Come la degustazione di Parigi del 1976 ha cambiato la storia del vino

La degustazione di Parigi del 1976: ovvero di quella volta che i francesi attestarono candidamente che i vini californiani fossero migliori dei loro.

Come la degustazione di Parigi del 1976 ha cambiato la storia del vino

Il mondo del vino appare monolitico. La sua storia millenaria fa pensare che le rivoluzioni avvengano alla velocità di crociera dei massi erratici. Perciò si fatica a credere che una rivoluzione poderosa sia avvenuta nell’arco di un pomeriggio. Mettetevi comodi, vi racconto la divertente storia della Degustazione di Parigi del 1976.

 

Lunedì 24 maggio 1976, Parigi, Intercontinental Hotel. Primo pomeriggio. Undici persone, distinte ed eleganti, varcano la soglia dell’hotel per andare ad accomodarsi dietro un lungo bancone. Il loro compito sarà assaggiare venti vini, californiani e francesi, giudicarli e tornarsene a casa. La degustazione è stata organizzata da Steven Spurrier, un britannico all’epoca enotecario a Parigi e proprietario dell’Academie du Vin, dove insegnava cose vinose (un suddito di Sua Maestà che spiega il vino ai francesi è già un alto livello di ironia), e la sua collega Patricia Gastaud-Gallagher, americana del Delaware. E proprio di quest’ultima fu l’idea embrionale della degustazione: proporre in assaggio solo vini californiani, sfruttando la ricorrenza del bicentenario dalla dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Le premesse

Accadde che un bel giorno del 1975 Patricia Gastaud-Gallagher andò a trovare la sorella a San Diego. Avendo sentito parlare dei vini californiani, ritenne giusto andare a far visita a qualcuna delle circa 300 aziende vinicole allora attive (oggi sono oltre 3000). Tanto fu il suo entusiasmo per i vini provati che convinse il collega Steven Spurrier ad imbarcarsi anch’egli su un bel Boeing, direzione Napa Valley. L’inglese testò i vini e si convinse che proporli in degustazione a degli esperti francesi aveva tutto il senso del mondo: quei vini sconosciuti erano effettivamente di alto livello. Così, munito di svariati cartoni di vino californiano, volò leggermente più carico dell’andata verso Parigi.

In Francia poi il buon Spurrier chiese ed ottenne l’adesione di nove delle più competenti personalità dell’enologia francese:

Pierre Brejoux, ispettore generale dell’Institute National de l’Origine et de la Qualité
Claude Dubois-Millot, del ristorante Gault-Millau
Michel Dovaz, dell’Institut du Vin
Odette Kahn, editrice de La Revue du vin de France
Raymond Oliver, chef e proprietario del ristorante Le Grand Véfour
Pierre Tari, proprietario dello Chateau Giscours
Christian Vanneque, sommelier del ristorante La Tour D’Argent
Aubert de Villaine, proprietario del Domaine de la Romanée-Conti
Jean-Claude Vrinat, proprietario del ristorante Taillevent

Immagino che i nove giudici francesi fossero certamente curiosi di provare vini mai assaggiati prima. Vini provenienti da un Paese dove fino al 1933 era proibito consumare alcolici; “vediamo a che punto sono rispetto a noi; perché è chiaro che i nostri vini sono irraggiungibili, paradigmatici, archetipici, onirici…“.

La zampetta del diavolo, quella che trasformò una degustazione in una leggenda, si intravede in quattro precise decisioni di Spurrier:

1) all’assaggio dei sei bianchi a base Chardonnay e dei sei rossi a base Cabernet Sauvignon americani, egli aggiunse quattro bianchi di Borgogna e quattro rossi di Bordeaux, tutti Grand Cru o Premier Cru, tutti di uvaggio analogo, tutti annoverati tra i migliori vini al mondo;

2) la degustazione sarebbe stata alla cieca (i vini vennero addirittura travasati in bottiglie neutre, per non creare condizionamenti anche con il solo colore del vetro);

3) i giudici avrebbero assegnato un punteggio da 1 a 20 a ciascun vino; i punteggi per ogni vino, sommati, avrebbero generato due classifiche, una per i bianchi e una per i rossi;

4) invitare la stampa.

Dunque, una semplice degustazione conoscitiva era diventata una degustazione comparativa, con tanto di punteggi e classifica. E ogni classifica decreta un vincitore. Tuttavia nessun francese storse il naso, perché era scontato che avrebbero vinto loro. Inoltre tutti i giornalisti invitati declinarono l’invito, sancendo una copertura mediatica nulla. Solo il giorno stesso dell’evento George Taber del Time ragionò che comunque di lunedì pomeriggio non avrebbe avuto niente di meglio da fare. Per cui prese carta e penna e si diresse anch’egli all’Intercontinental Hotel. Dimenticavo: George Taber è statunitense.

La degustazione

Pronti via, partono gli assaggi dei bianchi a base Chardonnay, con Spurrier e Gallagher che si uniscono al panel di assaggio premettendo che i loro voti non sarebbero stati contati. Solitamente una degustazione di vini è parca di episodi pirotecnici, per cui un giornalista deve captare le minuzie, l’atmosfera, magari i commenti dei giudici. Complice il clima amichevole, dato dal fatto che, ricordiamo, avrebbero sicuramente vinto i vini francesi (ma proprio senza alcun dubbio, ma ci mancherebbe, ma per carità) i sorridenti giudici fecero guizzare la penna di Taber sul taccuino con commenti del tipo “questo è sicuramente californiano: non ha naso” oppure “oh, siamo tornati in Francia“. Taber si segnò anche il numero del vino destinatario del commento, hai visto mai che… (spoiler: il primo commento venne riservato a un Batard Montrachet Grand Cru 1973, Borgogna, mentre il secondo fu dedicato a uno Chardonnay californiano del 1972).

Finiscono i dieci assaggi dei bianchi e, prima di partire con i rossi, Spurrier decide di annunciare la classifica della prima batteria di vini con i relativi punteggi. Con 132 punti il primo classificato risulta essere lo Chardonnay 1973 di Chateau Montelena. E di che zona della Francia sarà mai questo Chateau? Napa Valley, California, USA. Sì, un vino bianco californiano aveva appena messo in fila tre Premier Cru e un Grand Cru borgognoni, a insindacabile giudizio di esperti palati francesi.

Arrivato a questo punto immagino ogni volta con gran gusto il mutamento di atmosfera in quella sala: le risate che si smorzano, i volti più accigliati, la sensazione di aver appena dato un calcio al secchio del latte (o alla damigiana del vino, fate voi). E la concreta determinazione dei giudici nel voler giudicare attentamente la batteria dei rossi, consapevoli che ora l’amichevole bevuta si stava trasformando in una debacle: “non possiamo perdere 2-0 in casa con gli americani a questo giochino di cui ci riteniamo/siamo i leader mondiali”. Anche perché, se ce lo fossimo dimenticato, in sala a guardare gli assetati c’è anche George Taber. Taber che sul suo bel taccuino ha sottolineato due volte la prima vittoria americana, ha fiutato profumo di storia e si è rimesso seduto in posizione proiettata in avanti, gamer mode.

Con gli assaggi dei rossi i giudici si dimostrano nettamente più severi. Se sospettano di avere un californiano nel calice ci vanno giù pesanti: Odette Kahn assegnò a tre vini un 5 e addirittura due 2, praticamente li giudicò vini difettati oltre il limite della potabilità (Odette Kahn chiese poi a fine degustazione che non venissero contati i suoi punteggi; con molto garbo non venne accontentata).

Assaggia e annota, bevi e rimugina, si arriva infine alla stesura della classifica dei rossi. Il vincitore? Stag’s Leap Wine Cellars Cabernet Sauvignon 1973, from Napa, California. Il Cabernet americano vinse con un margine ridotto su tre icone come Château Mouton-Rotschild, Château Montrose e Château Haut-Brion. L’elite del vino mondiale era ai piedi di un illustre sconosciuto, il tutto certificato dagli stessi esperti palati francesi di cui sopra.

L’imponderabile era dunque accaduto. E siccome le sciagure non vengono mai da sole, il buon Taber era rimasto vigile ed interessato per tutto il tempo, ricavandone una storia da rendita sicura. La prima cosa che fa è telefonare ai vignaioli vincitori, che restano senza parole: non erano affatto pronti per un evento di tale portata. La seconda cosa è insistere con il Time per la pubblicazione dell’articolo, che uscirà il 7 giugno: quattro paragrafetti che cambieranno la storia del vino e forniranno la prova che i francesi sono avvicinabili, addirittura battibili.

Conseguenze

Dopo l’evento Steven Spurrier venne visto col fumo agli occhi dai francesi e per un po’ non riuscì a farsi dare dalle cantine neanche le barriques in dismissione per arredare il giardino. Aubert de Villaine gli disse il giorno stesso che quello che era successo era “un calcio nelle palle alla Francia“. Drastico, ma in verità non del tutto giusto: la degustazione di Parigi, oltre a porre sulla mappa del vino il resto del mondo, fece compiere un esercizio di autocritica ai francesi. Essi rifletterono sui loro vini alla luce dell’esistenza di altre forme di vita enologica nel mondo, si ricalibrarono in breve tempo e non persero mai il primato mondiale nel campo (primato autoassegnato, ma con motivazioni tangibili). Tanto che Steven Spurrier, che sarebbe poi diventato uno stimatissimo wine consultant e uno dei nomi della rivista Decanter, venne addirittura premiato dai francesi nel 1988 come Personalite de l’Annee (Oenology). La motivazione? “Per i servigi resi al vino francese”. Dite quello che volete dei francesi, ma in questo caso non si sono dimostrati affatto permalosi o rancorosi.

Patricia Gastaud-Gallagher, la donna che scoprì i vini che scioccarono il mondo e a cui realmente si deve l’idea della degustazione, non beneficiò della stessa fama del collega. Restò comunque a Parigi continuando ad occuparsi di vino, fino a diventare direttrice della sezione dedicata al vino della scuola Le Cordon Bleu.

I nove giudici, salvo i prevedibili spernacchiamenti patiti nell’immediato, non subirono spiacevoli conseguenze professionali. I loro nomi resteranno per sempre legati alla rivoluzione che avvenne in un solo pomeriggio, quando dei vini vennero giudicati solo per le qualità espresse nel calice, al di là della provenienza geografica.

George Taber fu sempre grato alla vita di aver avuto quel lunedì pomeriggio libero. Oltre all’articolo, sulla degustazione scrisse anche un libro, “Judgement of Paris“, che funse da soggetto per un film, “Bottle Shock” con il compianto Alan Rickman, film che romanza parecchio ciò che successe realmente. In effetti una rivoluzione che parte da gente che beve solo del vino è difficilmente riportabile sul grande schermo, eppure nel mondo del vino resterà un avvenimento di una potenza enorme.