di Luca Iaccarino 16 Febbraio 2018

L’altra sera sono al ristorante e accanto a me c’è un tavolo da otto.

Il malaugurato cameriere cui tocca in sorte il desco s’avvicina —non è mia abitudine origliare, ma è a un metro— e fa la fatidica domanda: “qualcuno ha intolleranze?”

Apriti cielo.

[Di intolleranze, finte intolleranze e cuochi intolleranti alle intolleranze]

E no: non è una comitiva proveniente dal centro allergologico più vicino, è un tavolo di normali coppie apparentemente in salute. Purtuttavia una prima ragazza dichiara di essere celiaca.

E ci sta. Per carità. La celiachia è una malattia. Spiacevolissima, peraltro. Certo. D’accordo.

Una seconda è vegetariana. Che scelta importante, eco-friendly: brava, brava.

“Vegetariana, corretto, o vegana?”, le chiede cortesemente il cameriere. “Quasi vegana”, risponde lei. Va be’, vorrà dire che le porterà del quasi burro, penso io.

[Intolleranze alimentari e allergie: se ne soffrite state a casa vostra, scrive Camillo Langone]

Una terza “non mangio frutti di mare”. Diamine, mi spiace, non sai cosa ti perdi. E comunque, dai, ochei.

Il fatto è che non uno —NON UNO SU OTTO-– tace. Non uno.

E non che vadano incontro a un menu fisso: possono scegliere liberamente alla carta, il cameriere chiede più che altro per gli amuse-bouche, la piccola pasticceria e buona creanza.

Insomma: vanno avanti così finché l’ultimo scherzando dice “io non mangio le cose cattive.” Ah ah ah. Che forte.

Io in quell’istante capisco quattro cose.

— La prima è che sono fortunato a essere onnivoro;
— La seconda è che le malattie son malattie, e sono proprio una sfiga;
— La terza è che c’è tanta gente in giro che spacca i maroni al prossimo senza un perché;
— La quarta è che non farò mai il cameriere in un ristorante elegante.

Potrei non rispondere delle mie azioni.