il mio destino al buon senso di gente che non conosco mi pare un comportamento troppo rischioso per qualcuno in quelle condizioni.
Secondo: viviamo in una nazione profondamente ignorante e irrispettosa. Se un vegetariano chiede un piatto vegetariano, può trovarsi davanti roba con salumi, pesce, uova, e via dicendo “perché non è carne”. A volte è ignoranza crassa, a volte mancanza di rispetto (su questo stesso sito si leggono attacchi ai vegetariani che fanno accapponare la pelle). Ecco, non mi stupirei che il ristoratore in questione fosse vittima di entrambi i morbi. “Celiaché? Massì, diamogli quell’altro gelato, che sarà mai”. Sospetto che diventa più forte se teniamo in considerazione il luogo dove si sono svolti i fatti, un soldificio messo in piedi per spremere superstizione e credulità della gente.
Bellissimo notare come questa signora parli del “rispetto” e della sua endemica mancanza, per poi addentrarsi in un’analisi secondo cui San Giovanni Rotondo sarebbe “un soldificio messo in piedi per spremere superstizione e credulità della gente”. Quelli irrispettosi, naturalmente, sono sempre gli altri…
E quali caratteristiche rendono falsa l’affermazione che sia un soldificio, ad esempio?
Beh, certo, a guardare le folle di San Giovanni Rotondo e la perfetta macchina da soldi fatta di tour operator, alberghi, ostelli, ristoranti, souvenir e frattaglie sacre varie, la prima cosa da cui si viene colpiti e’ la profonda spiritualita’ del luogo…
Penso che solo Las Vegas riesca a elevare altrettanto l’anima.
La chiesa di Renzo Piano è una boiata inguardabile, ovvio.
Ma la faccenda non è tanto il soldificio, ma la cosa della superstizione e della credulità.
Sai che sono un ateo praticante, ma da foggiano posso dirti che Padre Pio non avrebbe approvato. Con tutto il rispetto: era una fantastica macchina da soldi, ma prima ha pensato all’ospedale che oggi è uno dei migliori del sud Italia. Era anche un tipo incazzoso, per cui non escludo che avrebbe volentieri sfanculato questi quattro palazzinari che hanno avuto via libero allo scempio grazie alle famigerate “leggi speciali” di Berlusconi.
Tanto per dire, quasi tutte le ultime costruzioni sono nate grazie al decreto “grande evento” per la beatificazione di Padre Pio, che apriva una “finestra” che, invece di durare pochi giorni, non si è mai più chiusa. Nel decreto, naturalmente, era permessa ogni deroga e variante al piano regolatore.
Ora, dopo anni di abusivismo legale, hotel e ristoranti piangono miseria perchè, dicono, ci sono pochi turisti. Niente di più falso: sono loro a essere troppi.
Vado oltre le tue riflessioni, e da cattolico considero il complesso del santuario un’offesa al santo, una roba davvero da mani nei capelli, preoccupantemente lontana dalla spiritualità cattolica e più prossima, secondo me, a una concezione americanizzante e oceanica di un certo ecumenismo male inteso, con risvolti vagamente pentecostali. Come si fa a chiamare una chiesa “Aula liturgica”? Nemmeno i luterani arriverebbero a tanto.
Il discorso ha preso una piega fuori tema. Personalmente trovo disastrosa l’idea di turismo stile San Giovanni Rotondo (con o senza risvolti religiosi).
Per il resto, avendo in casa un bis nipote di Padre Pio mi risulta – dai racconti di chi lo frequentava come persona e non come personaggio – che fosse un tipo semplice, e non ci fosse niente di costruito nel suo modo di fare. Tutto quell’armamentario che ci hanno costruito intorno non mi pare molto coerente con chi si definisce seguace. Boh, comunque credo che sia sempre così.
Io sono seguace solo…che so…dei Rolling Stones o John Coltrane, è tutto molto più semplice.
il culto di Padre Pio è paganesimo allo stato puro…
Concordo con Lidia
Storie assurde… non c’è da aggiungere altro.
Ok, ma di celiachia non si muore. Lo ha precisato per l’ennesima volta il presidente dell’Aic. La causa di qusta morte è ancora ignota, molto probabilmente un’allergia. È presto per sparare sentenze. Anche sul comportamento del ristoratore
Straquoto. Da tecnico (sanitario). Anche perchè una reazione allergica così violentada provocare la morte o rientra tra gli eventi “imprevedibili e imponderabili” (ti punge un’ape e muori: capita 1 volta ogni 10 milioni di punture di api, ma capita) oppure sei un soggetto ad altissimo rischio e devi prevenire (sia stando attendissimo a quello che ti può far male, sia, soprattutto, portandosi dietro i farmaci, a partire dagli autoiniettori di adrenalina per intervenire subito, perchè una volta che la reazione si è innescata anche gli stessi farmaci, dati tardi, non riescono più a contenere la reazione).
Poi nello specifico la richiesta del saldo del conto da una parte appare “umanamente” inconcepibile, dall’altra può far parte di una “strategia difensiva” (chiedere il “dovuto” per non ammettere implicitamente la colpa)
Tra l’altro senza sminuire l’aspetto tragico della situazione.
Se invece del gelato Algida preventivamente ordinato il cameriere ti consegna lo stesso dolce di tutti gli altri commensali, un gelato con biscotto, forse un sospetto che ci sia stato un errore non dovrebbe sorgere?
Poi certo c’è anche la sfortuna (pare) del medico scalzacani di cui si sono fidati, che sminuiva la situazione e che “obbigato dalla madre a fare l’iniezione di adrenalina”, non sapeva come farla correttamente.
E’ anche vero che se si hanno problemi di salute gravi, non è un caso che le istruzioni prevedano che tu impari ad essere autosufficiente in emergenza, e che se un allergico sta gonfiando a vista d’occhio te ne freghi di quello che dicono e chiami comunque il soccorso.
http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/2010/08/11/368873-allergia_letale.shtml
Insomma la certezza è che il ragazzino poverino è morto, ma tutto quello che è successo intorno è molto complicato…
Mah?! Aldilà della mancanza di tatto, resta il fatto che una persona così a rischio non dovrebbe proprio mettere piede (e bocca) in un rinfresco del genere. O perlomeno il ristoratore dovrebbe esigere una liberatoria preventiva. Sono troppe le variabili in grado di trasformare l’evento in una trappola mortale: la quantità degli ospiti, il servizio, la cucina, le stoviglie…
Non c’è ancora chiarezza sulle effettive cause e quindi sulle eventuali responsabilità della morte del ragazzo; ora, a complicare le cose, arriva la richiesta di saldare il conto… ma non si era detto che la vittima si trovava alla cresima della cugina? Perché la richiesta del saldo arriva al padre del ragazzo?
in effetti la richiesta del pagamento è arrivata allo zio del ragazzo morto. Almeno così ho letto ieri sul corriere della sera.
Gentile Bernardi ho sempre pensato che “[...] l’altra faccia del cuoco-divo, stella della tivù, imprenditore di successo” fossero tutti quei ristoratori che in silenzio e lontano dalle cronache, fanno della ristorazione un sistema economico più o meno produttivo. I truffatori, i delinquenti sono altra cosa.
Commento moderato dallo staff di Dissapore
Aggiornamento dalla Gazzetta del Mezzogiorno:
FOGGIA – «E’ stato solo uno spiacevole equivoco, figuratevi se con tutto quello che è successo il mio assistito chiedeva il conto alla famiglia del ragazzo». E’ quanto dichiara l’avvocato Leonardo Maruzzi, legale del titolare del ristorante di San Govanni Rotondo, in provincia di Foggia, dove lo scorso 8 agosto durante una festa di battesimo è morto Davide Perta, un ragazzo celiaco e poliallergico di 16 anni, residente a Bologna la cui famiglia è originaria di San Marco in Lamis. Ieri la famiglia della vittima ha reso noto che qualche giorno fa è giunta a casa della nonna del giovane una telefonata da parte del ristorante in cui si chiedeva il pagamento del conto, circa 2.000 euro, di quel tragico pranzo.
«La spiegazione è semplice – spiega il legale – la telefonata è stata fatta da una dipendente del ristorante, appena rientrata dalle ferie che non sapeva nulla di quello che era successo. Inoltre ha chiamato non la famiglia Perta ma la famiglia dei genitori della bambina festeggiata del battesimo (una cuginetta della vittima ndr) che ha un altro cognome».
In quel momento in casa c’era però la madre di Davide che si è fatta passare la cornetta e ovviamente non ha preso bene quella richiesta. «Anche il mio assistito si è arrabbiato per l’errore della sua dipendente – sottolinea l’avvocato Maruzzi – ma poi ha capito che si è trattato di un errore commesso in buona fede».
«Certo il conto del ristorante, prima o poi, qualcuno dovrà pagarlo – spiega l’avvocato – Perta era un invitato, non ha organizzato lui la festa, l’ha organizzata il cognato. Il conto, infatti, non è stato chiesto al padre ma allo zio della vittima. Le due famiglie hanno cognomi differenti, quindi la dipendente, che era appena tornata dalle ferie, non si è accorta chi stava chiamando. Ripeto solo un equivoco»
Il titolare del ristorante, che si trova all’interno di un hotel molto noto a San Giovanni Rotondo, è indagato per omicidio colposo.
Secondo una prima ipotesi a Davide è stato fatale un biscottino ai cereali contenuto all’interno di un gelato. La madre del ragazzo sostiene di aver presentato al ristoratore prima del pranzo la lista degli alimenti che il giovane non poteva mangiare. «Siamo in attesa degli esiti dell’autopsia e in particolare degli esami istologici e tossicologici – spiega il legale -. Questi ultimi saranno pronti tra 60 giorni, secondo quanto riferito dai consulenti del Pubblico ministero. Il mio assistito mi ha riferito che la madre gli ha riferito che il figlio era celiaco, comportandosi di conseguenza nella preparazione del pasto, ma non che avesse altre allergie. La madre sostiene il contrario».
Ammetto la complessità della situazione, e quanto sia difficile capire cosa esattamente abbia provocato la morte del ragazzo.
Quello che è certo, è che siamo un paese arretrato in materia di cucina per allergici, nel senso che molti cuochi sono poco o male informati. Non tutti ovviamente. Poter uscire a mangiare un boccone dovrebbe essere un diritto per chiunque, ma in effetti non tutti possono permettersi di farlo a cuor leggero.
L’allergia alimentare(non intolleranza)è un problema che tocca una persona a me molto cara, quindi lo conosco da vicino.
L’allergia grave in molti casi è un handicap vero e proprio, se considerate che certi soggetti non possono proprio vivere come gli altri.
Saper cucinare per allergici ed intolleranti, e quindi conoscere le tecniche, le precauzioni da prendere e poter offrire un prodotto in sicurezza, dovrebbe essere obbligatorio come l’haccp.
A Roma vedo addirittura pasticcerie che dicono di fare prodotti senza uova, ma io non posso comprarli comunque. Effettivamente non hanno uova nella ricetta, ma vengono lavorati in macchinari che non sono completamente privi di tracce di uovo.
Ora, posto che se uno è così tanto allergico da rischiare la vita ci pensa da solo (lui o chi per lui) a fare tutti gli accertamenti del caso, ammettete che in una vita intera al soggetto allergico possa capitare di fare un errore di valutazione? Dopotutto mangiamo tutti i giorni e più volte al giorno, per uno allergico è potenzialmente un campo minato.
Sarebbe bello se la legge regolamentasse anche questo genere di cose.
Per non parlare delle etichette dei prodotti che si trovano sugli scaffali dei supermercati, che solo ora, dopo tanti anni di lotte dei consumatori, iniziano ad indicare gli allergeni che potrebbero essere contenuti all’interno.
Ripeto: l’abilitazione a cucinare per persone allergiche dovrebbe essere un requisito obbligatorio come l’haccp.
La “fregatura” è che ci sono eventi imponderabili e imprevedibili. Ricordo il caso di una poveretta che ebbe una gravissima reazione allergica per aver mangiato della pizza bianca che era stata tagliata con un coltello usato per tagliare della pizza con la mozzarella e che ne recava ancora le tracce, minime ma sufficienti da innescare la crisi.
Puoi fare tutte le normative del mondo, ma il “normale” pizzaiolo non potrà mai adottare nella routine quotidiana procedure blindate a prova di eventi del genere (anche perchè sta facendo il suo mestiere, non l’allergologo scientificamente consapevole di tutte le possibili sfumature della questione). Se leggete con attenzione ci sono etichette di una comune pasta “nostrana” che riportano (in piccolo, ovviamente) che se la pasta è stata prodotta nello stabilimento A (e non nel B – per altro con un’indicazione numerica farraginosa) potrebbe contenere tracce di uovo. Lo spaghetto “aglio e olio” cucinato da una zia distratta potrebbe determinare comunque una tragedia in chi è fortemente allergico all’uovo.
Purtroppo chi è affetto da questi problemi deve mettere in conto la possibilità di un incidente ed essere in grado di riconoscere precocemente la reazione e di trattarla altrettanto precocemente e in maniera adeguata (e spesso agendo con l’idea che è meglio trattare “troppo anche se inutilmente” piuttosto che farlo “a ragione, ma troppo tardi “) cosa che pare sia accaduta nel caso descritto.
Mi trovi d’accordo sul fatto che ci siano eventi imponderabili.
E sono d’accordo che un pizzaiolo non faccia l’allergologo, ma ti ssicuro che quando andiamo in pizzeria e ci mettiamo a spiegare tutte le problematiche, tra cui quella di non tagliare la nostra pizza con un coltello o rotella che sia stato a contatto con uova, maionese, pollo, etc etc etc, non tutti sono felici di ascoltarti mentre dici “No, scusi, e che altrimenti potrebbe morire”. Senza contare la paura di dar da mangiare ad uno allergico.
Io proponevo un corso per abilitare gli operatori del settore (nei quali mi includo) alla cucina per allergici, anche per tutelarli. Sapendo quante inezie (vedi coltello sporco) possono minare la vita di un essere umano, una profonda informazione in merito ci farebbe lavorare più sereni.
Poi lo so che certe cose sono impossibili da realizzare, ma forse un corso così sarebbe anche interessante, no?
Da un punto di vista teorico l’idea sarebbe perfetta. Ma. Intanto, come saprai le pizzerie (limitandoci all’esempio fatto) sono ormai in buona parte gestite da extracomunitari che spesso hanno problemi nella comunicazione di base (ovvero, parlano “più o meno” l’italiano).Ed esprimere “al volo” le problematiche allergologiche del cliente in un locale affollato ….
Ma in ogni caso puoi formare il titolare ? Uno o più addetti ? Ma in locali in cui l’impiego di personale avventizio o occasionale è frequentissimo, il corso “una tantum” quale reale sicurezza darebbe ? E, soprattutto, specie nei locali con smercio al taglio o nei sabato sera, con un via vai convulso di clienti e ordinazioni, la “distrazione” da parte anche del più “formato” degli operatori è sempre in agguato.
Ripeto che a mio parere il soggetto a rischio deve essere formato a riconoscere i sintomi e ad autotrattarli precocemente in maniera energica con gli appositi farmaci. E se uno è così allergico da dover andare in giro con l’autoiniettore di adrenalina … forse sarebbe opportuno che evitasse quelle situazioni di caos (tipo la pizzeria affollata o il “pranzo di cerimonia” ) in cui aumenta il rischio di incidenti da distrazione
premesso che il nostro ristorante è affiliato all’AIC e che quindi sia io che i responsabili di settore abbiamo svolto il corso di base sulla cucina senza glutine, vorrei solo pregarVi di metterVi per un attimo nei panni di un ristoratore (non un medico) che si sente dire dal cliente che alcuni degli alimenti più comuni in cucina (non Kryptonite, Adamantium o … ma uova latte farina) possono causare la morte…..!!!! come Vi comportereste Voi? Io conosco medici che in condizioni di particolari allergie a farmaci si sono rifiutati di operare il paziente… e noi che dovremmo fare? io personalmente mi sono rifiutato per due volte di preparare il pranzo a persone che mi hanno detto di essere allergiche (non intolleranti) a particolari alimenti ed in un caso ho dovuto sentirmi accusare di razzismo ed insensibiltà! Ora però la domanda è: ma posso rischiare la vita aumentando in maniera esponenziale le possibilità di contaminazione degli alimenti andando a mangiare in un posto dove non conosco perfettamente il grado di preparazione (su specifiche tematiche ) di tutto il personale che ci lavora?? Voglio rischiare la mia vita o quella dei miei cari, affidandola a persone che magari stanno lavorando in quel posto , magari in prova, magari in stage, magari…..perchè anche il semplice lavapiatti può sbagliare nel consegnarmi (a me chef informato e preparato) una posata o un tegame contaminato! Decidiamo di non prendere l’aereo per non affidare le nostre vite alla migliore tecnologia e ad uomini con anni di addestramento e poi…..ci fidiamo di un povero ristoratore??? Ci dovrebbe essere una legge che vieta in presenza di assoluta certezza di rischio, di somministrare alimenti, e sopratutto il buon senso di chi ha problematiche “serie” di non scaricare le responsabilità su persone che spesso in buona fede cercano di assecondarle……
Perfettamente d’accordo. Il problema è che occorre appunto professionalità e coscienza.
Uno “rifiuta” il cliente a rischio e già questo può destare scandalo. Ma nel contesto di un pranzo con decine di partecipanti il rischio aumenta. Ma aumenta anche il rischio di perdere un cliente “significativo” …se uno fa troppo il “difficile”
La frase scritta da Paola:
“viviamo in una nazione profondamente ignorante e irrispettosa”, aggiungendo, “popolata da persone governate da una ipocrisia ai massimi livelli”, descrive molto bene quella che è la patologia di questo paese.
certo son cose che stravolgono il senso della normalità: dài del gelato a un bambino, gesto normale anzi buono per cui meriti un sorriso, e quello muore per il tuo gesto. Muore… pertanto capirei se dietro a certi commenti feroci verso i genitori “disattenti” del bambino, apparsi a corredo di un po’ tutti gli articoli pubblicati in rete, ci fosse lo stesso indirizzo IP: capirei che a scriverli non è un mostro insensibile, che la sua non è rabbia incredula bensì inconcepibile stravolgimento del normalità. (causa? > effetto?!)
[img]http://digilander.libero.it/le.faccine/faccinea/fiori/02.gif[/img]
Mahler, quartetto per piano
e ripeto scusate, non sapevo spiegarmi altrimenti
Considerazione forse marginale e disumana, ma tant’è. Il “bambino” era un sedicenne. Il bambino che NON può trattenersi dal mangiare il gelato “sbagliato” ha tre anni, non 14 e non 16.
Un tempo i 14 anni erano considerati come l’età in cui si era pienamente capaci di intendere e volere. Magari anche di saper riconoscere un alimento potenzialmente pericoloso.
volevo solo rivolgere una parola all’altra parte comunque sì, m’era sfuggita l’età del ragazzo.
Certo, massima solidarietà alla famiglia vittima di una tragedia, ma non cadiamo nell’italica usanza secondo cui la “colpa” di un evento negativo è sempre e completamente di “qualcun altro”. Visto anche il contesto, il vecchio detto “Aiutati che Dio ti aiuta” mi sembra sempre attuale …
Per inciso, in riferimento ad un commento apparso sopra, trattandosi di festeggiamenti per una cresima (e non, per es. dell’avvelenamento di un gruppo di pellegrini) diventa marginale il luogo dove si è verificato l’infausto evento
Sono mamma di un undicenne allergico alle proteine del latte.
In casa oramai è tutto ok,ma quando capita di andare fuori devo sempre accettarmi di quello che preparano e come.
Anche una pizza può essere pericolosa :spesso nell’impasto mettono il latte..
Andiamo in posti che conosciamo,ma vedo che c’è comunque molta ignoranza in materia.
Quando dico che mio figlio è allergico mi sento rispondere “ma
qui mettiamo mettiamo solo un po’ di burro…”
Comunque è vero che i primi ad stare attenti dobbiamo essere noi:se non si è sicuri meglio evitare.
Tragedia nata e consumata nell’ignoranza.
Anonimo wrote: c’e da tenere presente che aldo montale CI HA MESSO 10 MINUTI X ARRIVARE IN OSPEDALE….
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Ed “Eugenio Montano” invece quanto ci ha messo?
• sentenza del 23 set: non fu il gelato a causare il decesso, il ristoratore è stato prosciolto
ma dove vogliono arrivare i genitori???tanto casino—-dicono di essere addolorati….ma escono ovunque.–xke non fanno riposare in pace quel povero ragazzo—e attender gli esiti—-sicuramente x mettersi in mostra….
Mia figlia non è allergica a nulla pare lievemente intollerante al lattosio, mia moglie fa la farmacista, da quando è nata (sono 6 anni) non andiamo in ristoranti di cui non conosciamo personalmente la pulizia e gli ingredienti che utilizzano.
Il ragazzo non solo era celiaco ma anche poliallergico, aveva 16 anni, non un poppante, ed i genitori avrebbero dovuto vigilare attentamente, soprattutto perchè erano ad un ricevimento, dove tutti mangiano le stesse cose. Adesso il ristoratore si trova indagato per omicidio colposo, per un conto di 2.000 euro e magari per un errore di uno dei suoi camerieri, immaginiamo ora che la sala potesse essere per centinaia di persone rendetevi conto di come la collaborazione dei genitori e del ragazzo era fondamentale per evitare la tragedia.
Comunque l’evento avverso non è così raro e improbabile
Anche lo schermidore Montano, allergico al latte ha corso i suoi rischi
http://www.repubblica.it/sport/vari/2010/08/21/news/paura_per_montano-6418452/
condivido pienamente questo commento…i genitori cosa hanno fatto per evitare il tutto??? possiamo solo dire che non hanno fatto gran che’ visto che ke non si sono precipati a portare il ragazzo in ospedale…solo loro potevano salvarlo…nessuno altro…nenche il dottore presente,….solo loro sapevano le condizioni fisiche del ragazzo.IN QUEL MOMENTO…..
UNA COSA MI FA RABBIA….XKE’ CERTE MALATTIE, ALLERGIE, ECC NON VENGONO ACCETTATE E DETTE??? A VOLTE SONO FATALI….
c’e da tenere presente che aldo montale CI HA MESSO 10 MINUTI X ARRIVARE IN OSPEDALE….
E DAVIDE PERTA ce ne avrebbe messo 4 minuti….makkeeeee….troppa negligenzada parte dei genitori.!!!mi dispiace