Il mondo bio è in subbuglio per la ricerca dell'FSAScioccante: mangiare cibi biologici o prodotti convenzionali non fa alcuna differenza. Questo perché, dati alla mano, i contenuti nutritivi sono gli stessi. Parola di Food standards agency (Fsa), l’organismo ministeriale inglese a tutela della sicurezza alimentare, che con una monumentale ricerca su 162 studi degli ultimi 50 anni ha riacceso la guerra del bio.

La polemica.
Non ci sono differenze tra cibo bio e cibo convenzionale. Frutta, verdura, latte, carne e uova biologiche hanno le stesse proprietà nutritive degli alimenti comuni. Vacilla anche il mito del cibo biologico migliore in quanto esente da pesticidi e concimi organici: secondo la FSA, NATURALE non è sinonimo di SANO, e anzi, l’assenza di trattamenti chimici favorisce lo sviluppo di muffe e tossine dannose alla salute. È la fine di un sogno? Presto per dirlo, il mondo del bio si difende e contrattacca respingendo al mittente le conclusioni di FSA, accusato di aver truccato ricerche e risultati.

La ricerca
Non sono state svolte analisi in laboratorio. Niente provette. Nessuno scienziato ha confrontato prodotti provenienti da coltivazioni o allevamenti biologici con quelli convenzionali. Niente di tutto ciò. La ricerca inglese analizza una parte dei testi accademici pubblicati negli ultimi 50 anni facendo una media dei risultati. Arrabbiati, gli scienziati di parte bio si chiedono con quali criteri siano stati scelti questi studi. E attaccano il metodo di ricerca, che considera alcuni studi e ne dimentica altri.

Le conclusioni della FSA
“A causa della limitatezza e della variabilità dei dati disponibili, oltre alla scarsa affidabilità degli studi esaminati, non risultano reali benefici per la salute dei consumatori di cibi biologici rispetto a chi fa uso di cibo convenzionale”. Come questo dubbio sia diventato certezza nel comunicato stampa della FSA rimane un mistero anche per i giornali della destra britannica, curiosamente tra i primi ad accorgersi del problema.

La ricerca dell’Unione Europea: il progetto Quality Low Input Food
Totalmente diversi i risultati della ricerca finanziata dall’Unione Europea, il progetto QLIF. Terminata nello scorso Aprile e costata 18 milioni di euro, la ricerca ha dimostrato sul campo il valore nutrizionale del cibo biologico (+25%) rispetto al convenzionale. Mangiare bio è anche più sano e sicuro, grazie ai rigorosi protocolli previsti dalla legge. Per dirne uno, l’allevamento animale in pieno campo fa registrare livelli di salmonella due o tre volte inferiori rispetto a quello intensivo. Molto più completa e articolata, la ricerca dell’Unione Europea è la prima grande inchiesta sul mondo biologico che sia mai stata fatta. Come mai non è stata inclusa tra testi presi in esame dalla FSA? Le associazioni ecologiste, inutile dirlo, vedono in questa omissione un colpevole dolo, a tutto vantaggio delle multinazionali del cibo.

Le nostre conclusioni
Se anche i risultati della FSA fossero veri, resta il fatto che qualche milione di tonnellate di pesticidi in meno all’anno, non possono che far bene a noi e, in definitiva, al Pianeta Terra. L’influenza suina è figlia degli allevamenti intensivi da milioni di maiali stipati in poche stalle, e anche l’accusa di scarsa produttività del metodo biologico non è credibile, perché ogni anno il mondo produce due volte il cibo che gli serve per nutrirsi. La ricerca della FSA ha però gettato un’ombra pesante sull’agricoltura biologica e questo, forse, era il suo vero obiettivo.

commenti (68)

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  1. Avatar Roberto B. ha detto:

    Post pressoché perfetto.
    Aggiungerei soltanto che i danni provocati dai pesticidi sono molteplici, tanti già accertati (oltre a quelli ovvi e noti a tutti, segnalerei il crollo demografico delle api avvenuto recentemente) e alcuni ancora da confermare (Alzheimer). O scoprire.

  2. Le ricerche possono essere utili quando non condizionate da chicchessia. Basterebbe andare a farsi un bell’esame delle sostanze tossiche accumulate nell’organismo, poi mangiare esclusivamente biologico per un paio di settimane e vedere l’incredibile recupero. In più, e di questo ne ho la certezza assoluta visto che mangio biologico da un anno, i cibi REALMENTE biologici, ovvero non trattati, hanno un gusto, una consistenza, un sapore e una longevità assai maggiore. Ne ho avuto la dimostrazione con melanzane, peperoni, lattuga, pomodori, frutta, tenuti anche per un mese (in frigo d’estate e fuori d’inverno), senza che questi accusassero marciumi.
    Fanno solo ridere…

    1. Avatar Paola ha detto:

      Guarda, con tutto il rispetto per Bressanini (che leggo assai volentieri), in quell’articolo ci sono almeno due postulati errati da cui dipendono a catena conclusioni errate:

      – Quando si mettono a confronto “farina bio” e “farina normale” stiamo già invalidando l’esperimento. Che farina bio? Di quale mulino? Che tipo di grano? Quando è stata macinata? Come è stata conservata? Non si tratta assolutamente di dettagli, come chiunque si occupi di panificazione sa.

      – B. afferma che la farina bio è meno forte di quella non bio (again: errato, perché non è una verità assoluta [1]), e ne deriva che la qualità della farina bio sarebbe minore (!!!), postulando quindi che la bontà del pane è nella capacità della mollica di espandersi. E la possibilità di conservarsi per più di giorni? E la digeribilità? E ti nomino solo le variabili più macroscopiche, senza entrare in discorsi tecnici sul decadimento degli amidi etc.

      Quando poi si parla di “panel di assaggiatori” che darebbero giudizi sulle qualità organolettiche, si entra nel mondo del favolistico, dato che il pane è un prodotto profondamente influenzato culturalmente e geograficamente (e, nel caso dell’Occidente ricco, anche da studi di marketing).

      Last but not least, Bressanini dice una cosa giusta, ma ne trae una conseguenza errata: la macinazione a pietra, è vero, dà come risultato una farina dalle proprietà sempre variabili che costringe quindi a variare le ricette di conseguenza. Questo secondo Bressanini (e secondo chi panifica industrialmente) è male. Chi invece fa pani artigianali sa che è questa la sfida per il vero panettiere: capire l’impasto che ha davanti e regolarsi di conseguenza. Il pane sempre uguale non è pane: è un prodotto industriale.

      Insomma, sul pane non prenderei proprio Bressanini come fonte. Anzi, gli consiglierei di provare il pane di Eugenio Pol, e poi di farci sapere 😉

      [1] Ho visto impasti idratati al 120% e la farina era assolutamente bio

    2. Hai voglia a parlare di W, di granulometria, di pietra e di grano…. quasi per dispetto, farei una bella Manital tirata a regolamento europeo, solo per misurare la forza…

    3. Avatar Paola ha detto:

      Ecco, io non sono entrata in argomento perché molto zappa in materia di varietà di frumento… ma sarebbe ASSAI interessante leggerne! 🙂

      (ne approfitto per correggermi, visto che gli amidi non sono isotopi radioattivi e non decadono, ma degradano, come le dolci colline… ahem!)

    4. Ciao Paola,

      vado subito al dunque:

      -sui tipi di farine utilizzate per gli articoli bisognerebbe leggere gli studi dell’INRAN, dei ricercatori dell’Università di Pisa e della Soil Association [associazione per l’agricoltura biologica britannica]che credo abbiano fatto le opportune valutazioni per poter definire “scientifico” l’esperimento.

      -la forza della farina? non dico nulla, consiglio di leggere qui: http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/28/la-forza-della-farina/
      Nel caso non avessi tempo riporto un pezzettino: “La farina integrale contiene più proteine, provenienti dal germe e dalla crusca, tuttavia non sono tutte proteine che producono il glutine. È per questo che panificare con la farina integrale é più complicato”

      -se parliamo di sapore credo che anche su “scienza in cucina” si dica a chiare lettere che il “pane bio” abbia un sapore “migliore”…

      -per tagliare la testa al toro: “Lo studio ha considerato del pane ottenuto con farina integrale. Il tipo di macinazione del grano influiva, sul gusto, più dell’origine, biologica o convenzionale, del grano. Questo significa, visto che lo studio non è certo esaustivo e si è limitato a considerare poche varieta di grano, che usando una farina di questo tipo quanto meno si deve riformulare una ricetta per venire incontro alle diverse caratteristiche della farina macinata a pietra.”

      Ah, per quel che riguarda il “panel di assaggiatori”, beh, è solo stato riportato uno studio statistico…

      Posso quindi affermare che postulati non ne ho letti.

    5. Avatar Paola ha detto:

      Riporto dal De Mauro: postulato, principio o proposizione ammessa come vera, ma non dimostrata, necessaria per spiegare un fatto o per procedere a una dimostrazione o per fondare una teoria.

      Se diamo per scontato che la forza della farina ne indichi anche una migliore qualità, stiamo adottando un postulato. Difatti, dopo aver riportato studi secondo cui la “farina bio” sarebbe meno forte di quella “non bio” (per minor presenza di azoto e per differenti valori granulometrici — che però ricava da altri studi), cito verbatim da Bressanini: “Siamo di fronte ad un apparente paradosso: nonostante la *****qualità inferiore media***** della farina il pane biologico viene prodotto, acquistato e apprezzato regolarmente.” Come Aristotele insegna, se la premessa è sbagliata, la conseguenza sarà anche errata, e non è vero che la qualità della farina bio è inferiore.

      In questo sta l'”abbaglio” di Bressanini, nel prendere uno studio agrotecnico in cui si afferma: “la varietà x a coltivazione non bio rende di più, e con parametri più stabili, di quella y bio” e di fargli affermare che la x non bio è migliore di y bio. Perché quello che lo studio afferma è solo che ci sarà quantitativamente più farina con caratteristiche tecnologiche più stabili, che è “migliore per la panificazione” perché stiamo parlando di macchine, e non di uomini, che non hanno la possibilità di valutare le differenti reazioni dell’impasto. E visto che ormai di panettieri che fanno completamente a mano il pane ce n’è sempre drammaticamente di meno, avere una farina con caratteristiche stabili è diventato un indice di qualità, sì, ma per i panifici industriali!

      Insomma, sarebbe come mettere a confronto l’allevamento di trote e la pesca della trota, dicendo che la prima rende di più, e dà trote della stessa grandezza tutto l’anno. Grazie all’uhmpf, direbbero a Roma 🙂

      Quello della farina integrale è un altro discorso, poi, e rischia di confondere ulteriormente le acque: farina integrale NON vuol dire farina bio, ma vuol dire farina con percentuale di ceneri superiore. Puoi trovare farina integrale bio o non bio. E t’assicuro che panificare con una buona bio integrale non è affatto “complicato” (anzi, se capiti nel freddissimo Nord ti faccio provare a mettere in forma due impasti, un pane bianco al 57% di idratazione e un integrale al 60… non vorrai far altro che lavorare farina integrale dopo) 😉

    6. mi dispiace non avere tempo a sufficienza per rispondere con maggiore profondità, ma lo farò comunque stasera 🙂

      In breve mi sembra di poter riaffermare che l’articolo di Bressanini da me citato non fa altro che riportare lo studio dell’INRAN, dove è chiaramente indicato che:”Il grafico che vedete, tratto dall’articolo citato, riporta visivamente l’influenza sulla forza della farina del tipo di coltivazione. Vedete come le farine biologiche prese in considerazione dagli autori abbiano un contenuto proteico inferiore alle farine da grano convenzionale, e una forza mediamente più bassa, anche se mediamente sufficiente per la panificazione.”

      Si parla di W (forza della farina) e di panificazione “massiva”…poi, i casi particolari vanno analizzati, ma non possono essere usati come dati assoluti per confutare delle tesi sperimentali che hanno ben altri parametri rispetto al pane che faccio io in casa, ad esempio 🙂
      Di solito, prima di poter trarre delle conclusioni non basta uno studio…

    7. Avatar Paola ha detto:

      Bucanero, provo a ridirlo spiegandomi meglio.

      Io affermo che a W (indice di forza) maggiore non corrisponde farina migliore, come ***sembra credere*** Bressanini quando trae le ***sue*** conclusioni e parla di “farine qualitativamente inferiori” perché con una percentuale inferiore di di gliadine e glutenine. Questo è la conclusione errata di Bressanini (e non degli studi che riporta): “Siamo di fronte ad un apparente paradosso: nonostante la *****qualità inferiore media***** della farina il pane biologico viene prodotto, acquistato e apprezzato regolarmente.”

      E non ho detto che le fonti citate non siano affidabili, ne ho lette solo un paio e sulla parte agrotecnica non ho le competenze per essere d’accordo/confutarle. Sto dicendo solo che in quell’articolo B. ne fa un uso ‘biased’, fosse solo nell’affermazione sopra riportata. E che quindi non lo proporrei come punto di partenza per dirimere la questione “bio/non bio”[1], come tu invitavi a fare a inizio thread.

      Spero di essere stata più chiara!

      [1] E tanto per ritornare in topic, io mi unisco a chi al concetto di ‘bio’ (vago, pretestuoso, a volte truffaldino, siamo tutti d’accordo) preferisce il concetto di ‘tracciabile’.

    8. Spero di riuscire a charire (anch’io 🙂 ) che la forza della farina (misurata in W) non esprime di certo una misura della qualità della stessa in senso “generale”, ma farine con una percentuale di gliadine e glutenine maggiore, permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica, quindi supportano e sopportano una lievitazione più lunga, tutto a vantaggio della digeribilità del pane ottenuto.

      Beh, evitando di leggere le fonti, spesso in inglese (quindi lunghe da leggere) e con contenuti a volte un po ostici, basterebbe leggere l’articolo da me citato fino in fondo 8) , tipo dal capoverso “Le biotecnologie e il sistema di valori dell’agricoltura biologica”, così, giusto per capire che la citazione non era per nulla errata…

      Saluti

    9. Avatar Paola ha detto:

      Attento perché mi sa che sei incappato anche tu in un equivoco che mi capita di trovare spesso in blog e siti di panificazione amatoriale italiani (per correttezza, aggiungo, lavoro come aiuto-panettiera: io non conto un cavolo, ma i panettieri con cui ho e ho avuto la fortuna di lavorare e confrontarmi sono bravissimi e quel po’ che so lo devo a loro)

      > farine con una percentuale di gliadine e glutenine maggiore,
      > permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica,
      > quindi supportano e sopportano una lievitazione più lunga,
      > tutto a vantaggio della digeribilità del pane ottenuto.

      Parti da una considerazione esatta, ma ti inginepri anche tu in conseguenze sbagliate.

      E’ vero che più gliadine e glutenine permettono un migliore sviluppo della maglia glutinica, ma
      a) non tutti i pani sono baguette o ciabatte che hanno bisogno di mollica estensibile (meno male, aggiungo) 🙂
      b) un impasto quando matura, matura, oltre quel tempo non si ottiene un prodotto migliore, e mica tutti sono geni come il Bonci, che gioca con i limiti di maturazione del glutine! (e non lievitazione, attenzione: è la maturazione di un impasto che incide sulle sue qualità organolettiche)
      c) tutte le trasformazioni di cui sopra (e soprattutto la digeribilità del prodotto) non dipendono solo dalla farina, ma anche dal tipo di lievitazione, e quindi qui si partirebbe per un’altra e infinita tangente (e ce sparano, a sto punto, a ragione) 😉

    10. Paola, ti riporto, brevemente, le mie linee “guida” (solo lievito di birra):

      Per fare bene il pane bisogna soprattutto (o addirittura soltanto 🙂 ) effettuare una corretta lievitazione.
      Con gli impasti con lievito di birra abbiamo due fasi, una, che chiameremo “alcolica”, e l’altra, la maturazione, è quella “lattica”, che io faccio in frigo.
      Innanzitutto, i batteri lattici presenti nella farina hanno bisogno di tempo per attivarsi.
      Quando usiamo grandi quantità di lievito (i famosi 25 gr su 500 gr) non facciamo altro che consumare tutto l’ossigeno contenuto nell’impasto in poche ore, con il risultato di avere l’impasto già in fase conclusiva della fermentazione alcolica; quindi i batteri lattici non avranno alcuna possibilità di moltiplicarsi.
      Se usiamo meno lievito, dopo tre ore, al risveglio dei batteri lattici vi sarà ancora dell’ossigeno nell’impasto ed i batteri lattici avranno ancora la possibilità di moltiplicarsi.
      Quando poi l’ossigeno sarà completamente consumato, anche i batteri lattici inizieranno la loro fermentazione che trasforma gli zuccheri in anidride carbonica e acido lattico.
      In questo caso servono almeno 7/8 ore.
      Con la fermentazione lattica miglioriamo la qualità dell’impasto per sofficità e sapore.
      Grazie alla presenza di acido lattico nell’impasto miglioriamo l’elasticità del glutine e avremo un’alveolatura più sviluppata.
      Nella cottura gli acidi lattici si combineranno con l’alcol formando dei componenti altamente aromatici che doneranno profumo all’impasto e ridurranno il tipico sapore del lievito di birra.
      Perchè il frigo? Per gli zuccheri semplici, che nella farina sono pochi.
      Affinchè i lieviti si possano moltiplicare e poi fermentare, è necessario che gli amidi della farina vengano trasformati in zuccheri semplici.
      In frigo il metabolismo dei lieviti si blocca (o meglio, si rallenta molto), mentre le reazioni chimiche dovute alle proteine, anche se rallentate dal freddo, continuano.
      L’impasto al mattino successivo avrà un contenuto di zuccheri semplici molto più alto di quello della farina e pertanto la lievitazione avverrà in maniera molto più più veloce.
      Ecco, il pane a casa, più o meno, lo faccio così…
      Ah, uso farina di tipo1, il “buratto” del Mulino Marino, farina bio…nel senso che non mi interessa la parola “bio”, m’interessa la qualità in sè del prodotto. 😉
      Mo’ di sicuro mi sparano…

    11. Alcuni dei lavori citati dal Prof. Bressanini non sono su peer-reviewed journals. Sai che sarebbero stati esclusi dalla ricerca del team inglese? che ha considerato solo articoli pubblicati su riviste scientifiche. E’ uno dei criteri adottati per escludere o includere i papers.

  3. Avatar fabrizio scarpato ha detto:

    Cerco di fare un ragionamento a cascata. Tra una grande azienda agricola che produce in serra, intensivamente, senza rispettare le stagioni e una azienda medio-piccola (la maggioranza in Italia) che produce seguendo la stagionalità, cercando di ottenere il massimo delle qualità nutritive e organolettiche nei suoi prodotti, io scelgo la seconda. Scelgo senza chiedermi se fanno biologico, né chi lo fa: perchè mica è detto che la grande azienda non faccia biologico, o non usi pesticidi, tuttavia i suoi prodotti risultano meno affidabili e più standardizzati di quelli della piccola azienda.
    Tra due piccole aziende delle quali una fa biologico, io scelgo la più vicina, quella che conosco, indipendentemente dal tipo di coltivazione: la applicazione di una etichetta e una certificazione non fanno la differenza. La differenza sta nello scrupolo, nella passione, nella compatibilità della produzione di una azienda.
    Tanto più che le aziende medio piccole hanno problemi a certificarsi bio, sia perchè devono seguire troppa burocrazia, troppa “carta”, dovendo esse dimostrare di seguire il biologico, sia perchè nessuno verifica dal punto di vista agro – biologico, la bontà del suo reale processo di conversione o coltivazione (fonte Aiab).
    Allo stesso modo le aziende chiedono possibilità di consorziarsi e ottenere certificazioni collettive o addirittura invocano una possibilità di autocertificazione.
    Tutto questo perchè? Cosa le distinguerebbe dal produrre con scrupolo, anche secondo tradizione? Sicuramente la certificazione bio è una etichetta commercialmente importante, che è importante ottenere.
    Un Istituto di certificazione scrive dei vantaggi di comunicazione e di marketing che comporta scegliere la certificazione bio giusta per il mercato giusto: infatti l’applicazione del metodo biologico consente di comunicare al mercato l’impegno aziendale per l’ambiente e insieme alle certificazioni utilizzate è uno degli elementi del marketing per l’azienda che deve affrontare i mercati locali e internazionali (IMC).
    Insomma tutti noi preferiremmo prodotti sicuri, buoni e nel rispetto dell’ambiente: ma non tutti hanno un orto, non tutti conoscono un contadino, men che meno biologico, molti di noi vanno al mercato o nella grande distribuzione. E’ qui che occorre uno sforzo per ridurre la filiera, per favorire le piccole aziende locali, per dare al termine biologico un significato più vero, non discriminante e meno commerciale, abbassandone i costi sia per i produttori che, di conseguenza, per i consumatori.

    1. Convengo su un punto: questo bio non mi piace, sembra ormai solo una trovata commerciale…d’altra parte si paga per ottenere la certificazione, ma nessuno controlla…

  4. L’importanza maggiore del biologico sta nel diverso tipo di agricoltura al quale costringe, senza la possibilita’ di forzature eccessive che alla fine possono appiattire le caratteristiche del prodotto. Puo’ anche darsi che i risultati per l’organismo non siano apprezzabili, ma la maggior parte delle volte sono apprezzabili in termini di autenticita’ dei sapori. Anche l’effetto sull’ambiente non e’ trascurabile, anche se probabilmente si potrebbe fare di piu’, per es. il problema dell’uso del rame che e’ pur sempre un metallo inquinante. Se l’ideologia non ci tappasse gli occhi, forse si potrebbe prendere in considerazione l’uso di OGM da coltivare col metodo biologico per avere il meglio dei due mondi.

    1. Auspicabile, ad esempio per aiutare il pomodoro S.Marzano…
      Non lo dico io, ma Antonio Pascale nel libro Scienza e Sentimento, da leggere assolutamente per avere un idea più chiara di tutto quello che c’è tra biotecnoligie e ogm…

  5. Avatar Chefclaude ha detto:

    Confesso una certa ignoranza in materia, pur cercando e utilizzando il biologico (quando mi è possibile) anche sul lavoro, e in generale anche o piuttosto (come ha ben detto qualcuno) i prodotti di filiera corta, o cortissima: ma ho una certa paura o diffidenza proprio sulla terminologia. Ho infatti timore che “biologico” tenda a sostituire “naturale” nella indeterminatezza di contenuti, e di senso.
    Diciamo che oggi sono piuttosto pragmatico nella scelta, ma che sento però anche la necessità di fidarmi di regole che superino questo tipo di pragmatismo individuale (molto faticoso da portare avanti).

  6. Premesso che il biologico (come movimento e come concetto) è una cagata pazzesca forse ancor peggio della corazzata di paolovillaggesca memoria poiché la deriva sarà quella del ‘dietro il bollino niente’, bisogna notare come questa agenzia governativa britannica lavori alla grande per gli interessi del paese di cui è emanazione. Un paese privo di qualità, privo di eccellenze, privo di artigianato di livello in qualsiavoglia settore, privo ormai da vent’anni del concetto stesso di manifattura: deindustrializzato e deprofessionalizzato. Forse il paese dove la gente mangia peggio al mondo. E senz’altro un paese che paga dazio non poco in termini di bilancia dei pagamenti con l’estero per l’importazione di materie prime di buona qualità.
    Evidentemente è ora di finirla, secondo il governo di Londra, di pagare a peso d’oro una zucchina francese o una melanzana siciliana in quelle boutiquine gastronomiche per cui mezza Londra affluente va pazza. Meglio spingere più consumatori possibili, anche quelli di alto livello che aspirano a qualcosa di diverso da una patata inglese al sapor di polistirolo, che le preziose produzioni OGM della perfida albione vanno più che bene!
    La prossima ricerca di questo ente certificherà che lo Stilton non fa ingrassare e che le gelatine Tiptree sono un prodotto a bassissimo contenuto di saccarosio…

    1. Quante generalizzazioni… Londra e’ uno dei posti dove ho mai mangiato meglio,

      Direttore (di cosa poi?) si faccia un giro a Londra e uno a Milano, poi mi fa sapere il confronto.

    2. Avatar Chefclaude ha detto:

      Questo attacco alla “perfida Albione” mi sembra un pò eccessivo…Londra e Dublino hanno degli ottimi ristoranti, e mi si dirà che fanno prettamente cucina francese, o del continente. Eppure negli ultimi decenni qualcosa è cambiata anche nell’attenzione dei britannici per il cibo. Non credo che le cose siano esattamente così: che poi sia un paese privo di eccellenze, di qualità, di artigianato di livello….bah!.

    3. Stiamo dicendo la stessa cosa: è aumentata, e di molto, l’attenzione degli inglesi per il cibo. E’ questo il problema per il governo: i cittadini vogliono qualcosa che il paese non produce e occorre dissuaderli.

  7. Avatar Kapakkio ha detto:

    Forse non tutti sanno che una delle scoperte che ha più rivoluzionato il nostro modo di vivere è il processo di fissazione dell’azoto atmosferico per trasformarlo in ammoniaca da parte dei chimici tedeschi Bosch e Haber all’inizio dello scorso secolo. L’ammoniaca è il mattone con cui si riescono a sintetizzare tutti i composti azotati tra cui sicuramente vale la pena ricordare i fertilizzanti. E’ questa la scoperta che ha evitato per la prima volta nella storia dell’umanità il verificarsi delle carestie. Tutto questo oggi l’abbiamo dimenticato e ci sembra di poter tornare indietro senza pagare nessun prezzo, un pò come alcune persone che si rifiutano di far vaccinare i figli perchè orami nessuno di noi ricorda gli effetti devastati della polio o della difterite.
    Sicuramente in molti casi con pesticidi, diserbanti e fertlizzati si è esagerato ma una vera alternativa per produrre cibo per tutti non esiste. Bisogna intensificare i controlli ma il bio non rappresenta una vera alternativa.
    Altro discorso è la filiera corta, è quella che magicamente ci fa scoprire nuovi sapori e ci consente di tenere in frigo per più tempo i prodotti ortofrutticoli.
    Io consumo essenzialmente prodotti da autoproduzione senza metodi biologici ma con scrupoolo per quello che faccio e la differenza nei sapori è dovuta al fatto che l’insalata che mangio a pranzo la mattina era ancora nell’orto e no ha passato qualche giorno tra frigo e scaffali.
    Il bio purtroppo a me sembra solo un altro modo per far soldi per chi lo produce e per sentirsi la coscienza pulita per chi lo consuma.

  8. Il titolo e’ stupendo e l’articolo e’ molto bello ma contiene una grossa imprecisione: qual e’ la ricerca che certifica che l’influenza suina e’ “figlia degli allevamenti intensivi da milioni di animali in poche stalle”?

    Perche’ se facciamo un articolo simil-scientifico e’ giusto cercare di attenerci alla scienza senza sparare giudizi, la spagnola del 1918 era un'”influenza suina” (che si trasmetteva dal maiale all’uomo) e dubito che all’epoca ci fossero allevamenti intensivi.

    1. Avatar Antonio Tomacelli ha detto:

      L'impianto di macellazione della Carrol Farm a pochi km da Perote, Messico, dove si è verificato il primo caso di influenza suina
      Nella foto: l’impianto di macellazione della Carrol Farm Messico, dove si è verificato il primo caso di influenza suina.

      Il fatto che i primi casi di influenza suina si siano verificati a pochi chilometri dall’allevamento di maiali più grande del mondo (1.000.000 di capi) è solo un caso?

    2. L’allevamento intensivo puo’ solo aumentare la trasmissione della malattiva visto che i capi di bestiame stanno molto vicini.

      L’allevamento intensivo non GENERA malattie dal nulla, in virus influenzale e’ un virus che muta ogni stagione e ci sono dei casi in cui la mutazione lo rende piu’ aggressivo. La spagnola del 1918 nasce da allevamenti intensivi? E, almeno al momento, la spagnola era un virus influenza *molto* piu’ aggressivo di questo.

      Preciso che non sono un virologo, quindi dico solo la mia opinione, credo che qualche uomo di “scienza” potrebbe argomentare meglio di me.

    3. Avatar Antonio Tomacelli ha detto:

      Se ho capito bene, stai dicendo che il rischio aumenta

    4. aumenta il rischio di contagio, esattamente come aumenta il rischio di contagio tra le persone stipate in una metropolitana. Nessuno si sognerebbe di dire che la metropolitana genera l’influenza, pero’.

    5. Avatar Kapakkio ha detto:

      L’aviaria infatti non si è “generata” negli allevamenti intensivi occidentali ma nel sud-est asiatico dove ognuno si alleva i polli nella stanza accanto a dove dorme e quindi le probablità di contagio sono ancora più alte..