di Anna Ferrari 1 Dicembre 2015
birra artigianale

Chiara, scura, ambrata, doppio malto, ale, lager, lambic, trappista, cruda, di Natale e via elencando. Insomma, c’è birra e birra, eppure in Italia ancora non esiste una definizione di birra artigianale.

In soldoni: siamo sicuri che la birra prodotta nei micro birrifici è un’altra bevanda rispetto a quella industriale ma non sappiamo come dirlo.

L’altro giorno i parlamentari del M5S impegnati in un tour dedicato alla birra artigianale nei birrifici di Apecchio, in provincia di Pesaro e Urbino, ribattezzata “Città della Birra”, hanno chiesto una legge identikit per la birra artigianale a tutela degli 875 piccoli birrifici disseminati sul territorio nazionale, che impiegano 1300 persone e producono un indotto di 4mila lavoratori, con imprenditori che hanno un’età media tra i 30 e i 35 anni”. 

Sino a qualche anno fa Unionbirrai definiva la birra artigianale “birra non pastorizzata e non filtrata”. Spiegazione restrittiva, incapace di fotografare l’irresistibile ascesa del movimento nazionale. L’associazione che promuove la birra artigianale ha allora aggiornato la definizione:

“La birra artigianale è una birra cruda, integra e senza aggiunta di conservanti con un alto contenuto di entusiasmo e creatività. La birra artigianale è prodotta da artigiani in quantità sempre molto limitate”.

Già il sito Cronache di birra ha espresso dei dubbi su questa definizione per i riferimenti a tecniche di produzione specifiche, agli ingredienti usati e alle dimensioni delle aziende, che escludono una serie di birre pur meritevoli.

E oggi, soprattutto per l’assenza di una definizione da parte della legge italiana che addirittura non distingue tra birra artigianale e industriale (nel 2011 il ministero delle Politiche Agricole ha multato il piccolo birrificio Almond 22 per la presenza della dicitura “birra artigianale” in etichetta, in base a una legge del 1962 che rende questa pratica illegale) ma soltanto tra micro birrifici e birrifici industriali, i parlamentari del M5S rincarano la dose:

“La definizione di birra artigianale è una questione di processo o di quantità? Vale per un micro birrificio che aggiunge anidride carbonica o pastorizza o usa solo i quattro ingredienti tradizionali (acqua, malto, luppolo e lievito) e nessuna manipolazione nella produzione?”

Che sia campagna elettorale o meno, che sia il Movimento 5 Stelle o se vi sta antipatico qualunque altra forza politica, è arrivato il momento di cambiare quel pappone retorico che il Ministero delle Politiche Agricole chiama legge. Serve meno burocrazia, dobbiamo poter chiamare le cose con il loro nome e senza fare confusione.

Altrimenti, se io qui e adesso vi chiedo: birra artigianale? Voi rispondete…?

[Crediti | Link: Beppe Grillo, Cronache di Birra, Dissapore]

commenti (7)

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  1. Avatar Graziano ha detto:

    Difficile secondo me mettere dei paletti.
    Già dire che è una birra “fatta con entusiasmo e creatività”, viste certe schifezze che ho bevuto, non è vero. Ed erano pure care.
    In Italia mi sembra che sia diffuso il concetto birra artigianale (buona o meno)=birra che costa molto di più.
    Se le accise italiane siano l’unico motivo di ciò non lo so, ma faccio notare a tutti che in Abbazia le bottiglie da 33cl di Westvleteren 8 le vendono a 1,54 euro l’una, e quelle di Westvleteren 12 a 1,75 euro l’una…per chi non lo sapesse, sto parlando di una delle migliori birre al mondo. Idem le cugine Rochefort, Orval, Westmalle…tutte vendute a 2/3 euro. E sono l’eccellenza.
    Quindi tutte quelle italiane vendute in belle ed eleganti bottiglie da 75cl a 10/15 euro l’una, le trovo un pò troppo care, considerando che spesso non sono nemmeno così speciali…
    Poi la legislazione italiana attuale lasciamola perdere, fa ridere, si parla ancora di birra “doppio malto”, che non vuol dire proprio nulla…e c’è ancora gente che ne parla, pure un partecipante de “Il più grande pasticcere” l’ho sentito parlare di birra doppio malto nell’ultima o penultima puntata…

  2. Avatar Giuseppe ha detto:

    Serve meno burocrazia!
    Quindi facciamo una nuova legge.

    Non fa una piega.

  3. Avatar Paolo ha detto:

    Si trattasse di una legge avrebbe senso ragionarci. Purtroppo, come il caso della multa dimostra, la legge sarebbe una piccola goccia in un mare normativo che non verrebbe in alcun modo modificato. E soprattutto leggi di queto tipo hanno sempre bisogno di appositi “decreti attuativi” che il ministero deve pubblicare successivamente; non sarebbe la prima volta che il “decreto attuativo” finisce nei fatti a contraddire l’obiettivo dichiarato e le finalità che la legge si preiggeva.
    Meglio, molto meglio, lo stato attuale. Dove molto più semplicemente si può selezionare tra birre _buone_ e birre _cattive_, come ha giustamente osservato. E certi esperimenti al limite dell’imbevibile si possono lasciare sul banco, anche se proposti da presunti Grandi Nomi della “birra artigianale”. Qualunque cosa sia la birra artigianale

  4. Avatar sul serio? ha detto:

    meno burocrazia o regolamentazione per evitare speculazioni e concorrenza sleale? voglio dire abbiamo letto di tutto e di più dei vari puristi contro l’artigianalità di GROM e invochiamo libertà per la birra? eh no cari miei! ci vuole un minimo di coerenza. perché non partiamo dall’origine della materia prima ad esempio? in Provincia di BZ hanno istituito il marchio di qualità della Birra altoatesina, prodotta dalle aziende locali con ingredienti a chilometro zero e secondo metodi artigianali e tradizionali. questo vuol dire usare orzo coltivato in loco ecc ecc… dall’Italia terra anche del vino la strada dovrebbe essere quella. allora forse inizieremo a parlare di terroir di oro, luppolo ecc ecc… Io lo trovo molto interessante.

    1. Avatar Red Oyster ha detto:

      Secondo quale principio orzo e luppolo prodotti in Italia dovrebbero essere migliori di quelli prodotti in zone storicamente vocate a tali produzioni?
      C’è un motivo per cui aree geografiche adatte alla coltivazione di tipologie viticole di alta qualità debbano essere anche adatte alla coltivazione di luppoli altrettanto pregiati?
      Il vantaggio della maggior freschezza di un luppolo proveniente dal campo sotto casa varrebbe solo per certe tipologie di birre, e tale beneficio verrebbe percepito solo da un consumatore che le bevesse a loro volta molto fresche.

      Peraltro, si parla già di “terroir” molto famosi per la produzione di luppolo: semplicemente nessuno di questi è in Italia.

    2. Avatar sul serio? ha detto:

      @ red oyster
      mai detto che orzo e luppolo prodotti in italia debbano per forza essere migliori (ma escludere a priori che in italia possano nascere dei territori altrettanto vocati ,visto che il mercato della birra tira come non mai, mi sembrerebbe altrettanto miope). “motivo per cui aree geografiche adatte alla coltivazione di tipologie viticole di alta qualità debbano essere anche adatte alla coltivazione di luppoli altrettanto pregiati?” non mi sembra di aver detto questo e se non mi sono spiegato bene me ne scuso…comunque intendevo fare un parallelo tra mondo del vino (dove conta il luogo, la terra e l’operato dell’uomo) con quello della birra NB artigianale. In sostanza provavo a rispondere alla domanda dell’articolo: cos’è la birra artigianale (o cosa potrebbe essere) . Quindi i vantaggi di luppolo fresco per una fascia di produzione esiste…ottimo. il “terroir” del luppolo noto nel mondo oggi non è presente in Italia? altrettanto “semplicemente” le cose possono cambiare. per il vino non esistono zone vocate dalla notte dei tempi ma dall’anno tot e tot. idem potrebbe funzionare con il luppolo.anche perché è sempre l’economia a far muovere le cose.Tanto per dire Franciacorta è una zona che negli anni 60 è stata convertita in vigneti dal pascolo. Per non parlare della valle dell’Adige in Trentino Alto Adige che fino all’800 era solo in parte dedicata alla vite ma vi coltivavano il tabacco per tutto l’Impero austroungarico e infinità di gelso (che serviva per i bachi da seta…) il mondo cambia e con esso le campagne. molto più di quanto pensiamo. esempio di quanto sia aleatoria l’idea di vocazione agricola. poi io penso che una birra “artigianale” potrebbe metterci qualcosa di altro oltre all’acqua del territorio. che non vuol dire essere talebani del km zero ma, ripeto, rimane un tema interessante.