Ve li ricordate anche voi i tempi in cui ci preoccupavamo per le enormi giacenze di vino invenduto, che da tempo stazionano tristi solitarie y final nelle cantine italiane? Sono passate solo poche settimane, no? E sono certo che ricordate anche l’opinione in fase pre-vendemmiale di Angelo Gaja, che suggeriva di “governare il limite”, di andarci cauti con le rese di uva per ettaro; opinione seguita poi, va detto, da una vendemmia che ci ha messo al primo posto della produzione vinicola mondiale con oltre 47 milioni di ettolitri, in barba ai consigli del vate di Barbaresco.
Ebbene, in questo clima di moderato e progressivo ravvedimento si fa notare come una vuvuzela in un’orchestra di ottoni la richiesta di molte cantine sociali abruzzesi, spalleggiate dalla solerte Coldiretti ed altre associazioni di categoria, di aumentare le rese dei vini generici e dei vini varietali da 300 a 400 quintali per ettaro.
Dal 2022 il Testo Unico Vino stabilisce all’art. 8 comma 10 che “la resa massima di uva a ettaro delle unità vitate iscritte nello schedario viticolo diverse da quelle rivendicate per produrre vini a DOP e a IGP è pari o inferiore a 30 tonnellate“. La versione precedente del Testo vedeva questo limite fissato in 50 t/ha, per cui la riduzione è stata sostanziale, e ad ogni modo il documento attuale, in condizioni vendemmiali favorevoli, contempla il raggiungimento in deroga delle 40 t/ha.
Dato il pregresso discorso sul vino invenduto e sulla mostruosa produzione nazionale, risulta davvero arduo comprendere la volontà di aumentare nuovamente questo limite di resa. O meglio, non è difficile affatto se si ragiona in termini spiccioli, “più produco, più vendo“. Ma nel periodo storico attuale, dove le bevande alcoliche in generale sono vittime di un calo costante dei consumi, dove maggior produzione di vino non equivale affatto a un maggior introito, il pensiero di voler aumentare le rese appare tanto lungimirante quanto volersi irrorare con acetone mentre è in corso un incendio.
Le giacenze di vino abruzzese

Potremmo apparire catastrofici, proprio per questo daremo un’occhiata ai numeri: sui circa 3 milioni di ettolitri di vino abruzzese prodotti annualmente circa la metà sono di vino non-DOP né IGP. Dando invece uno sguardo alle giacenze, nelle cantine abruzzesi stazionano 3,2 milioni di hL circa a fine 2025, rendendola la settima regione per volumi stoccati. Già con questi due dati, facendo un calcolo estremamente basilare, risulta che in Abruzzo tanto si produce e tanto rimane in cantina. Già con questi dati a disposizione sembra assurdo voler raccogliere il 25% in più di uva per produrre ancora più vino. Ma continuiamo.
Osservando ulteriormente gli ultimi report di Cantina Italia, emerge un altro dato interessante: la provincia di Chieti, dove risiede più del 75% del vigneto regionale, risulta essere la terza in Italia per volumi di vino fermi nelle cantine con circa 2,7 milioni di hL, dei quali quasi 1 milione di hL sono vini varietali o vini generici. Logico che la maggior parte delle cantine sociali abruzzesi abbia sede in provincia di Chieti; tra queste annoveriamo Citra Vini e Cantina Tollo, le quali da sole imbottigliano ognuna volumi di vino che oscillano tra i 120mila e i 180mila hL l’anno.
Quello che colpisce di tutta questa faccenda è la miopia con la quale cantine ed associazioni di settore pensano di risolvere la crisi che il comparto vinicolo sta attraversando: come si può credere, in un momento di riduzione costante dei consumi, che sia una buona idea immettere una maggior quantità di vino sul mercato?
L’unica voce ‘fuori dal coro’ è stata quella del Consorzio di Tutela Vini d’Abruzzo. In realtà, il presidente Alessandro Nicodemi non ha preso una posizione al Tavolo Verde dove è avvenuta la richiesta dell’aumento delle rese da parte delle cantine sociali. Ma neanche avrebbe avuto titolo a farlo: il consorzio non ha titolarità nella gestione delle uve da tavola, ma soltanto per le DOC e DOCG. E in questo senso in tempi recenti il consorzio si sarebbe anche mosso: è dello scorso luglio la delibera regionale in cui, su input consortile, si è disposta la riduzione del prodotto di annata da immettere sul mercato.
Nello specifico, sono rivendicabili fino a 110 q/ha di uva per Montepulciano d’Abruzzo DOC contro i 150 q/ha previsti dal disciplinare; la restante parte eventualmente prodotta rimarrà in cantina e non potrà essere certificata né venduta fino al 30 settembre 2027. Giusto per dare qualche numero ulteriore, le denominazioni d’origine regionali costeggiano il milione di ettolitri annuali di produzione.
Sembra dunque che l’Abruzzo del vino viaggi a due velocità: una parte che pare approcciare una riconsiderazione dei volumi prodotti, sperando che coincida anche con una volontà di accrescimento qualitativo generale (che non guasta mai), e l’altra parte che punta ad entrare in un mercato, già saturo e in recessione, con volumi ancora maggiori. Come sempre bisogna attendere e osservare cosa accadrà, ma le prospettive di quest’ultima schiera non sembrano coincidere con una ricetta vincente.