I vini dell’Alto Adige spiegati bene

Qualche giorno in Alto Adige può favorire il buon umore, come metterti al tappeto causa abusi enologici e gastronomici.

Nel viaggio c’è sempre una suggestiva quota di straniamento, dovuta alla sensazione di uscire dai confini senza farlo realmente. Sensazione che mi ha accompagnato durante un tour tra cantine, cucine e degustazioni, nell’ambito del nuovo progetto “Europa, dove la qualità è di casa”.

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Difficile dar conto sinteticamente dei tanti assaggi fatti, di vino soprattutto, ma anche di formaggio Stelvio, mele e speck. Quest’ultimo attualmente compone il mio corpo in una percentuale sensibilmente superiore al sangue e all’acqua.

Meglio provare a fornire un inquadramento del fiorente comparto vinicolo cercando di sistematizzare qualcosa che spesso si dà per scontato.

Cantine sociali

Il successo del vino altoatesino parte da lontano, da una visione molto peculiare. Il primo segno distintivo è il modello delle cantine sociali che qui hanno un’impronta completamente diversa dal resto d’Italia.

Escludendo ovviamente le numerose eccezioni di ogni realtà, e il caso per molti versi analogo della Valle d’Aosta, la logica cooperativa sudtirolese non punta al mercato dei vini di media e bassa qualità, coltivati in pianura con rese molto elevate e che hanno come riferimento il mercato della grossa distribuzione a prezzi sotto i 5 euro, ma a un posizionamento sensibilmente più alto.

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Questo è un valore oggettivo che prescinde da quanto si apprezzino i vini sudtirolesi. E ha origini molto remote, sostanzialmente quando Edmund Mach fondò, nel 1874, l’Istituto agrario sperimentale a San Michele dell’Adige, ponendo le basi per un sistema di stoccaggio, vinificazione e vendita comune delle uve.

Le grandi cantine sociali altoatesine come Terlano, Bolzano, Tramin, Caldaro e numerose altre, hanno dato progressivamente vita a un sistema virtuoso, dove la selezione accurata delle uve e il prezzo di acquisto molto più alto della media hanno permesso di non soffocare economicamente i contadini, spingendoli a ottenere il massimo dalle loro vigne.

Di contro è andato affermandosi un profilo stilistico molto preciso e standardizzato, così coeso che se non amate lo stile medio dei vini altoatesini, soprattutto dei bianchi (che hanno l’impronta più caratterizzante e riconoscibile) può risultare inutile spendervi in infiniti assaggi.

Piuttosto potreste provare a cercare dei piccoli produttori con una visione diversa e controcorrente.

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Oggi, queste cantine sono caratterizzate da strutture imponenti, molto moderne e costose, hanno una base di conferitori molto vasta, con piccole dotazioni cadauno (la media è di un ettaro circa per ogni viticoltore), una presenza capillare in tutte le tavole e le enoteche italiane, con una diffusione regionale altissima (aiutata dalla grande presenza turistica) e una quota di vendita nazionale che supera il 70%.

Oltre le cooperative ci sono le cantine private, ovvero tutte le aziende che hanno una produzione propria, affiancata dalla possibilità di acquistare uve in quantità non superiore al 49% della produzione, e i vignaioli indipendenti, piccoli produttori che lavorano solo il loro prodotto.

Vigneti

La vocazione bianchista che caratterizza l’Alto Adige (55% della produzione complessiva, ma il dato è in crescita) non è originaria, ma è il risultato di due elementi: il lavoro avveniristico di Sebastian Stoker (enologo del dopoguerra di Cantina Terlano, su cui torneremo più avanti) e lo sviluppo commerciale di bianchi –autoctoni e non– dalla metà degli anni ’80 in poi.

I vitigni a bacca banca più coltivati sono Pinot grigio, Gewurztraminer e Pinot bianco. Seguono internazionali di grande richiamo come Chardonnay e Sauvignon, mentre Riesling, Kerner, Sylvaner, Muller-Thurgau sono quasi esclusivamente coltivati in Valle Isarco e in Val Venosta.

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Rispetto alla tendenza nazionale generale gli spumanti metodo classico hanno una fetta di mercato molto limitata, benché non manchino prodotti interessanti. D’altronde Pinot nero e Chardonnay sono molto coltivati, ma si predilige utilizzarli per i vini fermi.

Per quanto riguarda i rossi, Lagrein e Schiava sono i vitigni autoctoni. Il primo, più ricco e fruttato, ricco di colore e spesso vinificato con affinamento in legno, ha un maggior appeal commerciale fuori dall’Alto Adige e risponde a un gusto più internazionale.

Sul mio personale cartellino la Schiava però rimane il rosso altoatesino più affascinante: autoctono storico, ha innaffiato le tavole per decenni, si sposa perfettamente con la cucina locale, ha una finezza aromatica e una bevibilità clamorosa, ma un paio di decenni fa ha rischiato di sparire, sovrastato da vini più facili e opulenti. Oggi, con il ritorno dei rossi leggeri, in epoca di bevute agili ed eleganti, ha ripreso forza.

Molto importante è anche la coltivazione dei più classici vitigni internazionali: dal Cabernet (Franc e Sauvignon) al Merlot, fino al Pinot nero, croce e delizia territoriale per via del confronto sempre complesso con l’inarrivabile modello francese.

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Il Pinot nero ama il freddo e una mano leggera, mentre il modello stilistico altoatesino, coerente con i grandi apprezzamenti ricevuti, insegue uno stile più imponente. Con ovvie eccezioni nelle zone più alte, Mazzon e Gleno in particolare.

In linea con il mercato nazionale la quantità di vini dolci, per quanto Moscato rosa e giallo trovino espressioni molto interessanti, spesso appesantiti però da un residuo zuccherino eccessivo.

Qualche consiglio

PINOT BIANCO “VORBERG” | CANTINA TERLANO

Impossibile non partire dal Vorberg, il mitico Pinot bianco di Terlano, capace soprattutto in passato di confrontarsi con decenni di invecchiamento, come forse solo un grande Riesling di Mosella sa fare.

Fondata nel 1893 da 24 soci, Terlano è la cantina più mitica dell’Alto Adige. Vorberg (insieme a Winkl, il primo Sauvignon Blanc in purezza realizzato) è il vino che più di tutti rappresenta il lavoro fatto da Sebastian Stoker, un autentico visionario che ha creduto così tanto nella longevità dei suoi bianchi da nasconderli per decenni dentro il muro della vecchia cantina.

La narrazione vuole che questa fortuna (13000 bottiglie) fu rinvenuta nel 1981. A quanto pare gli unici a sapere dell’esistenza di questi vini erano alcuni finanzieri che teneva custodito il segreto grazie a generose offerte di vini da parte di Stoker.

Oggi il vino, complice anche estati sempre più calde e scelte enologicamente diverse, ha perso un po’ del suo profilo etereo, ma tenetevi da parte la 2014 o investite sulla 2016 che promettono molto bene.

GEWURZTRAMINER | ALOIS LAGEDER

Ho dei seri problemi personali con il traminer aromatico. È una bevuta che generalmente mi sfianca: troppo frutto, troppo alcol, troppa dolcezza, pochissima voglia di superare il mezzo bicchiere. Il mercato la pensa al contrario, ma se cercate qualcosa di più fine Lageder può fare al caso vostro.

Parliamo di una cantina familiare nota per la scelta biodinamica su tutte le vigne, ma soprattutto per il profilo più profondo e meno immediato dei propri vini. Il loro Gewurztraminer mitiga lo spessore delle vigne di Terlano con una quota consistente di vigne della Valle d’Isarco, che dona molta più eleganza al vino.

LAGO DI CALDARO “BISCHOFSLEITEN” | CASTEL SALLEGG

Tra le pergole esposte sulle rive del lago di Caldaro scopro questa grande Schiava gentile. Supertipica già dal colore rubino quasi trasparente, odora di viola e lampone e ha eleganza e tempra da vendere. Un sorso sinuoso con la tipica chiusura leggermente amaricante che chiama un altro bicchiere.

Altre schiave da provare assolutamente sono il Santa Maddalena Moer di Cantina Bolzano, ma anche quelle di Girlan e Cantina Caldaro.

Se cercate una cosa sorprendente, anche per longevità e struttura provate il Donà Rouge, gioiellino, unico nel suo genere, firmato dall’enologo di Cantina Terlano dal 1994 al 2002. Per quanto riguarda il millesimo, dove possibile scegliete il 2016, annata incredibile per il vitigno.

TURMHOF PINOT NERO | TENUTA TIEFENBRUNNER

Christof Tiefenbrunner è uomo elegante, serio e impenetrabile. E un vecchio adagio, un po’ stereotipato, suggerisce che i vini assomigliano a chi li fa. Siamo a Niclara, in un’antichissima tenuta, dove l’azienda produce tante linee tra cui non è sempre semplice orientarsi.

Tra i miei assaggi a spiccare è stato un Pinot nero molto più teso e setoso della media altoatesina, tutto giocato su frutti rossi molto limpidi e bella personalità.

Le altitudini delle vigne arrivano anche a punte di 900 a Fiè di Sotto e comprendono Mazzon e Corona a Cortaccia. Sarei curioso di berlo con qualche anno sulle spalle.

Adriano Aiello Adriano Aiello

12 Novembre 2018

commenti (4)

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  1. Alessandra ha detto:

    e consigli per la Schiava no…?? anche a me piace molto molto!

  2. Alessandra ha detto:

    scusate, non avevo letto bene il testo sino in fondo… segnato tutto!

  3. sempre io ha detto:

    caro adriano,
    anche io non sono un grande appassionato dei traminer aromatici, prova però quello di Cortaccia (Kurtatsch) in cui il fruttato e la dolcezza lasciano il posto ad una secchezza e una struttura con un ottimo corpo, data l’insolazione ottimale verso sud e la composizione calcarea e argillosa del terreno. Di contro la gradazione alcolica è se possibile ancora più alta del normale per un bianco (14-14.5% a seconda delle annate), pur rimanendo estremamente equilibrato alla degustazione. Sorprendente, no?

  4. Giovanni ha detto:

    Da appassionato di vini dell’Alto Adige sapevo che il Pinot Nero di Mazzon fosse uno dei migliori… Mi sono imbattuto per caso su un articolo che parlava della cantina Gottardi e ho deciso di provare il suo vino… Sono rimasto decisamente soddisfatto, un vino ottimo, da degustare piano piano per sentire una varietà incredibile di sentori che si trasformano di continuo. Certamente non uno semplice, ma senz’altro piacevole.

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