di Nunzia Clemente 13 Dicembre 2016
hamburger veg

Burger di soia, polpette di miglio, bistecca di tofu e ragù di seitan. Ormai questi termini sono entrati nel nostro quotidiano, nessuno si stupisce più se nell’hamburger, al posto della carne, troviamo la quinoa, o se dal pacchetto di würstel occhieggia un pastone vegetale indefinito che poco ha a che vedere con gli ordinari salsicciotti di suino cui eravamo abituati in un tempo.

Vegani e vegetariani sono sempre più numerosi, e l’industria alimentare si sta giustamente attrezzando per accontentare sempre meglio esigenze e gusti dei nuovi consumatori.

Peccato però che per denominare i prodotti a base vegetale, continui imperterrita a utilizzare nomi che connotano i prodotti tradizionali a base di carne, che con tofu, soia o seitan hanno poco a che spartire,  o meglio nulla.

Rubando di conseguenza fette di mercato ai prodotti originali.

Cosa che ha fatto solennemente arrabbiare i produttori di carne, come riporta il quotidiano La Stampa.

E giustamente, si potrebbe azzardare. Che senso ha proporre prodotti con precise caratteristiche del tutto diverse dal prodotto originario, conservandone però, a scopi di marketing, il nome originario?

Se salame e bistecche devono essere banditi dalle tavole di vegani e vegetariani, anche il loro nome deve essere esclusivo appannaggio dei prodotti per cui sono nati, i prodotti cioè con ingredienti di origine animale.

Un uso improprio di queste denominazioni finisce per danneggiare il settore –sostengono i produttori– la maggiore propensione all’acquisto dei prodotti “alternativi” resa possibile da un nome più “appetitoso” e invogliante, avrebbe ripercussioni negative sulle vendite dei “veri” salami e hamburger.

La stessa politica che, in fondo, ha dato origine a “Beyond meat”, esperimento di hamburger completamente vegetale, che però sanguina proprio come un normalissimo hamburger di manzo.

Per questo motivo l’associazione europea che rappresenta le industrie di trasformazione della  carne –o Clitravi– sarebbe in procinto di domandare alla Comunità Europea l’emanazione di una norma apposita per vietare la pratica di commercializzare “prodotti che vengono definiti come ‘sostitutivi’ di quelli fatti con la carne e promossi come se fossero una loro alternativa eco-friendly, anche se poi la descrizione degli ingredienti è totalmente diversa”.

Del resto, per il miele è già in vigore qualcosa del genere: dal 2001, infatti,  una direttiva UE impedisce che prodotti alternativi utilizzino la dicitura “miele”, così come dal 2013 un apposito regolamento stabilisce con precisione quali siano le caratteristiche che un prodotto deve avere per poter essere definito formaggio, burro o yogurt.

Ma la carne, al contrario, non ha alcuna tutela. Soprattutto a livello europeo.

A livello dei singoli stati, invece, si possono riscontrare tutele dei singoli prodotti, come accade in Italia per il prosciutto crudo e il salame, oppure in Spagna con  le denominazioni di “jamon” e “chorizo”; ma a livello europeo queste tutele non hanno valore.

Ed è  per questo che nell’Unione Europea i prodotti “alternativi” circolano liberamente, e non per è nulla difficile imbattersi in un improbabile e rosseggiante “chorizo di zucca”.

Giustamente, quindi, i produttori di carne richiedono una tutela valida a livello europeo, che includa le “denominazioni di prodotti che dovrebbero essere riservate solo ad alimenti a base di carne”, così come già accade per latte, formaggi e miele.

Perchè se si rinuncia alla carne, si rinuncia anche al suo nome.

[Crediti | Link: La Stampa, Dissapore]