Il cibo sopra Berlino
Di quell’affascinante agglomerato urbano che erano le due Berlino ho ricordi intensi. Nel 1982, anno della mia prima visita, il muro oggi oggetto di celebrazioni era una presenza reale che legava due mondi complementari. L’uno si specchiava nell’altro, l’uno esisteva per ribattere all’altro. Avevo poco più di vent’anni e il cibo già marcava le emozioni del mio viaggio. Ho accarezzato il muro dal lato di Kreuzberg superandolo sottoterra con il metrò. I lugubri bagliori delle stazioni illuminavano le guardie di regime—i Vopos—promemoria d’inaccessibilità.
La parola globalizzazione non era stata inventata eppure entrambe le Berlino mostravano ai miei occhi italiani un mondo assai più ampio di quello cui ero abituato. In tutti i sensi.
All’Ovest, il 6° piano del grande magazzino KaDeWe, era il Feinschmeckeretage, il piano dei buongustai. Riuniva delikatessen provenienti da tutto il mondo, accessibili a chiunque avesse curiosità e denaro sufficienti per avventurarsi in cibi, consistenze, cotture ignote. Eataly e gli altri caravanserragli del cibo erano lungi dall’essere immaginati in Italia. Lì invece tutto era già esibito con naturalezza.
Per strada chioschi variopinti offrivano piramidi di morbidi falafel che avrebbero impiegato più di due decenni per arrivare in Italia, e la domenica, gli enormi prati a occidente della Porta di Brandeburgo si riempivano di profumi provenienti dai bracieri della comunità turca. Al contrario, la tradizione tedesca si riuniva nel celebre Zoo di Berlino. Già alle sette del mattino dei giorni festivi si vedevano lunghe tavolate fare colazione con birra e wurstel, mentre una formidabile banda intonava musiche classiche e popolari.
Passando dall’altra parte del muro, ricordo il pranzo nel ridondante ristorante della Staatsoper, lungo Unter den Linden. Sembrava un film in bianco e nero, cibo povero servito in stoviglie inutilmente sfarzose. Nel tavolo a fianco gli ufficiali sovietici stappavano champagne, e l’apparizione di Marlene Dietrich non mi avrebbe stupito.
Di tutt’altro tenore la prima pizzeria italiana, e il self-service della Alexanderplatz: lì mi colpirono le posate, di una lega metallica leggera come non l’avevo mai sentita. L’acciaio era un bene di lusso. Berlino est era grandiosa. Tra musei, teatri e bierstube offriva una visione diversa ma non meno orgogliosa della gemella, che però non si vedeva nelle mappe, quasi fosse un fantasma. Ssfidando le regole che limitavano il movimento dell’ospite occidentale a confini ben precisi, sono salito su un autobus lasciandomi trasportare verso est. Il caso mi portò in un villaggio rurale dove era in corso una festa popolare. Io, ospite, fui accolto con stupore e naturalezza, e quel giorno speciale è indissolubilmente legato al ricordo della gran quantità delle frittelle di mele che mi vennero offerte. Memoria olfattiva
Oggi si ricorda la caduta del muro di Berlino, la “mia” immagine è quella di Mstislav Rostropovič che suona il violoncello tra il battere dei martelli, e la vostra qual è?









Ricordo Roger Waters: Berlino, in Potsdamer Platz, il 21 luglio 1990. anche gli Scorpions suonarono.
E pensare che il p.c.i si è sciolto forse nel 1991?
Sempre in ritardo…
Anche per me Rostropovich: ma per la sua semplicità, per come ai miei occhi lontani, un uomo, non solo un artista, avesse sentito la necessità di andare lì sotto a suonare, senza niente, col cappotto e il suo violoncello.
Significava emozione e partecipazione, sentimenti un po’ lontani per chi come me, e credo la maggior parte degli italiani, non era perfettamente al corrente del significato del Muro: era qualcosa di lontano, una nota situazione politica, quasi una entità astratta, una nebbia di confini e collocazioni, non certamente una concreta e terribile separazione negli animi e nel cuore della gente. Il vuoto.
Nel 1985 feci un giro in Germania e mi spinsi ad est fino a Beireuth: mi sembrò di esser arrivato ai confini del mondo, sull’orlo del precipizio, quando in autostrada vidi le indicazioni Lipsia/Berlino da un lato e Praga, dall’altro. Cortine di ferro, anche mentali.
Avrei fatto fatica a pensare alla possibilità di frittelle di mele, quelle che Dan ha avuto la fortuna di assaggiare e soprattutto conservare nella memoria.
Wagner era a Bayreuth, oltretutto gemellata con La Spezia!
Beireuth non so, forse dalle parti di Beirut… e anche lì le parole est -ovest, i muri, politici e religiosi, speriamo possano crollare.
Fabrizio, non sapevo come fartelo notare…
anch’io vedevo un gemellaggio con Beirut, Israele, muri del pianto
avevo 9 anni, perciò più di qualche tg sbiadito no ho grandi ricordi… ho un ricordo delle belle sensazioni, che allora non potevo capire, l’attesa per quella “festa”, il ricongiungimento con i fratelli dell’ovest…
ma il vero motivo per cui volevo commentare era per dire che il 6° piano del KaDeWe è ancora una roba notevolissima, davvero spettacolare…solo la Boqueria di Barcellona mi ha colpito così tanto!
Una ragazza di quarta ginnasio accende la tv perché s’è stufata di scrivere un banalissimo tema, e la storia entra nella cucina di casa sua. Berlino è dentro di me, e cambia come me. Ogni volta che ci torno è diversa, sebbene ormai la Potsdamer Platz mi stranisca: mi sentirei un po’ in Nordamerica se non fosse che, osservando dal centro, si vede la Porta di Brandeburgo.
Ah, dimenticavo la postilla gastronomica. Per me Berlino è il luogo della Currywurst con Pommes, che sono di casa pure qua in Rheinland-Ruhr. L’ultima volta che ci siamo stati, a febbraio, i nostri amici residenti ci hanno portato in un locale che è poco più di un chiosco. Si chiama Curry 36, lo trovate al volo su Google, e mi dicono sia sempre pieno di avventori di tutti i tipi. Il cibo è ottimo, addirittura a buon mercato, e fa veramente parte dell’atmosfera perché ci mangiano i berlinesi veri. Non si può passare per Berlino senza sbafarsi una Currywurst..
Agosto 1990, a Berlino per lavoro. Il muro è mezzo su e mezzo giù. Una sera chiediamo ai colleghi tedeschi di indicarci un ristorante con un’anima. Ci danno un indirizzo a est. Attraverso zone deserte e senza colori, il taxi ci porta davanti a un palazzo ottocentesco, una volta casa di una importante famiglia di commercianti di tessuti, su un canale. C’è una luce da quadro di Magritte. Saliamo uno scalone elicoidale di marmo, al primo piano un locale mozzafiato, elegante con allure d’altri tempi. Unici clienti, ci sediamo in una delle sale, piccola e affrescata con il trompe-l’oeil di una limonaia. Cena squisita, ma è il servizio che ancora ricordo come la cosa più commovente: i camerieri impeccabili e gentili che servono gli unici clienti nel lusso di quel posto fuori dal mondo in mezzo a Berlino est. Erano lì sospesi, chissà cosa dovevano avere visto del prima, in quel posto da ricchissimi. Come essere su un Titanic che va a picco in mezzo a un porto in festa. Il conto fu ridicolo. Oh, morire se mi ricordo il nome del posto
Bello cercare un ristorante con un’anima, Chiara.
Chissà se qualche lettore c’è stato (ante o post muro) e riesce ad aiutarti a completare il tuo ricordo.
Mi improvviso telemaniaco stile “C’è posta per te” o “Chi l’ha visto”: se si palesa, con onesta certezza che stiate parlando dello stesso ristorante, organizzo pranzo da Davide Oldani per farvi incontrare e servizio da pubblicarsi qui.
Titolo? Ovviamente “Deutsch Amarcord”
Anche io ricordo un sonnacchioso pomeriggio sui libri. Credo che a Naapoli facesse abbastanza caldo. Ero in primo ginnasio. Figurarsi, studiavo i Fenici……e poi BOOM vidi ragazzi e ragazze poco più grandi di me in jeans e chiodi di pelle che si arrampicavano, saltavano, ballavano si baciavano piangevano ridevano. Che brutto essere così giovani e già sentirsi così poco parte della storia con la S maiuscola
Io avevo 8-9 anni e non mi ricordo un accidente.
In compenso dello stesso anno ricordo quasi tutti i piatti che assaggiai nel nostro viaggio estivo in Danimarca, in particolare la Oksekødsuppe che si mangiava al ristorante Golf Salonen di Viborg.
In compenso ho eccellenti ricordi della Polonia e dell’Ungheria pre-muro (rispettivamente 1987 e 1988).
Uno dei fratelli di mia nonna abitava a Berlino quando l’hanno costruito. La sua casa è rimasta sul lato Est e lui con moglie e figli sono rimasti bloccati di là per molti anni. Da un giorno all’altro separati dal resto del mondo.
Una volta è riuscito ad avere un permesso per uscire con la famiglia e non è più tornato. Da un giorno all’altro, per riavere un po’ di libertà, costretti a lasciare casa, lavoro e molte relazioni senza sapere se avrebbero mai avuto occasione di rivederli. Che cosa assurda!
e difficile spiegare a chi non lo ha visuto,che vuoi dire non poter liberalmente andare da un paese all’altro. eppure io ho vissuto sotto un regime molto piu libero da quello in CCCP e GDP.Ti senti diverso e legato,senza poter decidere per la tua vita e se ti trovi uno straccio di carta in mano,detto visto o permesso per visitare un paese diverso ti senti al settimo ciello.
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Ricordo benissimo quando mio padre è arrivato in sala da pranzo dicendo entusiasta (e forse commosso nella sua serietà):”Il muro è crollato”.
Era un modo di lasciar trasparire speranza per il futuro. Anche se ad oggi, pur abitando a Udine, ha paura ad andare in Slovenia, per lui è ancora un Altro paese, mentre per me è Europa.
Però è sempre un’emozione pensare a quei giorni.
La foto per me emblema del muro caduto?
Una mia foto fattami a Berlino alcuni giorni prima di ritrovarmi ricoverata per ictus. La fece e stampare e me la portà in rianimazione il mio ragazzo per dirmi che avevamo tante cose da fare ancora insieme. Non c’entra niente con la Storia, ma con la mia molto. Tornarci due anni dopo alla porta di Brandeburgo è stato per noi un gesto veramente simbolico.
Dimenticavo, ricordo culinario di Berlino : currywurst vicino ad Alexander Platz una giornata uggiosa di gennaio
..ci sono andata spesso e ci vado ancora a Berlino… tanti ricordi sparsi qua e là in tutta la Germania…ci ho anche vissuto 10 anni…a volte nostalgia: ah la deutsche vita!!! (che poi è il titolo di ottobre del più autorevole mensile enogastronomico tedesco)…
[...] a controllare. 3 – Vent’anni dopo il Muro. Questa settimana abbiamo ricordato com’era il cibo sopra Berlino. 4 – Nel nuovo libro di Aldo Cazzullo dal titolo vagamente razzista: “L’Italia de noantri. Come [...]