Se i vini naturali diventano il marketing dei grandi produttori

La nuova etichetta “naturale” di un grande produttore vinicolo italiano attira la nostra attenzione: i vini naturali, privi di una definizione europea, non riconosciuti dalla legge, rischiano di diventare terreno fertile per il marketing (leggasi posizionamento aziendale) dei grandi gruppi? 

Si chiama “Brasa Coèrta” ed è l’etichetta che il Gruppo Pasqua definisce come “l’inizio di un percorso verso la produzione di un vino naturale”. Un rosso presentato qualche giorno fa a Milano a base di corvina, corvinone, rondinella, cabernet sauvignon e merlot prodotto con la collaborazione di Lorenzo Corino, agronomo e ricercatore, e Diego Rossi, chef e proprietario di Trippa. Hashtag sui social: #naturalwine.

Così Riccardo Pasqua, amministratore delegato della cantina veronese: “siamo convinti che si possa produrre, distribuire, consumare in modo sostenibile. Non vogliamo che l’impegno etico si fermi alle parole. Brasa Coèrta è un progetto pilota per un vigneto di 1,2 ettari, avviato oltre un anno fa, che evidenzia la volontà di dare risposte a un consumatore sempre più etico e attento a stili di vita e atteggiamenti sostenibili”.

Un progetto numericamente molto piccolo ma che rende bene l’idea di quale sia la direzione cui sta guardando uno dei maggiori gruppi italiani, cantina da 15 milioni di bottiglie, 322 ettari di vigneto di cui 100 di proprietà e 55 milioni di euro di fatturato nel 2018. Un tentativo di posizionamento che, almeno nella sua comunicazione, guarda con convinzione allo straordinario successo del movimento del vino naturale (e forse anche al prezzo medio delle sue bottiglie, ben lontano dai 3,66 euro di Pasqua).

Ne è passato di tempo dal 2004 e dalla prima manifestazione “off” dei vini naturali italiani. Una rassegna organizzata a Villa Favorita, nel vicentino, da un piccolo gruppo di produttori che avvertiva la necessità di affermare con decisione l’esistenza di un vino “diverso”, lontano da quello che negli stessi giorni veniva celebrato nei padiglioni della fiera di Verona.

Che a distanza di 15 anni una cantina delle dimensioni di Pasqua dichiari in modo tanto esplicito di produrre un vino naturale è un campanello d’allarme che non può lasciare indifferenti. Senza stare a scomodare il mondo della birra artigianale (termine peraltro protetto in modo chiaro da una legge specifica) e gli innumerevoli tentativi di imitazione da parte dell’industria brassicola, preoccupa che per provare a posizionarsi verso l’alto si usi in modo tanto sfacciato un termine intimamente legato non solo al modo in cui un vino è prodotto ma anche, aspetto altrettanto centrale, alle dimensioni della realtà che lo realizza.

Il vino naturale non esiste, e questo è un problema

vino naturale

Non esiste una definizione di vino naturale, non a livello legislativo almeno. Incrociando i protocolli delle maggiori associazioni (in Italia VinNatur, ViniVeri, Vi.Te, Vignaioli Artigiani Naturali, Renaissance des Appellations) e i requisiti per accedere alle più importanti manifestazioni, anche internazionali, appare tuttavia evidente come naturale e artigianale siano termini legati in modo indissolubile.

Se per esempio la rinuncia ai pesticidi e la drastica riduzione dei solfiti aggiunti sono criteri oggettivabili, la filosofia alla base del “vino naturale” è meno ascrivibile a regole fisse. Senza dubbio, però, il vignaiolo naturale si intende tale anche perché in grado di seguire in prima persona l’intero processo produttivo, cosa che necessariamente esclude cantine sopra un certo numero di ettari.

Una condizione che in assenza di una regolamentazione non può che favorire le cantine più spregiudicate, almeno nella comunicazione.

In questi anni il mondo del vino ha vissuto una vera e propria ondata “green”. Tutte, o quasi, le maggiori cantine italiane si sono avvicinate al mondo del biologico e a quello più generico, declinato in modi molto diversi, della sostenibilità. Una piccola rivoluzione straordinariamente virtuosa, testimonianza di un comparto produttivo non solo attento alle tendenze di un mercato in continua evoluzione ma anche capace di assecondarlo con rapidità cambiando le proprie routine produttive.

Persino Caviro, gigante produttivo italiano famoso per il suo Tavernello, può vantare una linea certificata come biologica: termine che ha una sua valenza specifica, chiara, definita da norme e da leggi, mai sinonimo di una particolare dimensione o filosofia produttiva.

Una metamorfosi del vino italiano che almeno nella terminologia è sempre rimasto a debita distanza dal mondo dei vini naturali, almeno fino a oggi, almeno fino a Pasqua. Un confine, seppur invisibile, è stato superato, in attesa della prossima volta.

Avatar Jacopo Cossater

11 Marzo 2019

commenti (1)

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  1. Avatar Paolo ha detto:

    Il fenomeno descritto suona tanto come equivalente alla gentrificazione(*) dei quartieri, con tutto ciò che ne consegue in termini economici, a partire dal prezzo di vendita.
    Visto dall’altra parte: se si usano tutti gli strumenti e leve del marketing per esaltare (o creare dal nulla) una categoria commerciale come quello del “naturale”, può succedere che la cosa abbia davero successo. Tanto
    successo da finire per inondare il mercato con… il “vino naturale”, che è appunto un ossimoro.
    (*) il fenomeno, fuori dal settore immobiliare, ha suoi connotati ben chiari e studiati da una letteratura già discreta. Si chiama “greenwashing”, e sta invadendo un po’ tutti i settori merceologici.