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Ci risiamo. La notizia era nell’aria da qualche tempo, ma il 4 dicembre 2019 è stata ufficializzata la candidatura del caffè espresso italiano a Patrimonio Immateriale dell’umanità, titolo elargito dall’Unesco a cose che sono “tutte le tradizioni vive trasmesse dai nostri antenati: espressioni orali, incluso il linguaggio, arti dello spettacolo, pratiche sociali, riti e feste, conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo. artigianato tradizionale”. L’ultimo riconoscimento Unesco avuto in Italia risale appena ad un paio di anni fa: sempre in campo alimentare, abbiamo “guadagnato” il riconoscimento per l’arte del pizzaiuolo napoletano.

Il caffè espresso – la sua “ritualità”, s’intende nel nostro caso e per l’Unesco – ha assunto nel solco dei secoli il ruolo di collante sociale, nonché di “livella”: al bancone ci si incontrava e ci si incontra tra liberi professionisti e gregari, ragazzi, tutti affaccendati e con un attimo di tregua per sorbire i preziosi millimetri. In teoria, molto in teoria, la candidatura può avere un senso: dopotutto sarebbe il rito a diventare Patrimonio, mica il caffè espresso in sé.

In alcune città, come potete immaginare, la cosa è decisamente più sentita che in altre. Tipo a Napoli, che questa corsa l’ha sempre voluta fare in solitaria: e infatti è ancora in corso un dibattimento tra le parti per portare all’Unesco il rito del caffè napoletano. C’è una sensazione di trionfalismo misto a campanilismo, riguardo alla Candidatura del caffè a Patrimonio Unesco, che non suona nuova: noi a Napoli lo facciamo meglio, noi facciamo uscire la cremina, noi diamo il bicchiere d’acqua, solo da noi c’è il caffè sospeso.

Come la faccenda della pizza, insomma.

Ora, in quanto redattrice di Dissapore napoletana, vi dirò tre motivi tre, tre motivi che bastano, per i quali dovremmo riflettere bene sul caffè espresso italiano Patrimonio Unesco, invece di ingollare il caffè in automatico, alzando il gomito con tanto di “ahhh” finale, dall’odore mefitico, subito dopo aver sorbito il prezioso liquido.

1. Il caffè a 90 centesimi non dovrebbe renderci orgogliosi

Cosa c’è nella tazzina che stiamo candidando? Facciamo brevemente il conto in tasca al caffè espresso italiano. I dati relativi al 2018 concessi dal FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) ci dicono che il prezzo medio di una tazzina italiana oscilla tra i 0,75 centesimi di euro a 1,10 euro, dipende se vi trovate in una media città italiana oppure a Capri. Un prezzo tutto sommato irrisorio, che permette di prenderne anche più di uno al giorno.

Okay, il prezzo è giusto?

Facciamo riferimento ai dati messi in chiaro da Altromercato, la maggiore impresa dell’equo e solidale in Italia, che coordina e veicola in maniera capillare il commercio etico con un rapporto quanto più diretto possibile con i produttori. Meno del 10% del valore del caffè resta ai produttori, che sono le prime vittime sacrificali di questo sistema. Ed i coltivatori diretti di caffé sono praticamente un piccolo Paese: circa 20 milioni di persone dipendono da questa coltivazione. Chi sono, quindi, gli speculatori del caffè? Gli esportatori, innanzitutto, che si accaparrano grosse fette di mercato; a loro volta, gli esportatori si riversano sui torrefattori, che devono “lavorare” il caffè dopo aver selezionato le qualità di loro interesse (qualità arabica e qualità robusta rappresentano circa il 70% del caffè mondiale, in Italia quasi la totalità). Poi abbiamo i distributori, rivenditori che acquistano con private label. Gli esercizi commerciali. In ultimo, i consumatori.

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La filiera è lunghissima e già questo basterebbe a far lievitare il prezzo. Poi, vi sfido: quanti di voi conoscono l’origine del caffè che bevono? Non dico conoscere il nome del produttore, ma perlomeno da dove viene. La soluzione è, come tutte le cose oneste, complicata: bisognerebbe accorciare la filiera, creare dei legami con aziende produttrici, cooperative di agricoltori evitando i passaggi con gli intermediari, insomma: dando valore a chi il valore lo produce materialmente. Il caffè espresso italiano, quello che conosciamo tutti, non è buono, anche se vi piace.

2. Una filiera che non risparmia nessuno

Anche  quanto pare i bar e le caffetterie tradizionali escono con le ossa rotte quando si tratta di fare i conti col caffé. Una tazzina di caffè ha un costo in materia, sempre secondo il FIPE, di 0,33 centesimi (se i dati sono giusti, di questi 0,33 centesimi il 10% resta al produttore).

Tolte le utenze di elettricità ed acqua corrente (indispensabili per macchina da caffè e lavastoviglie d’ordinanza), tolti i costi vivi del personale addetto (un macchinista ed un addetto al banco, solitamente), non resta granché. Bisogna fare cassa con altro, dando al caffè il ruolo di “civetta”: un buon bar lo scegliamo anche per un buon caffè, no? Accompagnandolo ad una brioche, una bottiglia d’acqua, altro.

Certo: l’economia di scala del caffè può fare molto in questo senso, ma francamente non ho mai visto nessun bar vivere di qualche centinaio di caffè al giorno. Ed ecco fatta un’altra vittima della catena.

C’è un però.

Il paradosso – nemmeno tanto paradosso – è che la situazione si sta smuovendo anche grazie alle influenze delle grandi catene: l’apparizione del colosso Starbucks a Milano con prezzi che vanno dai circa 2,60 euro a salire ha legittimato in un certo senso dei costi più sostanziosi del caffè. Anche gli specialty coffee stanno provando a fare il loro sporco lavoro, spesso ostacolati da chi non capisce come un caffè possa costare così tanto. Per inciso: 2,60 euro è circa il prezzo medio in Europa per un caffè espresso.

3. Il caffè espresso del bar fa mediamente schifo

Il terzo ed ultimo fattore, non in ordine di importanza, dipende da tutto quello che ci siamo detti prima: il caffè espresso italiano, allo stato attuale, non è buono.

Su queste pagine lo ammettiamo da un pezzo, ma ad accendere veramente i riflettori sulla questione, facendo straparlare gestori e consumatori indignati, è stata la puntata di Report andata in onda lo scorso giugno. Vi ricordate? Abbiamo visto come il degustatore Andrej Godina ha bocciato irrimediabilmente alcune realtà considerate solide a Napoli: neppure lo storico Caffè Gambrinus, promotore come abbiamo detto prima, della candidatura del “rituale del caffè napoletano”, non ne è uscito particolarmente bene.

Caffè alla napoletana

Perché il risultato finale in tazzina è, la metà delle volte, a dir poco pessimo, con difetti inequivocabili come muffe e rancido? Noi lo abbiamo chiesto, al tempo, a Paola Campana, coraggiosa proprietaria della torrefazione Campana Caffè e di uno Specialty Coffee a Pompei, in provincia di Napoli.

Vi riassumo qui le motivazioni principali: spesso, il caffè in tazzina risulta una vera ciofeca perché si vuole risparmiare sulla materia prima, cercando (e creando) miscele a basso costo, lesinando sulla formazione del personale addetto alle macchine, limitando le pulizie alle attrezzature che dovrebbero essere accurate ed approfondite (certi detersivi costano, e incidono parecchio su una tazzina low cost).

Tutto, e dico tutto, per rientrare nel prezzo simbolico di 1 euro, oltre la quale il consumatore s’indigna.

Insomma, la candidatura dell’espresso italiano, ovvero del caffè come lo conosciamo noi, sa di fumo negli occhi. Una ritualità alla quale siamo affezionati, ma di cui non possiamo andare orgogliosi nel mondo.

commenti (15)

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  1. Avatar alefood ha detto:

    Non un grande articolo. Fare paragoni con il resto del mondo e Starbucks quando si parla di caffe’ espresso e’ una forzatura non da poco. In Italia c’e’ generalmente una tradizione e una professionalità’ che nel resto del mondo difficilmente si trova. Se vi piace il caffe’ espresso di Starbucks, possiamo finirla anche qua. Non capisco poi cosa centri il costo con il fatto che il caffe’ espresso debba (non debba) essere considerato patrimonio dell’umanità’.

    1. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Ciao Alefood e grazie della lettura.
      Starbucks per la prima volta in Italia – oltre gli specialty coffee, da sempre osteggiati – ha proposto un prezzo del caffè diverso, e ci siamo ritrovati anche ad “accettarlo” ed “andarci”. Quindi il paragone-paradosso va fatto a mio parere.
      Per quanto riguarda il costo: io una cosa di 90 centesimi che fa mediamente schifo e che contribuisce allo sfruttamento post-colonialista (e non dico paroloni: è così) non la farei diventare patrimonio dell’Unesco. Ci vogliamo trincerare dietro al “rito del caffè”? Io una ritualità che fa del male a qualcuno non la proteggerei. In ultima battuta proprio: se non ci interessa nulla del resto del mondo, quello che ci arriva nella tazzina non è così buono (mediamente) da proteggerlo.

    1. Avatar Carlo Gracci ha detto:

      Venite pure a Parigi o Brusselle o Berlino a ” gustare” un café/ Kaffee in un qualsiasi bar ( termine generico) anche italiano, anche attrezzato con macchine da espresso italiane: 9 volte su dieci quel che trovate nella tazzina è peggio di quello che la nostra Nunzia deplora nell’ articolo.

    2. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Non perché sia meno peggio degli altri dobbiamo proteggerlo. Ma proteggere e tutelare da che poi? La macchina a spalla dei gigli di Nola è da proteggere perché a rischio estinzione, non l’espresso italiano. Puro onanismo italico.

  2. Avatar alefood ha detto:

    Nunzia, grazie per avermi risposto. voglio solo aggiungere una cosa, che il caffe’ espresso non sia buono ovunque (va bene anche quasi ovunque) e’ un giudizio soggettivo e magari pure giusto. L’idea del caffe’ espresso fatto bene e’ tutta un’altra cosa e questa sicuramente e’ un patrimonio culturale importante. Io vivo all’estero, nella terra degli Starbucks, e l’espresso italiano mi e’ mancato per anni. Solo ultimamente assieme a dei colleghi ci siamo organizzati, comprato una macina caffe’ professionale, ed utilizzando una macchina da espresso seria con chicchi di caffe’ comprati in Italia (non diro’ la marca) siamo riusciti a riprodurre il piacere perduto. E’ non e’ semplice, trovare i veri settaggi e pressione per la miscela (dipende dal caffe’) e’ tutt’altro che semplice. Ma quando ci riesci il risultato e’ straordinario…

    1. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Ciao Ale!
      Il caffè fatto bene è una cosa da proteggere (anche se mi pare goda di abbastanza fama da non aver bisogno di.) Purtroppo, prima di elargire un riconoscimento che sa di onanismo italiaco, mi accerterei che le cose vadano bene. In ogni caso, sono pessimista all’80%: le cose cambiano e per fortuna c’è sempre una buona fetta che vuole investire in formazione (anche a Napoli!)

  3. Avatar Ivano ha detto:

    Ha ragione la Signora (ina?) non paghiamo il caffe’ a 80cent aumentando il post colonialismo ma paghiamolo il triplo dando i nostri soldi ad una multinazionale…

    1. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Salve Ivan.
      La soluzione non è dare soldi ad una multinazionale: infatti l’ho chiamato paradosso.
      Una multinazionale ci ha “convinti” a pagare il caffè 2,60 euro; perché non dovremmo pagarli anche in un bar che ci offre un caffè di ottima qualità?
      Ps: signora va bene in qualunque caso oltre la pubertà, non abbiamo bisogno di vezzeggiativi. 😉

    2. Avatar Ivano ha detto:

      Buongiorno,
      forse avra’ convinto lei…
      Ad oggi quanti sturbuck ci sono 1 o 2? Sono convinto che l’ottanta per cento degli italiani ne’ ignora beatamente l’esistenza.

      Saluti

      IvanO (!)

    3. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Salve Ivano
      “al momento” sono pochi.
      Così come gli specialty coffee “al momento” sono pochi ma la gente che ci va è in aumento. Dati del FIPE alla mano, ed anche un’occhiata: certo, saranno sempre minori rispetto alle caffetterie tradizionali, ma questo potrebbe invogliare queste ultime ad alzare lievemente il livello, con un rincaro giusto di prezzo.
      A risentirla.

  4. Avatar 998R ha detto:

    Non capisco, l’espresso italiano a 0.90€ affama i coltivatori, una parte dei 2,60€ di Starbucks va (almeno in parte) a loro vantaggio?

    1. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Ciao,
      non è scritto da nessuna parte che va a vantaggio degli agricoltori. Sarebbe da indagare, anche se la loro politica sull’equo pare propensa.
      Ma ha sicuramente sdoganato il “sovrapprezzo” del caffè. Mi pare abbastanza palese che nel menzionare Starbucks gli si voglia dar merito di averci convinto a pagare di più per un caffè, cosa che in una caffetteria tradizionale ci fa gridare all’indignazione

  5. Avatar Maurizio ha detto:

    Come scrivere tante frasi e non riuscire a dire nulla….. Nulla.

    Cambia mestiere, o mettiti a fare degustazioni a marchetta di caffè

    1. Avatar Nunzia Clemente ha detto:

      Grazie, ma non mi interessa rubare il mestiere di altri. 🙂