di Luca Iaccarino 28 Giugno 2018
cappello chef

Il più potente mezzo di persuasione di massa è la lusinga. Non c’è niente di più efficace di un complimento, ancor di più in questi tempi così narcisi, così egoriferiti.

Lo sanno benissimo i commercianti dell’abbigliamento, che quando ti provi una giacca di quattro taglie troppo piccola ti dicono: “è proprio il SUO capo, così è fighissimo!”

Quando si parla di narcisi e di egoriferiti, non possono non venire in mente gli chef. O almeno: certi chef.

Tanti grandi cuochi hanno innumerevoli qualità ma certo difettano in modestia. E’ piuttosto normale, capita alla stragrande maggioranza delle persone di successo.

Dunque hanno un’innata predilezione per chi li lusinga e provano uno spontaneo fastidio per chi non lo fa.

[Che fine hanno fatto le recensioni negative dei ristoranti?]

Non ricordo più chi mi disse: “sai chi sono i giornalisti più amati dagli chef? Quelli che dicono loro che sono bravissimi”. Del resto la categoria di giornalisti-blogger-influencer-chennesò molto volentieri si concede alla lusinga, così fila tutto più liscio, siamo tutti più tranquilli e magari ci scappa il limoncello offerto.

Pur non essendo personalmente del tutto immune da questo virus, non posso non considerare che tutto ciò è profondamente pernicioso: i lusingati quando sbagliano –e sbagliano, come tutti– perseverano nei propri errori, i lusinghieri cancellano la propria capacità critica a forza di non esercitarla.

Su Dissapore ogni tanto appare una sacrosanta rubrica intitolata “Lo dico per il tuo bene” e la frase, ironicamente paternalistica, è giustissima: chi critica con intelligenza lo fa per il bene del criticato, mica per rompergli le palle.

[Lo dico per il tuo bene: Soulgreen a Milano, una recensione negativa]

Ci vorrebbero più critici autorevoli e ci vorrebbero cuochi meno accecati da se stessi.

Se no in Italia finiamo in un loop come nella mitica gag di Petrolini –bravo! – grazie! – bravo! – grazie! – bravo! – grazie!– e intanto il resto del mondo va avanti.