Il taglio delle rese sarebbe la soluzione della crisi del vino? Andatelo a dire ai conferitori delle cantine sociali

Se nel 2026 non raccogliessimo neanche un chicco d'uva, avremmo vino sufficiente per coprire comunque l'intera vendemmia.

Il taglio delle rese sarebbe la soluzione della crisi del vino? Andatelo a dire ai conferitori delle cantine sociali

A noi dispiace realmente dover ribadire per l’ennesima volta lo stato preoccupante in cui versa il vino italiano, ma di fronte ai numeri esposti nell’assemblea di Unione Italiana Vini dello scorso 8 luglio anche il più inguaribile ottimista faticherebbe. Numeri che ricalcano l’andamento che già avevamo evidenziato in passato, con la spiacevole caratteristica di essere costantemente diretti a sud, senza che nessuno intervenga in maniera decisa. Prendiamo ad esempio la perniciosa questione delle giacenze di cantina: ad oggi nelle cantine italiane giacciono inermi circa 53 milioni di ettolitri di vino, +7,3% rispetto lo stesso periodo dello scorso anno. Più del volume di un’intera vendemmia.

Facendo un’ipotesi per assurdo, se nel 2026 non raccogliessimo neanche un chicco d’uva, avremmo vino sufficiente per coprire comunque l’intera vendemmia; avanzerebbe pure qualcosa. Questo per dire che produciamo davvero troppo vino per un mercato che è in continua flessione negativa.

Il declassamento

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Per tentare di cavalcare l’onda, molte cantine stanno declassando i propri vini da DOCG a DOC o da quest’ultima a IGT. Il declassamento volontario potrebbe essere un palliativo per vendere più bottiglie, ma ha lo sconvenientissimo risultato di abbassare i prezzi e, soprattutto, affievolire sempre più il valore percepito del vino italiano. Non che essere etichettati come DOC sia indice certo di una maggiore qualità, lo sappiamo e lo ribadiamo, ma va anche tenuto conto della percezione generale di chi il vino lo beve senza scomporlo in famiglie odorose.

Aggiungiamoci anche l’export, che continua a mostrare segno negativo: -8,3% in tutto il mondo, con un picco di -17% verso gli U.S.A. che, nonostante tutto, restano ancora il principale mercato di riferimento. Tutto ciò ha portato il presidente di UIV Lamberto Frescobaldi a lamentare soprattutto l’inerzia del settore: “l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l’iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera“.

La riduzione delle rese

Per evitare un’altra vendemmia che ci vedrebbe, ancora una volta, come primo produttore mondiale, sempre più consorzi di tutela hanno deciso di ridurre le rese massime consentite in vendemmia, seguendo la linea già tracciata da alcuni di essi lo scorso anno. Consorzi di spicco, come quello del Chianti, che ha chiesto la riduzione delle rese del 20%, o come il Chianti Classico che vorrebbe passare dai 75 ai 65 quintali per ettaro; ma anche i consorzi del Brunello di Montalcino, della Valpolicella, o del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani hanno emesso delibere per una riduzione delle rese (nell’ultimo caso, il taglio riguarda solo Langhe Nebbiolo e Barbera d’Alba).

Il segnale è piuttosto chiaro: con un mercato già in recessione generale, figuriamoci se si parla di vino, non è pensabile continuare con i numeri degli ultimi trent’anni (ci sarebbe anche il caso delle cantine abruzzesi, ma quella è un’altra storia). Un caso emblematico è quello del Consorzio del Pinot Grigio delle Venezie: il disciplinare prevede un limite di resa di 180 quintali per ettaro di uva e quest’anno, come già avviene da anni, il consorzio ha deliberato un abbassamento della resa a 160 q/ha. Ora, al netto della sensibile e progressiva riduzione, si tratta ancora di numeri giganti. Facciamo un rapidissimo calcolo: se dai 27000 ettari della denominazione si vendemmiassero 160 quintali d’uva per ettaro, si otterrebbero oltre 400 milioni di bottiglie di Pinot Grigio delle Venezie DOC. Il fatto è che di questa denominazione le bottiglie di vino vendute ogni anno sono circa 230 milioni, la maggior parte all’estero, con una quota di vino stoccata in cantina piuttosto paurosa.

Il caso è emblematico non tanto della denominazione in sé, quanto più del costume italiano di alcune denominazioni che, anni addietro, fissarono l’asticella delle rese là, dove l’aria è più rarefatta. Gioco facile: la ripresa tecnologica e qualitativa del vino italiano, dopo la tragedia del metanolo, ebbe come effetto un aumento dei consumi. Logicamente, con un mercato altamente ricettivo, perché mai tenere le rese rasoterra? Più produco, più vendo, no? Corretto, a parte il minuscolo dettaglio che, generalizzando estremamente, più uva fai produrre a una pianta e meno ricco, meno intenso sarà il vino. Questo aspetto, a fronte di una flessione del mercato e di un consumo un po’ più ‘educato’, penalizza la cantina e, parallelamente, tutta una denominazione.

Ma è inutile nascondersi dietro a un dito: il peso maggiore nella votazione dei disciplinari (e, come risvolto, nella loro redazione) lo possiedono le cantine cooperative. Esse non sono il male, sia ben chiaro: sono nate ed hanno tutt’oggi lo scopo di radunare tanti piccoli conferitori che non avrebbero mezzi o capacità di portare avanti una cantina indipendente. Tuttavia, è innegabile che col supporto dei grandi numeri, esse abbiano un’influenza mostruosa nei consigli di amministrazione dei consorzi di tutela. Lì, dove il voto di ogni socio è proporzionale ai volumi di vino prodotti e alla superficie vitata, capite bene come le cantine sociali possano vantare un peso politico enorme. Questo peso certamente si è fatto sentire anche nei suddetti tagli di rese, che per le cantine sociali è comunque una sorta di situazione win-win: verrà prodotto un po’ meno vino, con la possibilità di smaltire le eccedenze, e il vino che verrà prodotto sarà (sempre banalizzando) qualitativamente migliore rispetto al passato. Il prezzo chi lo paga? I conferitori, ovvio.

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