di Cinzia Alfè 10 Dicembre 2016

Esisterà un compromesso tra l’insalata soffocata nella plastica e il pomodoro bruttino dell’orto di famiglia? È realmente necessario piantare patate in garage per mettere a tavola cibo immacolato e pulito?

O dovremmo fare tutti come Ben Cash, il papà protagonista del film Captain Fantastic, nelle sale in questi giorni, e costruirci un rifugio tra le foreste del Pacifico nord-occidentale, sporcarci le mani di terra e tornare a nutrirci di selvaggina?

Eppure, come in tutte le storie a lieto fine, papà Viggo (Mortensen) giunge a una nuova consapevolezza: vivere sì secondo natura, mangiar bene, tutto quello che volete, ma forse non è necessario fare la posta a dei poveri cervi o accontentarsi del digiuno se non si trovano bacche.

Perché l’agricoltura non è tutta intensiva, e non è praticandola che si distrugge l’ecosistema.

Ma alla fine, questa agricoltura nuova e rispettosa, in cosa differisce da quello che faceva il nonno? Non è che ci sono più punti di contatto di quelli che pensiamo? Possiamo sentirci con la coscienza a posto se ne scegliamo una?

captain-fantastic-poster

Vediamo un po’ quali sono le opzioni, magari provando a indovinare su quale compromesso si sia orientato Captain Fantastic, pellicola meravigliosa di cui Dissapore è media partner.

Cominciamo dal biologico.

È sufficiente pronunciare la magica parola e subito, per incanto, anche il più misero e mal riuscito zucchino acquista un’aura di nobiltà e di prestigio: per, forza, è biologico!

Oggigiorno guardiamo con sospetto crescente alle mele lucide e rosse che fan bella mostra di sé nei supermercati, frutti avvelenati dell’agricoltura intensiva e probabilmente della stessa, infingarda stirpe di quella che per poco non mandò Biancaneve all’altro mondo.

Mentre rivolgiamo il nostro sguardo fiducioso e materno sulle piccole mele bozzute e mal riuscite ma provenienti da agricoltura biologica, quindi sante per definizione.

Ormai, infatti, il termine “biologico” è entrato nel nostro linguaggio corrente, lo utilizziamo per indicare prodotti sani, genuini, “naturali” , privi di nefandezze chimiche e ottenuti senza il ricorso ai biechi metodi di coltivazione dell’era moderna, che pure ci permettono di avere fragole a gennaio e zucchini a dicembre.

cesto di ortaggi

Il biologico è infatti uno dei uno dei business più promettenti, la sua diffusione è destinata ad aumentare per la maggiore appetibilità dei prodotti che si possono fregiare del marchio “bio”, ma anche per venire incontro alle esigenze dei moderni consumatori, sempre più attenti e informati rispetto ai cibi che finiscono sulle proprie tavole.

Social, web e rete sono infatti potentissimi strumenti di diffusione del credo biologico, e costituiscono senza dubbio una fetta non trascurabile della smania che oggi pare aver contagiato schiere di consumatori di tutte le latitudini.

Ma relegare l’innamoramento per il “bio” a una semplice moda passeggera, a un banale vezzo dei pingui e sofisticati abitanti dei Paesi più industrializzati – un po’ come il veganesimo – sarebbe quantomeno superficiale.

La gran mole di informazioni cui oggi tutti possono accedere ha comportato una maggiore attenzione non solo per gli alimenti di cui ci nutriamo, ma anche verso le reali esigenze dell’ecosistema, sempre più spesso messo a repentaglio dalle attività umane.

Prime tra tutte lo sfruttamento eccessivo degli spazi coltivabili e l’inquinamento del terreno, dell’aria e dei corsi d’acqua, causati in larga parte delle moderne tecniche di agricoltura intensiva.

ortaggi biologici

Nonostante l’ampia diffusione del bio nel nostro linguaggio e sulle nostre tavole, spesso non sappiamo cosa sia esattamente l’agricoltura biologica e quali siano i suoi principi.

O ancora, in che cosa si differenzi, ad esempio, dalla permacultura o dall’agricoltura biondinamica, termini che nella nostra mente finiscono nel calderone delle tecniche di coltivazione “buone e giuste” rispetto a quelle bieche e inquinanti dell’agricoltura intensiva.

E proprio per questo motivo, cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza. Perché non tutto il “bio” è uguale.

AGRICOLTURA BIOLOGICA

agricoltura biologica

Pesticidi, concimi chimici e fertilizzanti di sintesi?

Vade retro, sciò!

Nell’agricoltura biologico tutto è “naturale”, zero prodotti di sintesi quali concimi chimici, diserbanti o fitofarmaci, e l’obiettivo principale è quello di rispettare l’intero ecosistema ambientale, non facendo ricorso ad alcuna sostanza che possa essere nociva per i terreni, i corsi d’acqua o l’aria che ci circonda.

Ma non solo il totale rispetto dell’ambiente rientra tra i fini dell’agricoltura biologica: anche la genuinità dei prodotti è uno dei principali obiettivi di questo tipo di sistema agricolo, che mira all’ottenimento di prodotti sani e privi di residui tossici, passando attraverso procedure che rispettano la stagionalità dei prodotti coltivati e la filiera corta tra luogo di produzione e mercato di vendita.

Le coltivazioni che si avvalgono di questo sistema di produzione devono inoltre attenersi a quanto indicato in un apposito regolamento dell’Unione Europea (n. 834/2007) che oltre a indicare scrupolosamente le caratteristiche, le metodologie e i fini di tale metodologia, nonché le condizioni a cui attenersi per potersi fregiare della denominazione “biologico”, costituisce – strano ma vero – anche una gradevole lettura densa di rimandi bucolici e suggestioni agresti.

Nata in Germania, Austria e Svizzera verso la metà del secolo scorso, l’agricoltura biologica ha preso sempre più piede, costituendo attualmente circa l’ 1% della superficie europea coltivabile.

PERMACULTURA

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Permacultura, attenzione, e non permacoltura.

La tecnica di coltivazione messa a punto negli anni ’70 dal naturalista Bill Mollison e sviluppata ulteriormente negli anni ’80 dall’ agronomo David Holmgren, non è infatti un semplice metodo alternativo di coltivazione, ma un vero e proprio stile di vita, una filosofia, o per dirla con le stesse parole di Mollison riportate nella sua pubblicazione, “Introduzione all permacultura”, “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile.

E’ allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico e un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”.

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Ma la particolare tecnica di coltivazione, oltre a volere essere un modello etico e culturale, si pone anche l’obiettivo di essere permanente, come suggerisce il nome, di durare cioè nel tempo, proprio come accade per gli ecosistemi naturali.

La permacultura mira cioè a preservare la fertilità del suolo non sottoponendolo agli stress dell’agricoltura intensiva, dando ampia rilevanza all’utilizzo delle risorse che si trovano in loco, alla diversità delle specie sia vegetali che animali e all’utilizzo di energie rinnovabili.

La permacultura è quindi è una tecnica di coltivazione che si pone l’obiettivo di imitare i cicli produttivi della natura tramite tecniche agricole improntate sul modello naturale con un impatto ambientale minimo o nullo, grazie ad una gestione etica e rispettosa del terreno.

In Europa, inoltre, stanno cominciando a fiorire numerose accademie della permacultura, con l’intento di diffonderne metodologie, tecniche e soprattutto la filosofia.

AGRICOLTURA BIODINAMICA

agricoltura biodinamica

Corna di mucca sotterrate e ripiene di “deiezioni” – leggi cacca – fresche di animali.

Fresche, mi raccomando.

Topi spellati. Teschi animali ripieni di cortecce di quercia. Vesciche di cervo ripiene di vezzosi fiorellini. Il tutto sotterrato nel terreno, e non tanto a svolgere il semplice e materiale ruolo di bizzarro concime naturale, bensì per “captare energie astrali”, flussi magnetici e l’immancabile soffio divino, a tutto vantaggio di pomodori e ravanelli.

Questa è l’agricoltura biodinamica, particolare tecnica di coltivazione messa a punto nei primi anni del secolo scorso dal filosofo austriaco Rudolf Steiner e che prevede l’uso dei particolari “preparati” sopra elencati.

agricoltura biodinamica

Ma, influssi astrali e intrugli esoterici a parte, l’agricoltura biondinamica condivide in larga parte gli stessi principi dell’agricoltura biologica, di cui è progenitrice: tutela dell’ambiente, rispetto dei cicli naturali e basso impatto ambientale sono i suoi cardini.

Per potersi qualificare come biodinamica, un’azienda deve essere preventivamente certificata come biologica, con la conclusione che tutte le aziende biodinamiche sono nei fatti aziende bio.

Una tecnica quantomeno bizzarra, certo, ma aspettiamo a puntare il dito: in fondo, anche il letame utilizzato per concimare i campi altro non è che una “deiezione animale” così come quella contenuta nelle corna di mucca dell’agricoltura biodinamica, con la sostanziale differenza, però, che il letame è utilizzato rifacendosi alle sue proprietà organiche, mentre nell’agricoltura biodinamica ha il compito di captare influssi astrali, come tutti gli altri preparati.

Il fine, in sostanza, è sempre lo stesso: ottenere prodotti più genuini e con meno residui di pesticidi e fitofarmaci, nel pieno rispetto dell’ecosistema ambientale. Il resto, è solo spettacolo.

FREE RANGE

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Certo che “free range” suona certamente più gradevole e ammiccante che il corrispondente italiano “polli allevati all’aperto”, ma ciò non toglie che di questo si tratti: gallinelle cha razzolano alla luce del sole invece che all’oscuro di chiusi capannoni, inserendo un bel sovraccarico di felicità alle loro uova che, naturalmente, sconteranno il privilegio con un leggero sovrapprezzo del prodotto finale.

Ma attenzione, l’immagine di polli ruspanti che becchettano sereni nei campi assolati non sempre corrisponde alla realtà.

Infatti, le galline non sono messe nelle unità free range fino alle 18 settimane di vita, prima delle quali sono stipate a migliaia in unità simili a quelle dei comuni allevamenti intensivi.

Fatto che le porta, una volta raggiunta la maggiore età, a rimanere invece buone e tranquille all’interno dei capannoni anche quando i recinti vengono aperti, rimanendo in compagnia di altre migliaia di loro simili, e alle quali rifilano senza troppi complimenti sonore becchettate per procurarsi un minimo di spazio vitale.

free range

Senza curarsi minimamente di prati soleggiati e di porte spalancate, e finendo quindi per trascorrer la maggior parte della loro breve vita, di circa un anno e mezzo prima della macellazione, negli oscuri capannoni dove han trascorso la loro infanzia di ovaiole.

Ad ogni modo, i volatili allevati in tal modo sono comunque classificabili come provenienti da allevamenti free-range, con le ovvie conseguenze sulla maggiorazione del prezzo delle uova che, in teoria, dovrebbero rispecchiare la miglior qualità di vita delle galline ruspanti.

E che regalano a noi la pia illusione di mangiare ottime uova deposte con gioia da galline libere e soprattutto felici.