di Cinzia Alfè 10 Ottobre 2016
grano biologico

Cibi biologici. Quanto ci piacciono, quanto ci confortano, quanto ci fanno sentire puliti e rispettosi, attenti alla nostra salute, a quella del pianeta nonché dell’universo intero.

Basta acquistare un alimento su cui campeggia la magica scritta, “bio”, e subito ci sentiamo individui migliori.

Ma andando oltre le suggestioni a buon mercato (non quello bio, di certo) perché li compriamo,  questi prodotti biologici ?

Qual è il motivo che guida le mani di mamme premurose e consumatori modello in direzione dello scaffale del super che espone 4 –dicansi quattro– pere solitarie, ordinatamente incellofanate nell’apposito vassoietto, invece che verso il vicino bancone dove le sorelle ordinarie e convenzionali sono ammassate in ordine sparso senza pretesa alcuna, oltretutto a un prezzo notevolmente minore?

Semplice: perché quelle quattro pere sono “bio”. Biologiche. Sante, praticamente.

Il marchio bio rappresenta nella mente di noi consumatori una specie di pedigree che, alla luce della pretesa maggior salubrità degli alimenti, giustifica la maggiorazione di prezzo che ormai accettiamo di buon grado (anche perché l’agricoltura bio comporta costi maggiori), convinti di portare a casa prodotti più sani, più genuini.

Soprattutto con più nutrienti e meno residui chimici , contenuti in quei composti che alcuni si ostinano a chiamare “concimi” e che finirebbero col danneggiare irrimediabilmente il nostro stomaco, preferendo di gran lunga il sano e genuino “concime naturale”.

Vale a dire deiezioni animali. Cacca, in parole povere.

Ma davvero “bio” è così salubre?

Davvero i prodotti provenienti da agricoltura biologica sono così sani, così ricchi di nutrienti da giustificare questa ipnosi collettiva, questa infatuazione per la parolina “bio”?

E soprattutto, chi lo ha detto, chi lo ha stabilito, come si è arrivati alla conclusione generalmente condivisa che “bio è meglio”, se si va oltre la suggestione bucolica e approssimativa che la semplice parola, di per se stessa, evoca nella nostra mente?

Alcuni anni fa qualcuno se lo è chiesto, in effetti. Qualcuno ha deciso di indagare su quali basi si sia formata questa convinzione nelle nostre menti di consumatori, per scoprire se è una semplice idea preconcetta, oppure rappresenta un vero assunto con basi scientifiche.

Quel “qualcuno” è l’Fsa, la Food Standard Agency, l’Agenzia britannica per la sicurezza alimentare che ha fatto un po’ di ordine nel mondo “bio”, commissionando uno studio col quale vagliare tutti gli articoli pubblicati nel mondo, dal 1958 al 2009, in merito alla maggior concentrazione di nutrienti negli alimenti biologici rispetto a quelli derivanti da agricoltura tradizionale.

Un lavoro complesso che ha portato al seguente, implacabile risultato: “per 16 delle 23 categorie di sostanze analizzate non ci sono prove che esista una differenza tra i vegetali prodotti in modo biologico e quelli ottenuti in modo convenzionale”.

Non solo.

L’FSA ha commissionato anche una seconda ricerca, sui pretesi benefici effetti del consumo di prodotti biologici sulla nostra salute. Ebbene, lo sconfortante risultato, determinato anche dalla scarsità di dati attendibili in merito, è stato che non esistono attualmente evidenze di vantaggi a livello della salute in relazione al consumo di prodotti biologici.

Così, semplicemente.

Mangiare bio non fa quindi meglio, scegliere i prodotti coltivati in modo biologico non reca vantaggi tangibili al nostro organismo né tantomeno alla nostra salute. O almeno, questo dicono i freddi dati scientifici, per coloro per cui questo termine abbia ancora un valore.

Ci appagherebbe solo dal punto di vista emotivo, ci cullerebbe nella rassicurante immagine del “come una volta”, illudendoci, semplicemente scegliendo quella pera più cara, di far del bene a noi stessi, ai terreni e al pianeta intero.

Certo, i prodotti biologici presentano meno residui di fitofarmaci e pesticidi (così come dimostrato nel 2015 dai ricercatori della School of Allied Health Sciences dell’Università di Boise, in Idaho), ma non a livello tale da risultare influenti sulla nostra salute.

Nonostante questi risultati, dopo anni di incessante martellamento mediatico, il bio come simbolo di genuinità è un’immagine difficile da estirpare dalla nostra mente, e forse non è nemmeno giusto farlo.

Il bio resta una confortante certezza a cui, in questo bieco mondo inquinato, non intendiamo rinunciare, tant’è che il mercato bio continua a essere in continua crescita (incremento del 7,3 per cento nel 2015 soprattutto nei discount, dove il bio low cost è cresciuto del 25,5 per cento secondo i dati Cia, Confederazione italiana agricoltori) e gli alimenti prodotti a partire da materie prime biologiche sono sempre più richiesti.

Come la pasta, ad esempio.

Regina incontrastata delle tavole nostrane, il cui consumo ci conforta sempre, tanto più quando gli spaghetti che mangiamo possono fregiarsi del titolo “biologico”.

Anche se in realtà non lo sono.

Anche se sugli scaffali del super sono finite confezioni di pasta prodotte con grano “bio” ma in realtà contenenti normalissimo grano da agricoltura convenzionale.

Questo è infatti ciò che è successo recentemente a ben 11.000 tonnellate di grano duro convenzionale che ha finito per essere invece classificato come biologico.

E’ bastato cambiare un piccolo numero identificativo e da San Paolo di Civitate, in provincia di Foggia sono state spedite in Italia e in Europa tonnellate di grano finto-biologico.

Complice un ritardo da parte degli enti preposti alla certificazione dei prodotti, il grano è arrivato anche ai 4 mulini italiani più grandi tra quelli specializzati in biologico quattro mulini italiani tra i più specializzati nel bio, De Matteis, De Vita, Grassi e Santacroce, ognuno con un suo ente di certificazione, e da lì, loro malgrado, una volta trasformato in semola, ha preso la direzione dei pastifici che hanno poi venduto la loro pasta in tutta Europa e anche negli Stati Uniti.

Finendo, inoltre, anche negli scaffali dei supermercati, proprio in quel settore tanto amato, il settore “bio”, e soprattutto in due tra le più diffuse catene di supermercati italiani: Coop ed Esselunga.

Un danno enorme, che ha comportato da parte dei produttori parecchie lettere di richiamo dei prodotti, un fatto talmente macroscopico da essersi meritato anche l’attenzione di Report, che proprio questa sera trasmetterà uno speciale sulla truffa del grano bio, e dove saranno illustrate le riposte proprio di Coop ed Esselunga sulla faccenda.

Esselunga, dal lato suo, afferma di seguire una rigorosa politica di tutela del consumatore, selezionando direttamente i fornitori e sottoponendo i prodotti a campionamenti annuali.

Ogni fornitore, continua Esselunga, esegue almeno 60 analisi all’anno per la ricerca di pesticidi, e i due fornitori del grano incriminato (De Matteis e Molino Grassi) avevano eseguito analisi su ben 300 campioni, tutti risultati conformi.

Coop invece risponde, per i prodotti a marchio, di non avere rapporti commerciali diretti con i mulini coinvolti nell’inchiesta, ma di aver avviato un’inchiesta in merito a un eventuale coinvolgimento del produttore Massimo Liuzzi (che da un giorno all’altro avrebbe aumentato i suoi terreni bio, grazie a un certificato che secondo gli inquirenti è stato falsificato, da 11 a 675 ettari) in relazione alla propria linea biologica (Viviverde Coop).

Il sistema di verifica Coop prevede infatti la possibilità di risalire a tutta la filiera, arrivando a chiedere ai produttori la tracciabilità del grano in tutti i prodotti bio.

Coop si dichiara inoltre anch’essa vittima della frode, nonché parte lesa, in relazione al grano fornito dal Molino Grassi, con una stima del danno pari a 60.000 euro, senza tener conto delle mancate vendite e del danno di immagine.

Insomma, una evento spiacevole, che ha recato danni ingenti, sia patrimoniali che non, a tutti gli operatori coinvolti.

Ma che, possiamo prevedere, nonostante un altro problema non da poco, ovvero che a volte gli enti che devono certificare i prodotti bio sono di proprietà di consorzi d’imprese composti dalle stesse aziende che vengono certificate, non cambierà certo le nostre radicate opinioni sui prodotti biologici: “bio” è e rimane, per ora, sinonimo di genuinità, di purezza e onestà.

Anche quando viene palesemente a mancare.

commenti (29)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Avatar Luca ha detto:

    Sempre pensato che negli stessi posti imballino la roba “bio” e “non bio”, mettendo una mela in uno e una nell’altro…

    1. Avatar MAurizio ha detto:

      Appunto.
      In materia ci sono due tipi di frodi.
      Da un lato, quelli che ti vendono un alimento, al doppio o triplo del prezzo di quello “base”, millantando fantomatiche proprieta’ intrinseche.
      Dall’altro quelli che ti vendono un alimento “base” al doppio o al triplo del prezzo spacciandolo per un prodotto millantato di fantomatiche proprieta’ intrinseche.
      Dei due, chi e’ piu’ ladro ?
      Ardua sentenza.

  2. Avatar Ganascia ha detto:

    Il “Bio” è un vizio da ricchi: nessun paese povero potrebbe sfamare la popolazione correttamente con le tecniche bio. Troppa terra consumata per rese basse.

    Quando l’Italia era tutta bio, migravamo a milioni con le pezze al sedere.

    1. Avatar Orval87 ha detto:

      Considera anche che nel 1861 eravamo meno di 20 milioni, nel 1900 circa 30 milioni, meno della metà di oggi….e nel mondo c’erano meno di 2 miliardi di persone, per secoli quella cifra è rimasta più o meno stabile sul miliardo o meno, ed è schizzata solo negli ultimi decenni.

    2. ‘ facile prendersela con “il biologico”, ma ragionaimo un attimo:
      1) stiamo parlando di prodotti che hanno tutta una filiera di controlli in più rispetto ai prodotti “normali” (che spesso si aggiunge ai certificati DOP, DOC, DOCG, Equosolidale, ….)

      2) stiamo parlando di processi produttivi che mirano alla massima sostenibilità per il nostro pianeta (e non è assolutamente vero che il biologico non possa “sfamare il pianeta” … piuttosto è quasi certo che l’attuale metodo di coltivazione e allevamento, basato sullo spreco, porterà ad un inquinamento tale da dover presto tornare indietro)

      3) stiamo parlando di un settore, “il biologico”, che DOVREBBE aumentare la capacità dei consumatori di CONOSCERE ciò che mangiano, spronandoli a leggere le ETICHETTE e a riconoscere ciò che VALE VERAMENTE.

      E leggendo molti commenti qui presenti, mi sembra che ci sia ancora molto da “studiare” e imparare. Faccio un esempio: se nella Nutella c’è al 70% Olio di Palma e in una Nocciolata – anche non bio – ci sono nocciole al 50%, qual’è tra i due il prodotto che mi sta “spennando” di più?
      E’ clamorosamente EVIDENTE che la Nocciolata, anche costando il triplo della Nutella, è molto più ECONOMICA della Nutella ……. Sto comprando nocciole (molto care) ad un prezzo “giusto”, mentre nel caso della Nutella, sto comprando olio di palma (dal valore infinitesimo) ad un prezzo gonfiato dal marketing.

      Per queste ragioni vi chiedo:
      ma se un prodotto con dei certificati e dei controlli IN PIU’ può subire frodi (comunque NON dannose per la salute, ma solo per il protafoglio), che cosa pensate possa accadere a TUTTI GLI ALTRI PRODOTTI ancor meno controllati e verificati? Qualcuno ricorda certi scandali? Io, ad esempio, ho paura a comprare mozzarella di bufala campana (altro servizio su Report), oppure carne Cremonini (sempre Report), oppure ancora carne da “mucca Pazza” o certo anche pesce Pangasio dai fiumi del Vietnam ….. e potrei andare avanti ancora purtroppo.

      E’ sempre giusto attaccare frodi e inganni, ma pensare che il biologico sia una cosa da “gastrofighetti” è davvero ingenuo, sarebbe come pretendere di mangiare aragosta a 3 Euro al Kg: posso mangiare del SURIMI a quel prezzo, va benissimo (io lo evito se posso), ma far passare il surimi come ottima soluzione per l’alimentazione mondiale, significa avere una visione assai limitata del nostro futuro. Che l’occasione faccia l’uomo ladro (anche “l’uomo biologico”!!) non è un ragionamento che possa svalutare il settore biologico, piuttosto è un argomento che dovrebbe METTERE IL TERRORE a tutti: se infatti c’è frode nel biologico, pensate a quali livelli di sofisticazioni si possa arrivare nel mondo del “convenzionale” ………..

    3. Avatar MAurizio ha detto:

      Le considerazioni di Stefano sono corrette, almeno in parte.
      Il “non biologico” non nasce dalla volonta’ di arricchirsi “avvelenando” i consumatori con pesticidi. Nasce dal fatto che per soddisfare i fabbisogni aumentati, in termini qualitativi e quantitativi si e’ visto che le tecniche “naturali” di coltivazione NON bastavano.
      E quando, per eventi naturali, c’era un drastico calo della produzione, la conseguente carestia poteva essere letale per migliaia di persone (vedi l’esempio piu’ classico con le patate in Irlanda).
      D’altro canto, nei paesi del terzo mondo dove si coltiva “necessariamente” biologicamente non è che si riesca sempre a soddisfare la richiesta, anzi.
      Da noi che siamo ricchi e grassi possiamo permetterci di scegliere e di utilizzare in maniera diversa tecniche e risorse.
      La questione nasce dal fatto che se vendo per “bio” un prodotto che bio non e’, il danno reale quantificabile e’ essenzialmente di tipo monetario, ovvero ti truffo facendoti pagare piu’ cara merce che dovrebbe costare meno.

    4. Avatar silvia ha detto:

      Il 70% delle imprese agricole nel mondo sono fatte di piccoli contadini, piccoli produttori, microfattorie, bio come lo eravamo noi.

  3. Avatar Orval87 ha detto:

    Magari non hanno maggiori nutrienti, ma il fatto di avere meno residui chimici è già un qualcosa in più (a patto di avere del Bio serio, tipo quello fatto da sè nel proprio campo o da stretti conoscenti, che mai chiamo “bio”, non ci riesco).
    Certo, se fai bio nel tuo prato ma poi vicino a te hai chi spruzza le mele con gli elicotteri (Trentino ad esempio), non so se il tuo giardino è bio 😀

  4. Avatar irene ha detto:

    l’ho sempre detto che l’unica certezza che hai quando compri bio è che paghi bio!!!

  5. Avatar Orval87 ha detto:

    Mi avete convinto, domani vado al discount a farmi una scorta di pollo a 2 euro al chilo cresciuto in 25 giorni, tanto sono uguali a quelli di Franchino o di Giovannone che crescono all’aperto in 6/7 mesi…
    Domenica pranzo di lusso, pollo arrosto a 2 euro, stupendo!

    1. Avatar Paolo ha detto:

      Incomprensibile scelta, la tua.
      Io vado direttamente al banco del girarrosto dell’!perc@@p: per un euro e cinquanta ne prendi due, nell’ultima mezz’ora prima della chiusura… Gh!

    2. Avatar luca63 ha detto:

      Non e’ che i polli di Franchino o Giovannone vivono sotto una campana di vetro.Saranno senz’altro meglio di quelli a due euro,ma non COSI’ TANTO come credi…

    3. Avatar Orval87 ha detto:

      Luca, un pollo normale a 25 giorni è ancora un pulcino…ok che usano razze ad accrescimento rapido, ma chiediti un pò cosa gli danno da mangiare.
      Altra cosa, tali razze sono state selezionate in quel modo, e se non li ammazzassero a 25/30 giorni vivrebbero comunque non molto oltre, il petto gli cresce in modo abnorme e dopo un pò non si reggerebbero più in piedi, sono dei mostri per certi versi.
      Un pollo ruspante che mangia in modo naturale e fa la sua vita all’aperto ci mette minimo 4/5 mesi per raggiungere un peso decente, e non so se ne hai mai mangiati ma non c’è paragone, sia per gusto che per tenacità delle carni (non ho ancora la dentiera). Oltre a discorsi etici di come vivono fino al macello.

    4. Avatar mauro ha detto:

      Ma credete davvero che gli allevamenti “biologici” utilizzino tecniche di allevamento molto diverse da quelli tradizionali? Non crederete mica che un allevamento biologico ci metta 6/7 mesi per preparare un pollo? Parlo degli allevamenti “industriali, non del contadino che ha 5 polli, che fondamentalmente produce per per il proprio fabbisogno e poco più. Parlo di chi deve quotidianamente fornire animali ai macelli e questi alle catene di supermercati o al negozio sotto casa (che per il 90% acquista a sua volta dalla GDO o da mediatori che si riforniscono da macelli industriali). Come ha commentato qualcuno, stiamo parlando di fornire alimenti (carne, farina, frutta, ecc, ecc) tutti i giorni a tutte le persone a prezzi accessibili, non il superpollo per gastrofighetti.
      In ogni caso complimenti per l’articolo

    5. Avatar Fabbrizi ha detto:

      Alla coop o esselunga o altri nel reparto bio non hanno i polli dei bravi contadini che tu iti… ma di che stiamo parlando ??? Della ROBA bio che propinano nelle catene.

    6. Avatar luca63 ha detto:

      Sul sapore caro Orval ti do ragione.
      Pero’ continuo a credere che ,razzolando in una terra sempre e comunque inquinata,respirando la stessa aria ed essendo bagnati dalle stesse piogge che portano a giro le stesse sostanze e mangiando cibi per i quali,per quanto naturali ,valgono le stesse considerazioni cui sopra,da un punto di vista salutistico non c’e’ poi la differenza che ci si potrebbe aspettare.

    7. Avatar Orval87 ha detto:

      @Mauro: no, i polli biologici da allevamento industriale non crescono per 5/6 mesi come quelli presso qualche contadino, ma di solito arrivano attorno agli 85/90 giorni se ricordo bene, comunque già il triplo di quella roba a 2/3 euro al chilo che cresce alla velocità della luce, stipati in capannoni come sardine in scatola o quasi.

    8. Avatar MAurizio ha detto:

      Orval. Giusta considerazione. Ma.
      Il suocero di mio fratello ha un pezzo di terra in cui da pensionato si dedica all’agricoltura “bio”. Non per scelta ideologica o per commercio. Semplicemente perché ha un sacco di tempo libero, e’ benestante (produce “per hobby” non per bisogno) e vuole sfamarci (sic) i nipoti senza “pericoli”. Finche’ si tratta di frutta e verdura nessun problema: pianta piu’ roba di quella che sarebbe umanamente consumabile, ha un mucchio di alberi da frutta, anche se la “resa” e’ minima, nessun problema. Alleva pecore e caprette, maiali e conigli (si fa aiutare da un fattore rumeno, assai pratico in materia) ed e’ piu’ che soddisfatto dei “raccolti”. Per il pollame e’ un’altra faccenda. Acquista pulcini e “polletti” o piccoli tacchini sperando di farli crescere ruspanti. Tra clima incerto e malattie a volte ne perde gran parte. E tra lui e il suo fido aiutante non e’ un dilettante allo sbaraglio, visto che il resto dello zoo cresce benissimo. Certo, i polli che alla fine riesce a crescere e finiscono in padella sono magnifici. Ma se si analizza il loro costo reale e’ di gran lunga superiore al miglior filetto. Per lui NON e’ un problema (un po’ si diverte, di certo ci passa il tempo, NON ha problemi economici) ma se quei polli li allevasse per commercio, dovrebbe venderli 30 euro al kg (per compensare spese e perdite).
      Ergo l’allevamento industriale “compensa” cio’ che la natura fa, una feroce selezione dei piu’ deboli. Chi puo’ alleva in proprio (sic) o paga caro cio’ che acquista, sperando di non essere frodati. Altrimenti dovrebbe digiunare ? Diventare vegano ? Nutrirsi di soylent ? 😉

    1. Avatar Claudio Pistocchi ha detto:

      A me ha fatto venire un giramento di scatole che non ti dico…
      Il segretario del ministero che è anche consulente dei lestofanti, e lo sanno tutti ma nessuno fa nulla, è il segno di che paese siamo diventati oramai…

    2. Avatar Orval87 ha detto:

      Hai ragione Claudio, ma non credo che chi controlla il “bio” in Romania, Slovacchia, Ungheria, ecc. sia molto più diverso.

    3. Avatar luca63 ha detto:

      E credo lo stesso valga per paesi sempre considerati virtuosi quali Austria,Germania,Olanda,Danimarca.

  6. Avatar Hamburghese ha detto:

    Bio bio bio… è tutta una truffa. Spendere di più per mangiare cose che si presentano spesso più brutte e dal sapore discutibile. Non fa per me!

  7. Avatar Armandobis ha detto:

    Direi che Dissapore non si può più leggere.
    Già che ci siete, perché non fate campagna elettorale per Trump?

  8. Avatar StefanoInside ha detto:

    x StefanoFloris
    Concordo. L’inerzia mentale generale è enorme. Piuttosto che ragionare e cambiare mentalità ci si attacca ad una frode nel “bio” per affossare in toto quel movimento e continuare a mangiare pulcini broiler e frutta ai pesticidi sostenendo che tanto “è sempre la stessa cosa”.
    Per me non lo è.

    1. Avatar Stefano ha detto:

      Per chi dice che bio è meglio, chissà se ci sono ancora i biscotti bio, con olio di palma.
      Comunque, il biologico 100% naturale ( come il marketing vorrebbe farci credere) non esiste, il disciplinare prevede che possano essere usati dei pesticidi. Altrimenti le rese sarebbero ancora più basse di quelle che sono.
      E rivedetevi il servizio di Report sul riso bio.

    2. Avatar Orval87 ha detto:

      No, il bio 100% esiste, ma devi fartelo da te in zone lontano dalle città, meglio in montagna, e senza pensare di fare chissà quanta produzione.
      Ergo, relativamente pochi possono farlo oggigiorno.
      Detto ciò, credo sia meglio un Bio un pò meno Bio che robaccia 100% non bio.