Bio è morto

Il mondo bio è in subbuglio per la ricerca dell'FSAScioccante: mangiare cibi biologici o prodotti convenzionali non fa alcuna differenza. Questo perché, dati alla mano, i contenuti nutritivi sono gli stessi. Parola di Food standards agency (Fsa), l’organismo ministeriale inglese a tutela della sicurezza alimentare, che con una monumentale ricerca su 162 studi degli ultimi 50 anni ha riacceso la guerra del bio.

La polemica.
Non ci sono differenze tra cibo bio e cibo convenzionale. Frutta, verdura, latte, carne e uova biologiche hanno le stesse proprietà nutritive degli alimenti comuni. Vacilla anche il mito del cibo biologico migliore in quanto esente da pesticidi e concimi organici: secondo la FSA, NATURALE non è sinonimo di SANO, e anzi, l’assenza di trattamenti chimici favorisce lo sviluppo di muffe e tossine dannose alla salute. È la fine di un sogno? Presto per dirlo, il mondo del bio si difende e contrattacca respingendo al mittente le conclusioni di FSA, accusato di aver truccato ricerche e risultati.

La ricerca
Non sono state svolte analisi in laboratorio. Niente provette. Nessuno scienziato ha confrontato prodotti provenienti da coltivazioni o allevamenti biologici con quelli convenzionali. Niente di tutto ciò. La ricerca inglese analizza una parte dei testi accademici pubblicati negli ultimi 50 anni facendo una media dei risultati. Arrabbiati, gli scienziati di parte bio si chiedono con quali criteri siano stati scelti questi studi. E attaccano il metodo di ricerca, che considera alcuni studi e ne dimentica altri.

Le conclusioni della FSA
“A causa della limitatezza e della variabilità dei dati disponibili, oltre alla scarsa affidabilità degli studi esaminati, non risultano reali benefici per la salute dei consumatori di cibi biologici rispetto a chi fa uso di cibo convenzionale”. Come questo dubbio sia diventato certezza nel comunicato stampa della FSA rimane un mistero anche per i giornali della destra britannica, curiosamente tra i primi ad accorgersi del problema.

La ricerca dell’Unione Europea: il progetto Quality Low Input Food
Totalmente diversi i risultati della ricerca finanziata dall’Unione Europea, il progetto QLIF. Terminata nello scorso Aprile e costata 18 milioni di euro, la ricerca ha dimostrato sul campo il valore nutrizionale del cibo biologico (+25%) rispetto al convenzionale. Mangiare bio è anche più sano e sicuro, grazie ai rigorosi protocolli previsti dalla legge. Per dirne uno, l’allevamento animale in pieno campo fa registrare livelli di salmonella due o tre volte inferiori rispetto a quello intensivo. Molto più completa e articolata, la ricerca dell’Unione Europea è la prima grande inchiesta sul mondo biologico che sia mai stata fatta. Come mai non è stata inclusa tra testi presi in esame dalla FSA? Le associazioni ecologiste, inutile dirlo, vedono in questa omissione un colpevole dolo, a tutto vantaggio delle multinazionali del cibo.

Le nostre conclusioni
Se anche i risultati della FSA fossero veri, resta il fatto che qualche milione di tonnellate di pesticidi in meno all’anno, non possono che far bene a noi e, in definitiva, al Pianeta Terra. L’influenza suina è figlia degli allevamenti intensivi da milioni di maiali stipati in poche stalle, e anche l’accusa di scarsa produttività del metodo biologico non è credibile, perché ogni anno il mondo produce due volte il cibo che gli serve per nutrirsi. La ricerca della FSA ha però gettato un’ombra pesante sull’agricoltura biologica e questo, forse, era il suo vero obiettivo.




68 commenti a “Bio è morto”

  1. 1
    Roberto B. Roberto B. commenta:

    Post pressoché perfetto.
    Aggiungerei soltanto che i danni provocati dai pesticidi sono molteplici, tanti già accertati (oltre a quelli ovvi e noti a tutti, segnalerei il crollo demografico delle api avvenuto recentemente) e alcuni ancora da confermare (Alzheimer). O scoprire.

  2. 2
    Roberto Giuliani Roberto Giuliani commenta:

    Le ricerche possono essere utili quando non condizionate da chicchessia. Basterebbe andare a farsi un bell’esame delle sostanze tossiche accumulate nell’organismo, poi mangiare esclusivamente biologico per un paio di settimane e vedere l’incredibile recupero. In più, e di questo ne ho la certezza assoluta visto che mangio biologico da un anno, i cibi REALMENTE biologici, ovvero non trattati, hanno un gusto, una consistenza, un sapore e una longevità assai maggiore. Ne ho avuto la dimostrazione con melanzane, peperoni, lattuga, pomodori, frutta, tenuti anche per un mese (in frigo d’estate e fuori d’inverno), senza che questi accusassero marciumi.
    Fanno solo ridere…

    • bucanero bucanero risponde:

      Credo sia il caso di chiarirsi un po’ le idee…
      Puoi provare a leggere qui:

      http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/09/le-difficolta-del-pane-biologico/

      Così, giusto per informarsi…

      • Paola Paola risponde:

        Guarda, con tutto il rispetto per Bressanini (che leggo assai volentieri), in quell’articolo ci sono almeno due postulati errati da cui dipendono a catena conclusioni errate:

        - Quando si mettono a confronto “farina bio” e “farina normale” stiamo già invalidando l’esperimento. Che farina bio? Di quale mulino? Che tipo di grano? Quando è stata macinata? Come è stata conservata? Non si tratta assolutamente di dettagli, come chiunque si occupi di panificazione sa.

        - B. afferma che la farina bio è meno forte di quella non bio (again: errato, perché non è una verità assoluta [1]), e ne deriva che la qualità della farina bio sarebbe minore (!!!), postulando quindi che la bontà del pane è nella capacità della mollica di espandersi. E la possibilità di conservarsi per più di giorni? E la digeribilità? E ti nomino solo le variabili più macroscopiche, senza entrare in discorsi tecnici sul decadimento degli amidi etc.

        Quando poi si parla di “panel di assaggiatori” che darebbero giudizi sulle qualità organolettiche, si entra nel mondo del favolistico, dato che il pane è un prodotto profondamente influenzato culturalmente e geograficamente (e, nel caso dell’Occidente ricco, anche da studi di marketing).

        Last but not least, Bressanini dice una cosa giusta, ma ne trae una conseguenza errata: la macinazione a pietra, è vero, dà come risultato una farina dalle proprietà sempre variabili che costringe quindi a variare le ricette di conseguenza. Questo secondo Bressanini (e secondo chi panifica industrialmente) è male. Chi invece fa pani artigianali sa che è questa la sfida per il vero panettiere: capire l’impasto che ha davanti e regolarsi di conseguenza. Il pane sempre uguale non è pane: è un prodotto industriale.

        Insomma, sul pane non prenderei proprio Bressanini come fonte. Anzi, gli consiglierei di provare il pane di Eugenio Pol, e poi di farci sapere ;)

        [1] Ho visto impasti idratati al 120% e la farina era assolutamente bio

        • Marco Lungo Marco Lungo risponde:

          Hai voglia a parlare di W, di granulometria, di pietra e di grano…. quasi per dispetto, farei una bella Manital tirata a regolamento europeo, solo per misurare la forza…

          • Paola Paola risponde:

            Ecco, io non sono entrata in argomento perché molto zappa in materia di varietà di frumento… ma sarebbe ASSAI interessante leggerne! :)

            (ne approfitto per correggermi, visto che gli amidi non sono isotopi radioattivi e non decadono, ma degradano, come le dolci colline… ahem!)

        • bucanero bucanero risponde:

          Ciao Paola,

          vado subito al dunque:

          -sui tipi di farine utilizzate per gli articoli bisognerebbe leggere gli studi dell’INRAN, dei ricercatori dell’Università di Pisa e della Soil Association [associazione per l’agricoltura biologica britannica]che credo abbiano fatto le opportune valutazioni per poter definire “scientifico” l’esperimento.

          -la forza della farina? non dico nulla, consiglio di leggere qui: http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/28/la-forza-della-farina/
          Nel caso non avessi tempo riporto un pezzettino: “La farina integrale contiene più proteine, provenienti dal germe e dalla crusca, tuttavia non sono tutte proteine che producono il glutine. È per questo che panificare con la farina integrale é più complicato”

          -se parliamo di sapore credo che anche su “scienza in cucina” si dica a chiare lettere che il “pane bio” abbia un sapore “migliore”…

          -per tagliare la testa al toro: “Lo studio ha considerato del pane ottenuto con farina integrale. Il tipo di macinazione del grano influiva, sul gusto, più dell’origine, biologica o convenzionale, del grano. Questo significa, visto che lo studio non è certo esaustivo e si è limitato a considerare poche varieta di grano, che usando una farina di questo tipo quanto meno si deve riformulare una ricetta per venire incontro alle diverse caratteristiche della farina macinata a pietra.”

          Ah, per quel che riguarda il “panel di assaggiatori”, beh, è solo stato riportato uno studio statistico…

          Posso quindi affermare che postulati non ne ho letti.

          • Paola Paola risponde:

            Riporto dal De Mauro: postulato, principio o proposizione ammessa come vera, ma non dimostrata, necessaria per spiegare un fatto o per procedere a una dimostrazione o per fondare una teoria.

            Se diamo per scontato che la forza della farina ne indichi anche una migliore qualità, stiamo adottando un postulato. Difatti, dopo aver riportato studi secondo cui la “farina bio” sarebbe meno forte di quella “non bio” (per minor presenza di azoto e per differenti valori granulometrici — che però ricava da altri studi), cito verbatim da Bressanini: “Siamo di fronte ad un apparente paradosso: nonostante la *****qualità inferiore media***** della farina il pane biologico viene prodotto, acquistato e apprezzato regolarmente.” Come Aristotele insegna, se la premessa è sbagliata, la conseguenza sarà anche errata, e non è vero che la qualità della farina bio è inferiore.

            In questo sta l’”abbaglio” di Bressanini, nel prendere uno studio agrotecnico in cui si afferma: “la varietà x a coltivazione non bio rende di più, e con parametri più stabili, di quella y bio” e di fargli affermare che la x non bio è migliore di y bio. Perché quello che lo studio afferma è solo che ci sarà quantitativamente più farina con caratteristiche tecnologiche più stabili, che è “migliore per la panificazione” perché stiamo parlando di macchine, e non di uomini, che non hanno la possibilità di valutare le differenti reazioni dell’impasto. E visto che ormai di panettieri che fanno completamente a mano il pane ce n’è sempre drammaticamente di meno, avere una farina con caratteristiche stabili è diventato un indice di qualità, sì, ma per i panifici industriali!

            Insomma, sarebbe come mettere a confronto l’allevamento di trote e la pesca della trota, dicendo che la prima rende di più, e dà trote della stessa grandezza tutto l’anno. Grazie all’uhmpf, direbbero a Roma :)

            Quello della farina integrale è un altro discorso, poi, e rischia di confondere ulteriormente le acque: farina integrale NON vuol dire farina bio, ma vuol dire farina con percentuale di ceneri superiore. Puoi trovare farina integrale bio o non bio. E t’assicuro che panificare con una buona bio integrale non è affatto “complicato” (anzi, se capiti nel freddissimo Nord ti faccio provare a mettere in forma due impasti, un pane bianco al 57% di idratazione e un integrale al 60… non vorrai far altro che lavorare farina integrale dopo) ;)

          • bucanero bucanero risponde:

            mi dispiace non avere tempo a sufficienza per rispondere con maggiore profondità, ma lo farò comunque stasera :)

            In breve mi sembra di poter riaffermare che l’articolo di Bressanini da me citato non fa altro che riportare lo studio dell’INRAN, dove è chiaramente indicato che:”Il grafico che vedete, tratto dall’articolo citato, riporta visivamente l’influenza sulla forza della farina del tipo di coltivazione. Vedete come le farine biologiche prese in considerazione dagli autori abbiano un contenuto proteico inferiore alle farine da grano convenzionale, e una forza mediamente più bassa, anche se mediamente sufficiente per la panificazione.”

            Si parla di W (forza della farina) e di panificazione “massiva”…poi, i casi particolari vanno analizzati, ma non possono essere usati come dati assoluti per confutare delle tesi sperimentali che hanno ben altri parametri rispetto al pane che faccio io in casa, ad esempio :)
            Di solito, prima di poter trarre delle conclusioni non basta uno studio…

          • Paola Paola risponde:

            Bucanero, provo a ridirlo spiegandomi meglio.

            Io affermo che a W (indice di forza) maggiore non corrisponde farina migliore, come ***sembra credere*** Bressanini quando trae le ***sue*** conclusioni e parla di “farine qualitativamente inferiori” perché con una percentuale inferiore di di gliadine e glutenine. Questo è la conclusione errata di Bressanini (e non degli studi che riporta): “Siamo di fronte ad un apparente paradosso: nonostante la *****qualità inferiore media***** della farina il pane biologico viene prodotto, acquistato e apprezzato regolarmente.”

            E non ho detto che le fonti citate non siano affidabili, ne ho lette solo un paio e sulla parte agrotecnica non ho le competenze per essere d’accordo/confutarle. Sto dicendo solo che in quell’articolo B. ne fa un uso ‘biased’, fosse solo nell’affermazione sopra riportata. E che quindi non lo proporrei come punto di partenza per dirimere la questione “bio/non bio”[1], come tu invitavi a fare a inizio thread.

            Spero di essere stata più chiara!

            [1] E tanto per ritornare in topic, io mi unisco a chi al concetto di ‘bio’ (vago, pretestuoso, a volte truffaldino, siamo tutti d’accordo) preferisce il concetto di ‘tracciabile’.

          • bucanero bucanero risponde:

            Spero di riuscire a charire (anch’io :) ) che la forza della farina (misurata in W) non esprime di certo una misura della qualità della stessa in senso “generale”, ma farine con una percentuale di gliadine e glutenine maggiore, permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica, quindi supportano e sopportano una lievitazione più lunga, tutto a vantaggio della digeribilità del pane ottenuto.

            Beh, evitando di leggere le fonti, spesso in inglese (quindi lunghe da leggere) e con contenuti a volte un po ostici, basterebbe leggere l’articolo da me citato fino in fondo 8) , tipo dal capoverso “Le biotecnologie e il sistema di valori dell’agricoltura biologica”, così, giusto per capire che la citazione non era per nulla errata…

            Saluti

          • Paola Paola risponde:

            Attento perché mi sa che sei incappato anche tu in un equivoco che mi capita di trovare spesso in blog e siti di panificazione amatoriale italiani (per correttezza, aggiungo, lavoro come aiuto-panettiera: io non conto un cavolo, ma i panettieri con cui ho e ho avuto la fortuna di lavorare e confrontarmi sono bravissimi e quel po’ che so lo devo a loro)

            > farine con una percentuale di gliadine e glutenine maggiore,
            > permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica,
            > quindi supportano e sopportano una lievitazione più lunga,
            > tutto a vantaggio della digeribilità del pane ottenuto.

            Parti da una considerazione esatta, ma ti inginepri anche tu in conseguenze sbagliate.

            E’ vero che più gliadine e glutenine permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica, ma
            a) non tutti i pani sono baguette o ciabatte che hanno bisogno di mollica estensibile (meno male, aggiungo) :)
            b) un impasto quando matura, matura, oltre quel tempo non si ottiene un prodotto migliore, e mica tutti sono geni come il Bonci, che gioca con i limiti di maturazione del glutine! (e non lievitazione, attenzione: è la maturazione di un impasto che incide sulle sue qualità organolettiche)
            c) tutte le trasformazioni di cui sopra (e soprattutto la digeribilità del prodotto) non dipendono solo dalla farina, ma anche dal tipo di lievitazione, e quindi qui si partirebbe per un’altra e infinita tangente (e ce sparano, a sto punto, a ragione) ;)

          • bucanero bucanero risponde:

            Paola, ti riporto, brevemente, le mie linee “guida” (solo lievito di birra):

            Per fare bene il pane bisogna soprattutto (o addirittura soltanto :) ) effettuare una corretta lievitazione.
            Con gli impasti con lievito di birra abbiamo due fasi, una, che chiameremo “alcolica”, e l’altra, la maturazione, è quella “lattica”, che io faccio in frigo.
            Innanzitutto, i batteri lattici presenti nella farina hanno bisogno di tempo per attivarsi.
            Quando usiamo grandi quantità di lievito (i famosi 25 gr su 500 gr) non facciamo altro che consumare tutto l’ossigeno contenuto nell’impasto in poche ore, con il risultato di avere l’impasto già in fase conclusiva della fermentazione alcolica; quindi i batteri lattici non avranno alcuna possibilità di moltiplicarsi.
            Se usiamo meno lievito, dopo tre ore, al risveglio dei batteri lattici vi sarà ancora dell’ossigeno nell’impasto ed i batteri lattici avranno ancora la possibilità di moltiplicarsi.
            Quando poi l’ossigeno sarà completamente consumato, anche i batteri lattici inizieranno la loro fermentazione che trasforma gli zuccheri in anidride carbonica e acido lattico.
            In questo caso servono almeno 7/8 ore.
            Con la fermentazione lattica miglioriamo la qualità dell’impasto per sofficità e sapore.
            Grazie alla presenza di acido lattico nell’impasto miglioriamo l’elasticità del glutine e avremo un’alveolatura più sviluppata.
            Nella cottura gli acidi lattici si combineranno con l’alcol formando dei componenti altamente aromatici che doneranno profumo all’impasto e ridurranno il tipico sapore del lievito di birra.
            Perchè il frigo? Per gli zuccheri semplici, che nella farina sono pochi.
            Affinchè i lieviti si possano moltiplicare e poi fermentare, è necessario che gli amidi della farina vengano trasformati in zuccheri semplici.
            In frigo il metabolismo dei lieviti si blocca (o meglio, si rallenta molto), mentre le reazioni chimiche dovute alle proteine, anche se rallentate dal freddo, continuano.
            L’impasto al mattino successivo avrà un contenuto di zuccheri semplici molto più alto di quello della farina e pertanto la lievitazione avverrà in maniera molto più più veloce.
            Ecco, il pane a casa, più o meno, lo faccio così…
            Ah, uso farina di tipo1, il “buratto” del Mulino Marino, farina bio…nel senso che non mi interessa la parola “bio”, m’interessa la qualità in sè del prodotto. ;)
            Mo’ di sicuro mi sparano…

      • gianna ferretti gianna ferretti risponde:

        Alcuni dei lavori citati dal Prof. Bressanini non sono su peer-reviewed journals. Sai che sarebbero stati esclusi dalla ricerca del team inglese? che ha considerato solo articoli pubblicati su riviste scientifiche. E’ uno dei criteri adottati per escludere o includere i papers.

  3. 3
  4. 4
    fabrizio scarpato fabrizio scarpato commenta:

    Cerco di fare un ragionamento a cascata. Tra una grande azienda agricola che produce in serra, intensivamente, senza rispettare le stagioni e una azienda medio-piccola (la maggioranza in Italia) che produce seguendo la stagionalità, cercando di ottenere il massimo delle qualità nutritive e organolettiche nei suoi prodotti, io scelgo la seconda. Scelgo senza chiedermi se fanno biologico, né chi lo fa: perchè mica è detto che la grande azienda non faccia biologico, o non usi pesticidi, tuttavia i suoi prodotti risultano meno affidabili e più standardizzati di quelli della piccola azienda.
    Tra due piccole aziende delle quali una fa biologico, io scelgo la più vicina, quella che conosco, indipendentemente dal tipo di coltivazione: la applicazione di una etichetta e una certificazione non fanno la differenza. La differenza sta nello scrupolo, nella passione, nella compatibilità della produzione di una azienda.
    Tanto più che le aziende medio piccole hanno problemi a certificarsi bio, sia perchè devono seguire troppa burocrazia, troppa “carta”, dovendo esse dimostrare di seguire il biologico, sia perchè nessuno verifica dal punto di vista agro – biologico, la bontà del suo reale processo di conversione o coltivazione (fonte Aiab).
    Allo stesso modo le aziende chiedono possibilità di consorziarsi e ottenere certificazioni collettive o addirittura invocano una possibilità di autocertificazione.
    Tutto questo perchè? Cosa le distinguerebbe dal produrre con scrupolo, anche secondo tradizione? Sicuramente la certificazione bio è una etichetta commercialmente importante, che è importante ottenere.
    Un Istituto di certificazione scrive dei vantaggi di comunicazione e di marketing che comporta scegliere la certificazione bio giusta per il mercato giusto: infatti l’applicazione del metodo biologico consente di comunicare al mercato l’impegno aziendale per l’ambiente e insieme alle certificazioni utilizzate è uno degli elementi del marketing per l’azienda che deve affrontare i mercati locali e internazionali (IMC).
    Insomma tutti noi preferiremmo prodotti sicuri, buoni e nel rispetto dell’ambiente: ma non tutti hanno un orto, non tutti conoscono un contadino, men che meno biologico, molti di noi vanno al mercato o nella grande distribuzione. E’ qui che occorre uno sforzo per ridurre la filiera, per favorire le piccole aziende locali, per dare al termine biologico un significato più vero, non discriminante e meno commerciale, abbassandone i costi sia per i produttori che, di conseguenza, per i consumatori.

  5. 5
    gianpaolo gianpaolo commenta:

    L’importanza maggiore del biologico sta nel diverso tipo di agricoltura al quale costringe, senza la possibilita’ di forzature eccessive che alla fine possono appiattire le caratteristiche del prodotto. Puo’ anche darsi che i risultati per l’organismo non siano apprezzabili, ma la maggior parte delle volte sono apprezzabili in termini di autenticita’ dei sapori. Anche l’effetto sull’ambiente non e’ trascurabile, anche se probabilmente si potrebbe fare di piu’, per es. il problema dell’uso del rame che e’ pur sempre un metallo inquinante. Se l’ideologia non ci tappasse gli occhi, forse si potrebbe prendere in considerazione l’uso di OGM da coltivare col metodo biologico per avere il meglio dei due mondi.

  6. 6
    Chefclaude Chefclaude commenta:

    Confesso una certa ignoranza in materia, pur cercando e utilizzando il biologico (quando mi è possibile) anche sul lavoro, e in generale anche o piuttosto (come ha ben detto qualcuno) i prodotti di filiera corta, o cortissima: ma ho una certa paura o diffidenza proprio sulla terminologia. Ho infatti timore che “biologico” tenda a sostituire “naturale” nella indeterminatezza di contenuti, e di senso.
    Diciamo che oggi sono piuttosto pragmatico nella scelta, ma che sento però anche la necessità di fidarmi di regole che superino questo tipo di pragmatismo individuale (molto faticoso da portare avanti).

  7. 7
    DirettorTonelli DirettorTonelli commenta:

    Premesso che il biologico (come movimento e come concetto) è una cagata pazzesca forse ancor peggio della corazzata di paolovillaggesca memoria poiché la deriva sarà quella del ‘dietro il bollino niente’, bisogna notare come questa agenzia governativa britannica lavori alla grande per gli interessi del paese di cui è emanazione. Un paese privo di qualità, privo di eccellenze, privo di artigianato di livello in qualsiavoglia settore, privo ormai da vent’anni del concetto stesso di manifattura: deindustrializzato e deprofessionalizzato. Forse il paese dove la gente mangia peggio al mondo. E senz’altro un paese che paga dazio non poco in termini di bilancia dei pagamenti con l’estero per l’importazione di materie prime di buona qualità.
    Evidentemente è ora di finirla, secondo il governo di Londra, di pagare a peso d’oro una zucchina francese o una melanzana siciliana in quelle boutiquine gastronomiche per cui mezza Londra affluente va pazza. Meglio spingere più consumatori possibili, anche quelli di alto livello che aspirano a qualcosa di diverso da una patata inglese al sapor di polistirolo, che le preziose produzioni OGM della perfida albione vanno più che bene!
    La prossima ricerca di questo ente certificherà che lo Stilton non fa ingrassare e che le gelatine Tiptree sono un prodotto a bassissimo contenuto di saccarosio…

    • antonio antonio risponde:

      Quante generalizzazioni… Londra e’ uno dei posti dove ho mai mangiato meglio,

      Direttore (di cosa poi?) si faccia un giro a Londra e uno a Milano, poi mi fa sapere il confronto.

    • Chefclaude Chefclaude risponde:

      Questo attacco alla “perfida Albione” mi sembra un pò eccessivo…Londra e Dublino hanno degli ottimi ristoranti, e mi si dirà che fanno prettamente cucina francese, o del continente. Eppure negli ultimi decenni qualcosa è cambiata anche nell’attenzione dei britannici per il cibo. Non credo che le cose siano esattamente così: che poi sia un paese privo di eccellenze, di qualità, di artigianato di livello….bah!.

  8. 8
    Kapakkio Kapakkio commenta:

    Forse non tutti sanno che una delle scoperte che ha più rivoluzionato il nostro modo di vivere è il processo di fissazione dell’azoto atmosferico per trasformarlo in ammoniaca da parte dei chimici tedeschi Bosch e Haber all’inizio dello scorso secolo. L’ammoniaca è il mattone con cui si riescono a sintetizzare tutti i composti azotati tra cui sicuramente vale la pena ricordare i fertilizzanti. E’ questa la scoperta che ha evitato per la prima volta nella storia dell’umanità il verificarsi delle carestie. Tutto questo oggi l’abbiamo dimenticato e ci sembra di poter tornare indietro senza pagare nessun prezzo, un pò come alcune persone che si rifiutano di far vaccinare i figli perchè orami nessuno di noi ricorda gli effetti devastati della polio o della difterite.
    Sicuramente in molti casi con pesticidi, diserbanti e fertlizzati si è esagerato ma una vera alternativa per produrre cibo per tutti non esiste. Bisogna intensificare i controlli ma il bio non rappresenta una vera alternativa.
    Altro discorso è la filiera corta, è quella che magicamente ci fa scoprire nuovi sapori e ci consente di tenere in frigo per più tempo i prodotti ortofrutticoli.
    Io consumo essenzialmente prodotti da autoproduzione senza metodi biologici ma con scrupoolo per quello che faccio e la differenza nei sapori è dovuta al fatto che l’insalata che mangio a pranzo la mattina era ancora nell’orto e no ha passato qualche giorno tra frigo e scaffali.
    Il bio purtroppo a me sembra solo un altro modo per far soldi per chi lo produce e per sentirsi la coscienza pulita per chi lo consuma.

  9. 9
    antoni antoni commenta:

    Il titolo e’ stupendo e l’articolo e’ molto bello ma contiene una grossa imprecisione: qual e’ la ricerca che certifica che l’influenza suina e’ “figlia degli allevamenti intensivi da milioni di animali in poche stalle”?

    Perche’ se facciamo un articolo simil-scientifico e’ giusto cercare di attenerci alla scienza senza sparare giudizi, la spagnola del 1918 era un’”influenza suina” (che si trasmetteva dal maiale all’uomo) e dubito che all’epoca ci fossero allevamenti intensivi.

    • Antonio Tomacelli Antonio Tomacelli risponde:

      L'impianto di macellazione della Carrol Farm a pochi km da Perote, Messico, dove si è verificato il primo caso di influenza suina
      Nella foto: l’impianto di macellazione della Carrol Farm Messico, dove si è verificato il primo caso di influenza suina.

      Il fatto che i primi casi di influenza suina si siano verificati a pochi chilometri dall’allevamento di maiali più grande del mondo (1.000.000 di capi) è solo un caso?

      • antonio antonio risponde:

        L’allevamento intensivo puo’ solo aumentare la trasmissione della malattiva visto che i capi di bestiame stanno molto vicini.

        L’allevamento intensivo non GENERA malattie dal nulla, in virus influenzale e’ un virus che muta ogni stagione e ci sono dei casi in cui la mutazione lo rende piu’ aggressivo. La spagnola del 1918 nasce da allevamenti intensivi? E, almeno al momento, la spagnola era un virus influenza *molto* piu’ aggressivo di questo.

        Preciso che non sono un virologo, quindi dico solo la mia opinione, credo che qualche uomo di “scienza” potrebbe argomentare meglio di me.

  10. 10

    [...] i cugini dissapori confabulano di cibo bio, qua si medita sul vino bio, o meglio, [...]

  11. 11
    dink dink commenta:

    Al di là dei pro/contro bio, se le conclusioni del FSA sono queste:
    “A causa della limitatezza e della variabilità dei dati disponibili, oltre alla SCARSA AFFIDABILITÀ degli studi esaminati, non risultano reali benefici per la salute dei consumatori di cibi biologici rispetto a chi fa uso di cibo convenzionale”
    a me sembra che lo studio non denigri affatto il biologico, ma affermi semplicemente che 50 anni di ricerca scientifica sull’argomento sia stata fatta coi piedi: se è così, non è certo un bel risultato per la scienza e i ricercatori.

    • Kapakkio Kapakkio risponde:

      Mi sembra una lettura dei risultati davvero ineccepibile:quelli che sbagliano sono gli scienziati cattivi pagati dalle multiazionali dei pesticidi mentre la verità è che il biologico fà benissimo e per questo non abbiamo bisogno di prove perchè la fede è fede.

      • dink dink risponde:

        Io non mi sono espresso né pro né contro, non ho parlato di scienziati buoni o cattivi: il virgolettato sono le conclusioni della FSA, ed è la FSA ad affermare che 50 anni di ricerche sul biologico sono inaffidabili, questa è la LORO lettura dei risultati (ineccepibile o meno che sia).

        • Kapakkio Kapakkio risponde:

          Quelle che tu hai virgolettato sono le conclusioi del secondo studio sistematico (review) della FSA e cioè quello che riguarda gli effetti sulla salute dove effettivamente c’è una scarsità di studi.
          Nella prima e cioè quella sulle differenze nei nutrienti e sostanze varie contenute nei cibi biologici o nei cibi non-bio gli studi a disposizione sono numerosi e le conclusioni quindi attendibili.

          • dink dink risponde:

            “La ricerca dell’Unione Europea: il progetto Quality Low Input Food. Totalmente diversi i risultati della ricerca finanziata dall’Unione Europea, il progetto QLIF. [...]“

          • Kapakkio Kapakkio risponde:

            Caero che sono attendibili ed infatti non dicono che il bio è sempre migliore: se qualcuno ha la pazienza di leggere troverà ad esempio che nel caso del latte la differenza non sta nell’allevamento bio o non bio ma el fatto che le mucche pascolino e mangino erba fresca anche se questa è concimata con fertlizzanti di sintesi. Molti nurtienti e antiosidanti in quest’ultimo caso sono addirittura in percentuale maggiore rispetto al latte bio.

          • dink dink risponde:

            Che bio non sia un indice di qualità assoluto è ovvio, mai affermato il contrario. Ma qui ci sono due studi scientifici massivi sul biologico, tutti e due attendibili a quanto pare, che affermano uno il contrario dell’altro: come la mettiamo?

          • Kapakkio Kapakkio risponde:

            Non dicono uno il contrario dell’altro perchè il dato del latte che citavo l’ho preso dal QLIF. Gli studi scientifici sono una cosa, quello che titolano i giornali un’altra.

          • dink dink risponde:

            Sintetizzo:
            FSA:
            1) Non ci sono differenze tra cibo bio e cibo convenzionale.
            2) NATURALE non è sinonimo di SANO, e anzi, l’assenza di trattamenti chimici favorisce lo sviluppo di muffe e tossine dannose alla salute.
            QLIF:
            1) la ricerca ha dimostrato sul campo il valore nutrizionale del cibo biologico (+25%) rispetto al convenzionale.
            2) Mangiare bio è anche più sano e sicuro, grazie ai rigorosi protocolli previsti dalla legge.

  12. 12
    Bruno Stucchi Bruno Stucchi commenta:

    I prodotti “bio” (?!) costano di piu’. Quindi sono per forza piu’ buoni.

  13. 13
    Filippo Ronco Filippo Ronco commenta:

    Mi pare che alla ricerca sia sfuggito un “dettaglio”: il gusto.
    Da quanto tempo è che non assaggiate un albicocca colta dall’albero ?

    Ciao, Fil.

  14. 14
    Marco Lungo Marco Lungo commenta:

    Allora. Intanto, parliamo di America e non di Europa. Vi sembrerà strano, ma la cosa conta assai, visto che poi, la dieta mediterranea l’abbiamo noi e non loro. Potremmo cominciare da qui, ma non lo facciamo. Parliamo di OGM, ad esempio nel grano, per cui gli americani sequenze genetiche ben diverse da alcune nostre eccellenze (vedi Senatore Cappelli), se poi tiriamo in ballo il Creso, speriamo intervenga Bressanini, ma non facciamo manco questo. Invece, parliamo di leggi. La normativa europea, non la italiana (che lascerei perdere), in particolare il Regolamento CE/UE n. 834/07, è un pochino più restrittivo di quanto sembra sia stata la prova fatta. Infatti, uno dei problemi nodali è che anche tutte le coltivazioni intorno a quella dichiarata biologica, devono essere tali, altrimenti, di che biologico parliamo? Vento, falda acquifera, trasporto animale… hai voglia a contaminazioni.
    E poi, alla fine, il gusto anche dice che c’è una differenza notevole, e non sono muffe o tossine a dare questo “di più”, altrimenti, se lo fossero, forse noi non saremmo qui perché i nostri genitori e i loro a loro volta, sarebbero ben morti prima della procreazione. Chiunque ha assaggiato cose del proprio orto o di quello di un amico, poi, dice che sono diversi, più gustosi.
    Per questo, una volta tanto, non sono d’accordo con lo strillo del thread. Bio è morto è un bel cazzeggio e non posso che lodarlo, ma la sostanza non è veritiera, a mio avviso. Il Bio vero non si batte, come l’Assonante dall’altra parte. Il resto, sono mere imitazioni…..

  15. 15
    Bruno Stucchi Bruno Stucchi commenta:

    Si racconta che una volta a Mme Du Deffand (1697-1780) chiesero se credesse ai fantasmi. La signora rispose, più o meno, “No, ma mi fanno paura”. Ecco, il discorso sul “bio” (?!) è più o meno a questo livello. Questione di fede, non di ragione.
    Ah, il limone “non trattato” per poi immergerlo in etanolo quasi puro! E nell’insalata ci buttiamo una soluzione al 7% (se va bene) di acido etanoico. Non è *chimica*, noooo!
    E ricordate: TUTTE le piante alimentari sono TUTTE modificate geneticamente: vuoi per mutazione, vuoi per selezione, vuoi per ibridazione. Scommetto 50 € con chiunque possa pretendere di dimostrare il contrario; testi scientifici alla mano, non la Settimana Enigmistica, prego.

    • bucanero bucanero risponde:

      Giustissimo, ma, come ho avuto modo di notare, la contrapposizione viene sempre stabilita tra naturale (bene) e artificiale (male), oppure tra chimico (veleno) e organico (sano)…
      D’accordo pienamente, tra il romantico (naturale ed organico) e la scienza (chimico ed artificiale) purtroppo è il nostro cuore a vincere, a torto e con conseguenze nefaste, sulla scienza, dimenticando che, in natura, anche le piante usano armi chimiche contro i parassiti e osservano principi spontanei di mutazione genetica.
      Non bisogna dimenticare che in questi anni di rivoluzione verde “i fertilizzanti e gli antiparassitari ci hanno aiutato a mangiare di più e meglio, ma alcune falde acquifere sono piene di nitrati, qualche ecosistema è danneggiato e stenta a riprendersi.” [cito A. Pascale]
      La domanda potrebbe nascere spontanea: Mettere al bando la chimica per combattere gli abusi e i guasti del sistema?
      No, “bisogna porre domande sempre più mirate e precise al mondo della ricerca”.[cito A. Pascale again]

      P.S.: Bressanini è in vacanza…

    • Marco Lungo Marco Lungo risponde:

      Bruno, anche noi ci siamo modificati geneticamente nel tempo, che c’entra, se ne eraq accorto pure Darwin… distinguiamo, quindi, la manipolazione voluta dal normale corso evolutivo e adattativo.
      Il Creso, ad esempio, trattato con i raggi gamma, è ben diverso da altri monococchi o anche un summenzionato Senatore Cappelli.
      La volontarietà umana di manipolare è la dirimente, non il fatto che ci siano delle evoluzioni, ci mancherebbe pure.
      Poi, i discorsi possono essere più o meno scientifici, possiamo parlare delle due proteine base componenti il glutine e il diverso apporto che una ulteriore suddivisione di una delle due proteine apporta alla forza della farina, al fatto che modificando ciò, una farina al limite della panificabilità lo diventa con tanto di gusto apprezzabile, ma siamo anni luce lontani dalle manipolazioni dei giapponesi che hanno fatto i cocomeri (angurie, per chi viene da fuori Roma) cubici per stivarli meglio….

  16. 16
    Bruno Stucchi Bruno Stucchi commenta:

    Chi è Pascale? Quello che ha saccheegiato l’ “Hisoire de l’Aimentation Vegetale” del Maurizio, senza citarne la fonte?

  17. 17
    angelo angelo commenta:

    Il bio, a mio avviso, gode e godrà sempre più di ottima salute. Che i prodotti coltivati in assenza totale di pesticidi o affini, siano di gran lunga migliori sotto ogni punto di vista lo constatiamo tutte le volte che li proviamo nelle nostre tavole. Basta metterli a confronto…se poi qualcuno vuole arrivare a dire che “anche” la grande industria può produrre qualcosa che assomiglia molto al bio per alcune caratteristiche, questo è un altro paio di maniche. Ma da quì arrivare a sostenere, come fanno gli inglesi, che parlare di bio ormai non ha quasi più senso mi pare che il passo sia davvero lungo.

  18. 18
    Kapakkio Kapakkio commenta:

    Sul fatto che il bio continuerà a godere di ottima salute non ho dubbi perchè la maggior parte delle persone non scelgono con la testa ma con altri organi. L’industria omeopatica ad esempio continua a fare affari vendendo acqua fresca nonostante non ci sia uno straccio di uno studio scientifico che ne dimostri l’efficacia rispetto al placebo.
    Ecco, abbiamo tutti bisogno del nostro placebo quotidiano…

  19. 19
    Roberto Giuliani Roberto Giuliani commenta:

    Credo che si facciano un po’ troppi ragionamenti e si dimentichino le cose basilari.
    Bisogna partire dalle nostre abitudini alimentari prima di chiedersi se bio fa più bene di non bio, se gli Ogm sono una salvezza o un incubo per la fame.
    Finché noi pretenderemo di mangiare tutto senza tenere conto delle stagioni, e quindi di ciò di cui ha realmente bisogno il nostro corpo, imponendo così un meccanismo perverso che produce costi elevati, inquinamento (trasporti), riduzione della disponibilità dei prodotti locali (nei Paesi da cui le industrie attingono) ecc., tutte le ricerche e le deduzioni filosofiche avranno sempre poco senso.
    Bio è un concetto aleatorio, e possiamo dire ormai anche industriale.
    La vera differenza è fra cibo sano di stagione e cibo industriale ottenuto in batteria.
    Per produrre una quantità enorme di lattughe, ad esempio, è necessario introdurre ormoni, in modo da farle sviluppare con una velocità tre volte maggiore di una lattuga normale, ormoni che vanno nel nostro corpo.
    Ma se noi vogliamo la lattuga tutto l’anno, è ovvio che dobbiamo adeguarci a mangiare “quello che passa il convento”.
    Quando io ho ripreso a mangiare rifornendomi da una piccola azienda agricola che produce in proprio ortofrutta, uova e formaggi, all’inizio facevo molta fatica ad adeguarmi, perché mangiare mele quando ci sono le mele, pere quando ci sono le pere, ciliegie quando ci sono le ciliegie, non è così “automatico”. Siamo abituati a chiedere una variabilità alimentare che la natura non può offrirci, se non attraverso l’industria e le esportazioni. Ma il mio organismo non ne ha bisogno, perché un’albicocca è buona quando matura sull’albero, non quando viene raccolta acerba e fatta maturare nei frigoriferi.
    E’ un discorso complesso, ma credetemi, bisogna partire dalle nostre cattive abitudini.
    Poi la disquisizione se bio fa meno male di non bio, è stupida, perché un cibo che non ha pesticidi, ormoni, anabolizzanti, aromi aggiunti ecc. è sempre e comunque più salutare, e fra l’altro più buono.
    Il punto è “quanto di ciò che viene propagandato per bio è veramente bio?”. State sicuri che un cibo sano si distingue sempre, dall’aspetto meno perfetto, dal sapore più riconoscibile (pensate a quanti pomodori sanno solo di acqua, invece che di pomodoro), dalla capacità di resistere a muffe e marciume…ma è fondamentale rispettare i cicli naturali, altrimenti non si scappa, anche il bio rischia di diventare inutile.

  20. 20
    Roberto Giuliani Roberto Giuliani commenta:

    Kapakkio, effetto placebo un par di palle, te lo dico sinceramente. Continuiamo a credere che le ricerche scientifiche dimostrano sempre tutto, è assurdo. La scienza usa una sua metodologia (che nasce dall’uomo), che non è sempre applicabile a tutto, esattamente come la medicina. Altrimenti ci sarebbe una sola, possibile visione del mondo. Così non è, esattamente come i nostri colori non vedono infrarossi e ultravioletti, così la scienza non può spiegare tutto, semplicemente perché non siamo in grado di decodificare ogni cosa.
    Si può ironizzare quanto si vuole su omeopatia e altri sistemi curativi alternativi, ma sta di fatto che funziona anche sugli animali, che certo non sono sensibili all’effetto placebo.
    Personalmente ho cominciato a curarmi più di vent’anni fa con l’omeopatia ed ero scetticissimo. Ricordo ancora oggi che presi Sulphur 30 ch, e ti assicuro che se avesse avuto su di me un effetto placebo, sarei stato meglio. Invece ho avuto una reazione fisica pazzesca, andavo ad orinare ogni 5 minuti, fino ad avere solo lo stimolo, ero sfinito, non ne uscivo fuori. Telefonai al medico omeopatico che si rese conto che la medicina aveva avuto un effetto esagerato (dovuto alla mia forte intossicazione dalle molte medicine prese negli anni), mi ha dato Aconitum 30 ch, e dopo solo mezz’ora mi era sparito il sintomo. Con l’omeopatia ho curato molte cose, direi la quasi totalità dei problemi avuti fino ad oggi, e ti assicuro che il placebo non c’entra un piffero. La scienza vede quello che vuole vedere e crede a quello che vuole credere, perché dietro la scienza ci sono gli uomini, con le loro convinzioni e con i loro limiti.
    Se l’omeopatia fosse riconducibile al solo effetto placebo vorrebbe dire che ci sono milioni di adulti, bambini, neonati, animali, che si autoconvincono degli effetti positivi della medicina omeopatica, una teoria che non sta in piedi in alcun modo.

    • bucanero bucanero risponde:

      Se si parla in termini scientifici bisognerebbe supportare con dati e studi quello che si dice…l’esperienza personale non è un dato scientifico, gli stessi “preparati” che hanno effetto su di te potrebbero non averlo su altri.
      Ma non mi sembra il caso di parlare qui in termini scientifici…

    • Kapakkio Kapakkio risponde:

      Caro Giuliani,
      io quando parlo mi rifersisco a studi epidemiologici poi ognuno ha il suo vissuto, la sua esperieza personale e mi creda i fattori che possono stare meglio o peggio sono molti di più di quello che si può credere. Non ho la presunzione di dire che la scienza possa spiegare tutto ma l’unico metodo per stabilire se siamo davanti ad una truffa o ad una cosa seria è applicare la ragione e cioè il metodo scientifico.
      La sua ultima affermazione è poi davvero grandiosa: quindi Dio esiste perchè ci sono milioni di persone che credono alla sua esistenza.

    • Tommaso Farina Tommaso Farina risponde:

      No ti prego Roberto, tutto ma la difesa dell’omeopatia no.

  21. 21
    Roberto Giuliani Roberto Giuliani commenta:

    Errata corrige: ho scritto “i nostri colori”, volevo dire “i nostri occhi”.

  22. 22
    Leonardo Ciomei Leonardo Ciomei commenta:

    Mmmm.. interventi interessanti anche se credo che per molti ignoranti come me qualcuno di questi non sia del tutto comprensibile. Riporto qui quanto già scritto su altro blog:

    Proprio di recente leggevo questo articolo che non depone molto a favore del biologico all’italiana:
    http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/uova-biologiche-false/uova-biologiche-false/uova-biologiche-false.html

    Io, finchè posso, uso prodotti miei ma capisco di essere un privilegiato rispetto a chi abita in città e deve acquistare tutto in negozio.

    • fabrizio scarpato fabrizio scarpato risponde:

      Infatti, Leonardo, e non credo che tu cerchi disperatamente o aspiri a etichettare i tuoi prodotti come biologici: sono i tuoi, li coltivi immagino secondo tradizione, e forse sono molto più bio di quelli contrassegnati sugli scaffali del supermercato.
      Questo per dire che dai tuoi prodotti, passando a quelli di un amico, fino alla piccola o medio piccola azienda locale, si deve arrivare a capire che non è questione di certificazioni, di mode, di mercato, di coscienza pulita, di paura, di conforto psicologico indotto dalla pubblicità, ma necessità di rivedere, valorizzare l’agricoltura “normale” fatta con scrupolo e rispetto, secondo stagione e vicina al punto di vendita. Agricoltura e basta, si spera anche buona.

      • alfredo alfredo risponde:

        Tornare all’agricoltura è questo il punto tornare alle stagioni, far capire da subito ai bimbi che le fragole si mangiano in stagione così come tutte le altre qualità di frutta e verdure, che le mucche non sono delle cose che puzzano e dormono in piedi perchè per terra è sporco. Far capire da subito che il maiale è un animale speciale (molto intelligente) per noi italiani fanatici dei salami e salumi. Tante cose che bisogna riscoprire e per qualcuno ancora scoprire! Bio ovviamente è meglio ma bio (che sarebbe coltivare in modo normale) richiede molta fatica, soprattutto intelletuale.
        Se si va all’esselunga o all’ipercoop a comprare la misticanza (si dice così no?) imbustata secondo voi è corretto? Anche se sulla confezione c’è scritto BIO? Per me è una enorme c….a!
        Ovvio in città è impossibile coltivare un’orto se si dispone di un solo appartamento. Ma per chi può, PROVATE ALMENO AD INIZIARE A COLTIVARE QUALCOSA!!!!

  23. 23
    akiro akiro commenta:

    le multinazionali all’attacco del bio… ormai è un po’ così in tutti i campi. -_-

  24. 24

    [...] che la natura sia sempre meglio). Vari blog sono intervenuti nel dibattito, come Dissapore con “Bio è morto”   o il Papero Giallo con un post tra il pacato e lo scettico “Il biologico è un bluff?”  [...]

  25. 25

    [...] sei nuovo di qui, ti consigliamo di iscriverti al feed RSS per rimanere aggiornato sulle novità.1) Bio è morto, ha detto l’organismo per la sicurezza alimentare degli inglesi. Mangiare cibi biologici o [...]

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