di Carlotta Girola 4 Agosto 2014
Cuoco intollerante

Avete presente quando non c’erano i social? In moltissimi avevano un gatto, ma la cosa restava tra le quattro mura di casa, amore felino condiviso solo dai membri di una famiglia. Ora, invece, sembrano molti di più, come si fossero quintuplicati grazie allo sharing selvaggio.

Accade lo stesso tra i tavoli dei ristoranti, perché la moltiplicazione delle allergie e delle intolleranze è fenomeno esploso piuttosto di recente, insieme a un’obbligata revisione dei menu. Gli chef, d’altra parte, si trovano davanti clienti sempre più difficili, e iniziano a mostrare i primi segni di nervosismo.

Al di qua della porta scorrevole della cucina traspare poco, a parte qualche espressione di velato fastidio del cameriere, ma al di là della stessa porta scorrevole gli apprezzamenti coloriti per l’intollerante di turno caricano l’aria già calda della cucina di ulteriore infernale fervore. Credete sia semplice e indolore chiedere delle melanzane alla parmigiana senza formaggi “che se no sto male”?

No, non lo é, ma la metà dei clienti di un ristorante sembra non porsi il problema e, soprattutto, sembra non considerare il fatto che alcuni piatti inevitabilmente non vengono preparati all’istante. Capaci che, davanti ad una risposta negativa, promettano di non tornare mai più. Non é la richiesta singola il problema, è facile da capire, ma la valanga sempre più numerosa di richieste e personalizzazioni che a volte “imballano” la cucina.

Gli intolleranti, dalla loro, giustamente hanno iniziato a mettere la testa fuori dal guscio, non cercando più semplicemente di scovare qualcosa di adatto a loro nel menu, ma chiedendo sempre più spesso dei cambiamenti ai piatti studiati dagli chef per le loro carte.

“Potrebbe preparmi questo con la pasta senza glutine?” oppure “la pasta mi andrebbe, non é che ci sarebbe col grano saraceno?”. A queste ed altre mille varianti richieste, lo chef paziente risponde presente, ingoiando il rospo e restando fedele alla linea di non perdere nemmeno un cliente.

Esiste, però, un terzo attore in questa diatriba silenziosa e si tratta dell’ingannevole menzoniero. Se nessuno si offende lo si potrebbe definire un dalemiano, uno da un colpo al cerchio e uno alla botte, uno che dice e non dice, che lascia intendere senza spingersi fino alla pura menzogna, riuscendo sempre e comunque a raggiungere il suo obiettivo sotterraneo.

Per tracciare con più precisione il ritratto di questo personaggio discusso basterà dire che chiede delle variazioni al suo piatto, lasciando intendere potenziali intolleranze, andando a scardinare quello che è l’estro gastronomico dello chef (perché ricordatevi che anche lui sta lavorando, proponendovi la sua versione di cucina e abbinamenti nel piatto). É uno di quelli che cambierebbe qualcosa in un piatto anche se fosse perfetto, uno a cui piace affermare forte la sua personalitá andando a peggiore la giá difficile posizione degli intolleranti veri.

“Si può avere senza…” é il suo motto, ma ne esistono anche specie più sobrie che si nascondono dietro ad una falsa allergia per timidezza, perché sembra brutto dire che quell’ingrediente proprio no.

Ovviamente tra chef intolleranti agli intolleranti, intolleranti che non tollerano di scegliere un piatto diverso ma si divertono a chiedere varianti su tutto il commestibile in carta, e tiratori liberi che fingono intolleranze ad avere la peggio é il commensale X, colui che il vocabolario definirebbe “di bocca buona” e che, visti tutti gli stravolgimenti in atto tra gli attori in campo al suo tavolo, è costretto ad aspettare i tempi tecnici della “variante intolleranza” e percepisce nell’aria l’ostilità muta del personale.

É necessario sciogliere questo nodo.

Promettete che il primo che scova un intollerante fasullo lo porterà in cucina lasciandolo alla mercè della brigata?

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