di Chiara Cavalleris 14 Aprile 2020
ritual lab; birra artigianale

In tempi di Coronavirus tutto è possibile, persino che il birrificio artigianale numero uno in Italia (non lo dico io, ma il concorso nazionale organizzato da Uniobirrai, il più importante che c’è), Ritual Lab, si metta a produrre per una beer firm che poi troveremo, speriamo, nei supermercati italiani.

Chi beve birra artigianale sarà perplesso (possiamo spiegarvi), a chi non è pratico del settore consigliamo di leggere l’intervista pubblicata ieri al presidente di Unionbirrai, che in soldoni vede uno spiraglio di speranza, per la sopravvivenza dei piccoli produttori in questo momento terribile, (anche) nell’ingresso nella grande distribuzione organizzata.

Con i dovuti compromessi: shelf-life, prezzi al ribasso, prodotti delicati (non pastorizzati, non micro-filtrati), nonché la concorrenza delle multinazionali, hanno sempre instillato grossi dubbi nel mondo craft, che da sempre vede nella GDO un nemico, più che un’occasione.

Così la pensano Roberto e Giovanni Faenza, padre e figlio, proprietari di Ritual Lab (Formello, RM), birrificio apprezzatissimo tra gli appassionati, specialmente per birre luppolate e luppolatissime. Nerd Choice(s), per capirsi. L’opposto della grande distribuzione organizzata. “Non per pregiudizio”, ci spiega Giovanni Faenza al telefono, “Semplicemente perché le nostre birre non sono adatte allo scaffale, dopo due mesi perderebbero le loro note caratterizzanti e perché, di certo non siamo in grado di soddisfare grosse richieste”.

Per non parlare della catena del freddo, delle luci a neon degli ipermercati..

“Se io avessi un player a disposizione disposto a tenerle in frigo e rispettare i tempi di produzione, non mi farei alcun problema ad uscire in GDO con il nome del mio birrificio. Non sono contrario ai principi della grande distribuzione in sé, ma mi preoccupa la logistica a cui siamo abituati in Italia. Nei supermercati degli Stati Uniti, per dire, si trovano grandissime birre craft”, specifica.

Nessuna Ritual Lab alla Coop, quindi, ma da oggi Ritual Lab produrrà due birre, una bock e una golden ale (alle quali seguirà una “IPA molto leggera, dalla grammatura di luppolo bassa”) per il marchio “birra artigianale romana“, beer firm già esistente che lavorerà, d’ora in poi, con i supermercati.

Prodotti semplici, “di base”, decisamente diversi da quelli a cui Ritual Lab ci ha abituati, che troveremo (non sappiamo dove, nello specifico) sotto altre etichette. Birre realizzate per un’altra azienda, abituata a lavorare nell’Horeca che ora ha le serrande abbassate, che a sua volta si è rimboccata le maniche per continuare a lavorare, attraverso la GDO.

Le birre saranno rifermentate e non confezionate in isobarico, come tutti i prodotti a marchio Ritual Lab, proprio per assicurare la tenuta a scaffale.

“Così non ci fermeremo, non completamente”, spiega Faenza, felice di avere 2 fermentatori (su 10) occupati dal nuovo lavoro per il beer firm, ora che il fatturato di marzo rappresenta un 30% di quello dello scorso anno e pub e ristoranti, che per Ritual Lab rispecchiavano la totalità della clientela, sono chiusi fino a data da destinarsi.