di Adriano Aiello 17 Luglio 2016
gambellara

A nessuno pare interessare più nulla dei vini dolci, tanto che il loro mercato è quasi esclusivamente legato ad appassionati privati, che spesso si riforniscono in giro per cantine, o alle occasioni rituali.

Personalmente ne ho sempre bevuti pochi e come sponsor della tipologia sono credibile quanto Mourniho come moderatore di un convegno sull’armonia nello sport. Eppure hanno un metodo di produzione e una storia bellissima.

In un recente press tour a Gambellara, in provincia di Vicenza, ho avuto modo di assaggiarne numerosi, con alterni momenti di entusiasmo e una generale predisposizione alla curiosità.

Gambellara è il principale comune di una piccola doc che non raggiunge i 1000 ettari vitati e non supera le 20 cantine. La garganega è il vitigno autoctono dominatore della zona, noto per essere la base del più noto Soave, ma quelli bravi dicono che è in questi luoghi che esprime al massimo la sua vocazione vulcanica.

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Vocazione vulcanica che sono felice di scoprire in uno dei primi bianchi assaggiato. Ho rovinosamente perso gli appunti, ma ricordo questo sentore olfattivo di inequivocabile scamorza affumicata, tipica di alcuni Fiano con un decennio sulle spalle. Eppure parliamo di un vino giovanissimo.

Poi mi dicono che l’annata ha avuto qualche turba in cantina e la poesia del terroir muore come i sogni all’alba e gli scudetti dell’Arsenal a fine gennaio.

Rientriamo nel mood didascalico. Grande parte della produzione di garganega è legata alla sua vinificazione classica, ma l’appassimento rimane una pratica molto diffusa, specie nella versione più facile, quella del Recioto di Gambellara, spesso spumantizzato. E a me abbastanza indigesto.

Il consorzio non ha l’energia, i fondi e la consuetudine di altre realtà venete, ma da due anni organizza un’appassionata due giorni di visite in cantina, degustazioni e racconto del territorio.

Dal quale emerge, la bellezza di questi luoghi, come anche una mentalità produttiva generalmente di vecchio stampo, troppo improntata all’interventismo in vigna e in cantina.

vignato

Nessuno obbliga alla riconversione in biologico (anche perché è spesso una pratica furba e situazionista), o alle vigne verdi e spettinate, ma i piccoli volumi delle cantine potrebbero garantire approcci più naturali, come quello scelto da Davide Vignato, un po’ una mosca bianca tra i produttori.

Scopro progressivamente che questa generale reticenza al nuovo esplode in numerosi contesti: nella stanza di hotel con il Grundig 12″ catodico, nella cena dove era lecito aspettarsi le tante specialità della zona (gli asparagi, il baccalà alla vicentina, la sopressa vicentina) invece che il vitello tonnato fatto con il girello.

Esaustivo comunque l’assaggio dei vini, ospitali le cantine e di grande fascino la storia del Vin Santo di Gambellara, bellissimo vino dolce, ormai prodotto quasi solo nelle annate migliori, appassito fino alla primavera dell’anno successivo alla vendemmia con ricercate tecniche artigianali.

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È un vino praticamente invisibile. Sono 9 le cantine che lo producono per un totale sotto le 3000 bottiglie. È insomma più un lascito della tradizione che una tipologia, come si coglie nella cantina di Sordato Lino, dove una stanza gli viene interamente dedicata.

La sua unicità è indiscutibile e legata anche alla scoperta di un lievito indigeno mai catalogato prima, identificato come Zygosaccharomyces gambellarensis e da pronunciare rigorosamente dopo un paio di bottiglie per vedere l’effetto che fa.

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Tecnicismi a parte, quello che mi ha più colpito viene vinificato da Menti, una piccola realtà familiare che produce anche un ottimo miele.

Vino di gran carattere ed espressività, mai appesantito dalla tecnica e dotato di una rotondità misurata. Grande naso giocato sulla frutta stagionata e sulle note mature tipiche della tipologia, bel sorso in cui l’opulenza zuccherina non diventa stucchevole grazie a una discreta spina acida.