La NASA lancia una challenge per far mangiare gli astronauti per due anni su Marte

La NASA lancia una sfida per creare il menu delle future missioni su Marte: non basta nutrire gli astronauti, serve un sistema che garantisca cibo fresco, autonomia e qualità della vita per oltre 500 giorni nello spazio.

La NASA lancia una challenge per far mangiare gli astronauti per due anni su Marte

Dunque la notizia sarebbe la seguente: la NASA cerca idee per un menu su Marte, che copra il viaggio andata e ritorno più pensione completa sul pianeta rosso. Lo scopo è quello di capire come nutrire gli astronauti che, in eventuali future missioni, staranno lontani dalla Terra per minimo 500 giorni, quasi un anno e mezzo.

Si sa che le cose più semplici sulla Terra sono le più difficili nello spazio: camminare, lavarsi, andare in bagno, mangiare e bere. Per questo nel corso dei decenni sono stati messi a punto sistemi specifici per ognuna di tali esigenze. Riguardo al cibo, sono stati studiati pasti completi a livello di nutrienti, facili da ingerire e con una lunga shelf life. Ma qui stiamo parlando di un altro livello: missioni della durata di anni. Perciò l’agenzia spaziale statunitense ha lanciato questa challenge, con una serie di requisiti da soddisfare –  dalla produzione alimentare e la preparazione dei pasti alla gestione dei rifiuti, dal riciclo delle risorse alla risposta a situazioni di emergenza, fino al fatto che  non più della metà delle calorie previste dal sistema proposto provenga da alimenti forniti dalla Terra – battezzandola in modo un po’ inquietante Mars to table.

Il sito The spoon, commentando la cosa, ricorda l’episodio dell’astronauta americana Shannon Lucid, che risale a 30 anni fa esatti ma rappresenta sempre un monito: dopo sei mesi nella stazione spaziale orbitante, la maggior parte dei quali passati a mangiare cibi in scatola, quando arrivò un rifornimento di ortaggi freschi dalla Terra Lucid gli saltò addosso, prendendo letteralmente a morsi una cipolla cruda. E non l’aveva scambiata per una mela.

Il problema di cosa far mangiare agli astronauti

marte menu nasa

Figuriamoci nel caso di permanenze più lunghe, e a maggiore distanza dalla Terra, come missioni sulla Luna o su Marte, dove non è che può arrivare una navetta ogni tanto a portare l’insalata di pomodori. Perché ecco, dopo decenni di esplorazioni extraterrestri stiamo scoprendo l’acqua calda: non è sufficiente assemblare cibi stabili, duraturi e nutrizionalmente equilibrati, perché quello che dopo poche settimane l’essere umano desidera di più è dei cibo fresco, e dei sapori forti.

Un’altra questione è quella della perdita di massa corporea, legata non solo alla gravità e all’assenza di movimento (uno dei compiti inderogabili nella routine giornaliera di ogni viaggiatore dello spazio è proprio l’esercizio fisico) ma al fatto che oggettivamente gli astronauti mangiano di meno. È colpa della cosiddetta menu fatigue: la noia di mangiare sempre le stesse cose, che conta forse ancora di più rispetto al desiderio di cibo fresco e saporito.

E poi c’è la questione del pasto come momento non solo di nutrizione ma anche di condivisione, pensa un po’ che scoperte che fanno sti scienziati oh. Perciò la NASA con questo concorso cerca di attrarre non solo ingegneri e tecnologia alimentari, ma anche chef, architetti e designer.

“Non stiamo cercando un sistema alimentare in grado di soddisfare ogni esigenza nutrizionale dell’equipaggio”, ha spiegato Grace Douglas, scienziata responsabile del programma di ricerca avanzata sulla tecnologia alimentare della NASA, durante un webinar illustrativo. “Piuttosto, cerchiamo componenti di un sistema complessivo che contribuiscano in modo significativo all’intero sistema di alimentazione”.

Non nutrizione ma alimentazione. Un passaggio terminologicamente sottile, ma concettualmente abissale. Perché come diceva Claude Lévi-Strauss, niente è buono da mangiare se prima non è stato buono da pensare: e sfido chiunque a trovare buona una barretta proteica o un bottiglione delle flebo, che tant’è.

Ah, il bando è aperto fino al 26 settembre, il primo premio è di 300.000 dollari ma ci sono anche premi di consolazione per idee specifiche: non tantissimi soldi, ma vuoi mettere la gloria di scrivere il primo menu marziano, affrettatevi.

Vabè. Oltre alla facile ironia che si è fatta finora sulle scoperte dell’America, permetteteci una piccola conclusione moraleggiante: questi giorni di caldo atroce che stiamo vivendo, in cui non c’è bisogno di andare nello spazio per capire quanto è importante l’acqua e quanto è vitale un’insalata di pomodori, dovrebbero rendere evidente a tutti la catastrofe climatica. E lo sappiamo che il mestiere delle agenzia spaziali non è quello di salvare il mondo, ma di scoprirne altri, però ecco se si investono più risorse – materiali e mentali – nelle missioni spaziali che nella riduzione dei gas serra, è chiaro che si è fatta una scelta, e non la più razionale. Perché – e lo diciamo con la tristezza nel cuore, tutti noi bambini cresciuti a pane e fantascienza, con il sogno di esplorare l’universo –  per il momento non c’è un pianeta di riserva, e forse non ci sarà mai.