Cinque cringiate dal Vinitaly 2026

L'esposizione dedicata al vino più muscolare e politicizzata che c'è, il Vinitaly, accentra ogni anno strafalcioni, boutade e dichiarazioni che rischiano di passare in sordina.

Cinque cringiate dal Vinitaly 2026

Dunque, abbiamo messo in archivio un altro Vinitaly, il salone italiano del vino che tutti snobbano, che tutti criticano, ma che per fortuna ancora c’è dato che senza sarebbe sicuramente peggio. Il mega evento è andato in scena a Verona dal 12 al 15 aprile ha visto protagoniste oltre 4mila aziende vinicole, più associazioni di settore, consorzi di tutela e un carnaio di gente che, il più delle volte, gira per i 9,5 ettari dell’esposizione barcollando e bofonchiando sentenze in lingue non ancora studiate dagli atenei.

E a proposito di frasi dai significati interpretabili, ogni Vinitaly che si rispetti porta con sé slogan rivedibili e dichiarazioni-che-insomma-ecco. Vediamo quali sono stati i cinque momenti top legati al Vinitaly 2026.

La passivo-aggressività dell’Arsial

arsial vinitaly

Bisogna per forza partire con la campagna comunicativa dell’Arsial, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio, che un paio di settimane prima che si aprissero i cancelli di Veronafiere se ne uscì sui social con lo slogan “A Roma mangi romano. Parli romano. Vivi romano. E poi bevi… toscano? Eddaje su!”, con la parola “toscano” barrata in rosso.

Credo sia scritto nel manuale di teoria e tecnica della comunicazione a mezzo social, a pagina 16, che per una campagna di comunicazione legata ad un evento che coinvolge e sponsorizza tutto il comparto vinicolo nazionale (e che tra l’altro si tiene a Verona), non è opportuno, né furbo, né simpatico rivolgersi direttamente ai romani, tralasciando il resto della popolazione della regione che si sta rappresentando, nonché andando ad osteggiare apertamente il consumo di vino di una regione limitrofa, peraltro largamente meritoria, senza addurre motivazioni plausibili del supposto errore. Il messaggio si conclude con “vieni e assaggia. Poi ne riparliamo.”.

Considerando che, sintatticamente, l’uso di sette punti su venti parole (più un tre punti di sospensione) trasmette astio, il claim finale risulta addirittura sfidante e quasi minaccioso (“ironico”, potrebbe ribattere chi di ironia non fosse pratico).

Noi possiamo solo immaginare che lo stand dell’Arsial abbia in questi giorni ricevuto visitatori ben attenti ai vini serviti e indirettamente stimolati dalla stessa Arsial a operare davvero dei confronti con i vini toscani. Chi vi scrive è di parte e conosce bene il valore del vino laziale, la cui qualità generale è cresciuta esponenzialmente soprattutto nell’ultima decina di anni; chi invece ha il compito di comunicare questo valore, dovrebbe assorbire il concetto che l’enologia italiana non è un gran premio di Formula 1 (anche perché lì a chi arriva primo danno lo Champagne, non il Roma DOC Spumante).

I sorprendenti gusti della Gen Z

dati vino UIV Vinitaly 2026Da VInitaly.com, slides della conferenza a Roma prima dell’apertura del VInitaly

Sempre pochi giorni prima del Vinitaly, nell’incontro di presentazione del Vinitaly tenutosi alla Camera dei Deputati, sono stati diffusi i dati dell‘Osservatorio UIV-Vinitaly che ha preso in esame i dati IWSR e Istat sui consumi di vino in Italia. Oltrepassando le percentuali di consumo di vino per fasce d’età, motivazioni e frequenza di consumo, analisi della spesa per il vino, etc., la nostra attenzione è stata catturata magneticamente dai risultati dell’indice di conversione in acquisto dopo conoscenza (ossia, con quale percentuale di probabilità acquisti un vino dopo averlo provato).

Questi mostrano una predilezione per Millennials, Gen X e Boomer per il Prosecco DOC, andando di pari passo con i risultati del mercato, mentre sono straordinariamente sorprendenti quelli della Gen Z (ricordiamo: i nati dal 1997 al 2012): i tanto bramati e biasimati giovani non premiano le bollicine venete ma, dicono i dati del sondaggio, mostrano una predilezione per i rossi strutturati. Già, i giovani pare apprezzino notevolmente nell’ordine: Amarone della Valpolicella, Barbaresco, Taurasi, Bolgheri e Chianti. Nel periodo di massimo fulgore dei vini naturali, dei vini realizzati in sottrazione, in tempi di rifiuto sdegnato della barrique, mai ci saremmo aspettati la promozione da parte dei giovani di alcuni tra i nostri vini più massicci e strutturati.

Non conosciamo il campione umano interpellato, la sua numerosità, la provenienza geografica, ma siamo certi che chiunque del settore, messo davanti a questi numeri senza alcuna contestualizzazione temporale, sosterrebbe “be’, questi sono i vini che andavano a fine anni ’90 primi anni 2000. Poi i gusti sono cambiati”. Noi sinceramente ammettiamo che non eravamo pronti per questo backflip dei ventenni alla maniera di Surya Bonaly.

La bottiglia sovranista

bottiglia sovranista

Discutibile, a voler essere carini, è la colossale struttura rossa a forma di bottiglia bordolese che accoglie i visitatori all’ingresso della fiera e la cui etichetta recita “dentro c’è l’Italia“. All’interno della struttura sono rappresentati ventidue vitigni italiani, raccontati attraverso delle essenze rappresentative di ognuno di essi racchiuse in campane di vetro.

Inoltre, dalla Galleria degli Uffizi e da Palazzo Pitti sono state fatte arrivare statue antiche rappresentanti Bacco, Ampelo, etc., in un classico collegamento tra vino e mitologia. Una scenografia monumentale, “la più grande bottiglia al mondo” sostiene con orgoglio il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (capito, Guinness World Records?), che alla fine nemmeno risulta fuori luogo nel contesto di una fiera enologica dallo spirito prettamente commerciale. Ecco, l’ingresso a forma di orifizio tondeggiante posto sul fondo della bottiglia con tanto di godronatura a rilievo non corrisponde esattamente ai canoni dell’italica eleganza.

L’enogeopolitica di Adolfo Urso

Il mondo è in preda alla follia, tra guerre in corso d’opera e altre che si scatenano nello spazio di un aperitivo; con leader mondiali che, dai discorsi pubblici sempre meno moderati nei toni e nei contenuti, ci stanno catapultando all’indietro di novant’anni. In questo scenario si collocano sfavillando le parole del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. In un’intervista rilanciata su TikTok dalla pagina satirica The Journalai, il ministro Urso delinea sconvolgenti motivazioni geopolitiche sul fallimento dei negoziati USA-Iran in Pakistan: “purtroppo è mancato il vino. E questo ci fa riflettere“.

La seconda frase ci trova drammaticamente d’accordo. Il ministro sostiene che una volta “gli accordi di pace si siglavano attorno a una tavola bandita (sic) in cui il vino era elemento centrale perché creava il clima giusto: quello della convivialità, della convivenza e quindi della pace“. La colpa, neanche a dirlo, è del ‘fondamentalismo islamico’, tanto che, sempre parole del ministro Urso, “se ci fosse stato il vino i negoziatori iraniani sarebbero più consapevoli di quello che significa convivere nel mondo“. Sarebbero talmente tante le cose da elaborare, dal perché all’ONU ancora non distribuiscano giornalmente un tetrapak di vino ad ogni rappresentante alla necessità di sostituire i giudici di pace con una ‘sala negoziati’ in ogni ristorante italiano, che facciamo prima ad aggiornare il file delle dichiarazioni rivedibili dei politici e chiuderla qua.

Le dichiarazioni di Lollobrigida, Meloni, Mazzi e Frescobaldi

In una celebrazione del vino gli interventi dei protagonisti non possono che essere entusiastici. Ecco allora il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida citare addirittura papa Giovanni Paolo II nel dire al comparto enologico “non abbiate paura, riconoscendo le difficoltà che i viticoltori stanno attraversando ma anche parlando delle potenzialità del settore. Sulla stessa linea d’onda sono state le parole della premier Giorgia Meloni, intervenuta a Vinitaly il 14 aprile.

Il nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha invece dichiarato di considerare la Napa Valley un modello di riferimento per il vino italianocome risposta concreta ai fenomeni di overtourism“. Giusto, se non fosse che la Napa Valley sta attraversando una crisi terrificante, come abbiamo analizzato solo pochi giorni fa. Se fossi un vignaiolo chiederei al ministro, gentilmente, di aggiornare con rapidità il paradigma.

Iginio Massari premiato al Vinitaly, nel padiglione Lombardia, e a commentare è la figlia assessora Iginio Massari premiato al Vinitaly, nel padiglione Lombardia, e a commentare è la figlia assessora

Troviamo infine le parole del presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi: “il momento è difficile, ma ci sono segnali che indicano che il settore potrebbe aver toccato il punto più basso. Il mondo del vino deve imparare a guardare oltre e a evolversi […] La tradizione, pur essendo un valore, può diventare un limite se viene usata come rifugio: per questo è fondamentale innovare e produrre vini più contemporanei, anche sperimentando nuove categorie come i vini a basso o zero contenuto alcolico grazie alla tecnologia. Allo stesso tempo, diventa necessario migliorare la comunicazione per parlare in modo più efficace ai nuovi consumatori“.
Frescobaldi ha anche fornito una piccola luce concreta in questo buio: “Nonostante un 2025 non certo fortunato, il vino anche lo scorso anno si è confermato al secondo posto nella bilancia commerciale tra tutti i comparti del made in Italy tradizionale, grazie a un attivo commerciale con l’estero di +7,2 miliardi di euro“.

Nella complessità del settore, noi avevamo già ipotizzato la prevedibile flessione dell’export 2025 grazie ai dazi di Trump, risultata alla fine in un -3.6% a valore. Però, magra consolazione, il vino italiano ha tenuto meglio rispetto a Francia (-4,4%), Spagna (-5,1%), o Cile (-10,2%). Inoltre, le prospettive per il 2026 sembrano essere più rosee per via della provvisoria entrata in vigore il prossimo 1 maggio dell’intesa con il Mercosur, con nuove prospettive commerciali che potrebbero rinvigorire il comparto.

Anche perché l’ultimo report Cantina Italia riporta come le giacenze di vino nelle cantine restino alte e stabili, dunque ben vengano nuovi mercati da colonizzare. Magari l’Arsial può provare a giocare d’anticipo stavolta e diffondere i vini del Lazio in Sud America prima che ci arrivino i toscani.