Lo dico per il tuo bene: Soulgreen a Milano, una recensione negativa

Troppe poche recensioni negative in giro, dicono. Nessuno le vuole scrivere! È per via della pastetta tra chef e recensori, tra giornalisti e uffici stampa, dicono. Ci vuole coraggio per scrivere le stroncature dei ristoranti! Ci vuole un vero uomo! Perché è chiaro, la recensione negativa sta al testosterone come la stella Michelin al bicchiere di cristallo: potranno anche dire che no, e invece serve.

Allora io che sono femmina farò quel che posso: scriverò recensioni negative passivo-aggressive. Insomma il parere un po’ materno di chi in fondo ti vuol bene (solo che vorrebbe che tu fossi molto, molto diverso da come sei).

Benvenuti alla mia nuova rubrica dal titolo: “Lo dico per il tuo bene”.

La scorsa estate ho letto Helter Skelter, la storia vera del processo a Charles Manson. Così ho scoperto che negli Stati Uniti ai potenziali membri di una giuria popolare viene chiesto, prima dell’inizio del processo, se si siano già formati un’opinione sui fatti –considerano già l’imputato colpevole o innocente? Chi dice sì viene automaticamente escluso.

È quindi in spregio al giusto processo che puntualizzo come, già prima di andarci, ero certa che avrei detestato Soulgreen.

Ecco le mie ragioni, elencate in ordine di importanza.

1) Ha prezzi oltraggiosi (andremo in dettaglio nei costi del menu).

2) Si vanta di essere “al 100% senza glutine”: l’abbiamo già detto tante volte, ma ripetiamolo insieme: il glutine fa male –e molto, purtroppo– ai celiaci, che sono circa l’1% della popolazione. A tutti gli altri non fa un baffo, e toglierlo dalla dieta non porta niente di buono.

3) Per le prese di posizione ideologiche al limite del caricaturale –come la scelta di non avere coltelli in tavola o spigoli nel locale, per “favorire i flussi di energia positiva, e a mantenere all’esterno quella negativa, secondo i principi della geometria sacrale”.

Gli americani hanno un’espressione molto felice per descrivere il piacere perverso che ci dà detestare qualcosa: hate-reading per una rivista spazzatura, o hate-watching per, diciamo, Porta a Porta. Io pratico –occasionalmente– l’hate-eating, quindi ci sono andata a pranzo comunque.

Il locale, che si trova in piazza Clotilde a Milano, è molto bello, spazioso, arredato con gusto, minimal ma accogliente. Fine dei pregi. Ah no: il menu è su iPad, cosa che in genere mi indispone perché quasi sempre gli iPad sono unti, qui invece sono perfettamente puliti. Fine dei pregi (questa volta per davvero).

Quando mi siedo, un cameriere gentile mi spiega il funzionamento del device nel tempo in cui avrebbe potuto agevolmente prendere le ordinazioni in tutta la sala. Consulto il menu digitale e mi oriento su una bowl. Una bowl, come spiegarmi con semplicità? Ah ecco! Una bowl è un piatto, però servito in una scodella.

Ordino una Thai Bowl (18€), come il mio commensale, e insieme dividiamo crisps&dips (ovvero patate in tripla cottura, servite con tre salse diverse) che al costo di 10€ mantiene coerente il tema del “tre” costando il triplo secco di quanto sarebbe ragionevole per una patata divisa in otto spicchi e due francobolli di focaccia gluten-free (3,50€).

Ordiniamo un bicchiere dell’ottimo Cabernet Franc di uno dei miei produttori feticcio, Thierry Germain. Costa 11€ (la bottiglia ne costa 18€ in enoteca). Sul resto del menu, “salads” tra i 12€ e i 14€, burger a 15€ (però in uno c’è il plancton vegetale) e zuppe, solo fredde, nonostante l’aria gelida fuori.

Arriva il cibo.

La focaccia è gommosetta e troppo unta: ulteriore prova che il lievitato gluten free va bene per gli allergici, i sani ricordino che la maglia glutinica è ancor più confortevole della maglia di cachemire.

Le patate sono okay.

La bowl è piuttosto buona, se non senti il retrogusto amaro di quello che avresti potuto acquistare con i 18€ che stai spendendo per riso e verdure cotte.

Il cameriere sparecchia il tavolo e ci chiede se desideriamo un dolce. Dico sì, ho ordinato sull’iPad una mousse al cioccolato (7€) ingredienti: avocado, burro di cacao, burro di nocciole, cacao in polvere, sciroppo d’acero, nocciola, arancia, limone, soia, e due caffè americani (3,50€ ciascuno).

Mi dice perfetto, i caffè dopo il dolce o contemporaneamente? Insieme, diciamo.

Attendiamo.

Un secondo cameriere torna per chiederci se desideriamo un dolce. Dico sì, l’ho detto al suo collega e ho ordinato sull’iPad una mousse al cioccolato e due caffè americani. Bene, replica.

Attendiamo ancora un po’. Un minuto dopo arriva un terzo cameriere, chiede: i caffè dopo il dolce o contemporaneamente? Resisto alla tentazione di dire “l’iPad è a posto, ma c’è un glitch nella programmazione del cameriere, si blocca e esce la rotellina che gira”.

Il caffè americano arriva in tavola ed è un espresso con acqua a parte. Ma il caffè normale costava 2€! Ma allora perché sulla parete di fronte a me c’è scritto a caratteri cubitali WATER IS LIFE. WATER IS FREE?

(Nota: sospetto che quello nella tazza fosse un caffè doppio, che costa 3,50€ sul menu e che quindi l’acqua calda sia in effetti FREE. Ma non resistevo alla gag.)

Ora, l’idea di questa rubrica è che le critiche costruttive possano in qualche modo essere un bene per il locale. Si applica però molto male a questo caso specifico, perché Soulgreen in un lunedì a pranzo qualunque era completamente pieno.

La sportività prevederebbe che io a questo punto dicessi “e allora si vede che hanno ragione loro”, ma non è ciò che penso: si può avere successo e avere comunque un’offerta molto discutibile.

Sara Porro Sara Porro

17 Novembre 2017

commenti (19)

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  1. Avatar MAurizio ha detto:

    Nota matematica. Se i celiaci sono l’1% della popolazione (in Italia circa 60 milioni, graditi ospiti compresi) dovrebbero essere 600.000 NON 190.000.
    In realta’ l’1% e’ la media Europa-USA. Secondo i nostri atti parlamentari (2013 – relazione Ministra) i celiaci italiani veri sarebbero circa 165.000 (meno dello 0,3% della popolazione)

    1. Sara Porro Sara Porro ha detto:

      Forse la confusione dipende dal fatto che quella che sembra una frase del mio articolo è in realtà un rimando a un altro articolo su Dissapore. Il numero più piccolo è quello dei celiaci “certificati” (passami il termine), la stima di circa 600mila è invece di chi soffre di celiachia ma non ha ancora ricevuto questa diagnosi.

  2. Avatar Andrea ha detto:

    Vorrei che tale metro di giudizio venisse applicato anche a molti altri locali qui (e non solo qui) ampiamente incensati (tipo “Ricci” – giusto per fare un nome non a caso).
    Ci ho pranzato anch’io, ho speso una sassata ma non mi è dispiaciuto così tanto: personale di sala disorganizzato e costi alti (a Milano? Maddai!!) non giustificano cotanta stroncatura. Siamo pieni di locali fuffa, di solito piacciono moltissimo a chi di fuffa ci campa.
    Auguri dunque per la tua nuova rubrica di critiche criticose costruttive…

    1. Sara Porro Sara Porro ha detto:

      Io avrei incensato il Ricci?! Ne ho scritto UNA volta, a ridosso dell’apertura, dedicando metà del post a dire che avevo cercato di convincere Bastianich a non aprirlo.

    2. Avatar Andrea ha detto:

      Coda di paglia? Indipendentemente dai consigli dati a uno dei soci, andava stroncato tanto quanto Soulgreen (che oltretutto, non è certo il peggior scandalo in città).
      Mi aspetto dunque le prossime recensioni: l’elenco di posti scarsi è davvero voluminoso.
      PS: non ho alcun rapporto di nessuna natura con alcunché locale.

    3. Sara Porro Sara Porro ha detto:

      Ahah ma veramente scrivi nel commento “tipo “Ricci” – giusto per fare un nome non a caso” e poi mi accusi di avere la “coda di paglia” quando INTUISCO che stai parlando di me?!
      E comunque: sentiamo quali sono gli altri posti da stroncare, forza. Sono aperta a suggerimenti!

    4. Avatar Andrea ha detto:

      “Ma veramente”. Veramente.
      Solo Dissapore ha speso ben 5 pezzi nel 2015 su quel locale. Parlarne bene o male è pur sempre parlarne… Nota tecnica a margine: il tuo, di pezzo, non si apre più.
      Cosa devo darti? i consigli? tua la rubrica di lamentele, tuo il lavoro e la gloria.

    5. Avatar Andrea ha detto:

      Ma che n’è stato di “Lo dico per il tuo bene”? vuoi far credere ai tuoi fan che non hai mangiato in altri posti insulsi dal 17/11/2017?

  3. Avatar ROSGALUS ha detto:

    Finalmente un articolo ben scritto e che rimette a posto tante questioni che non mi sono mai tornate a partire dal (falso) rispetto sacrale che , spesso, la stampa riserva a al mondo stellato.
    Finalmente leggo la libertà di critica verso quei ristoranti che adottano e praticano la prassi di prezzi piu’ che oltraggiosi verso i clienti, verso il buon senso e verso la morale.
    Mi piacerebbe sentire dalla brava articolista un suo giudizio su REDZEPI che spesso viene elogiato quasi fosse un benefattore universale .

    1. Sara Porro Sara Porro ha detto:

      Non so se sono la persona giusta perché dopo aver pranzato al Noma ho scritto un articolo che diceva che a quel punto potevo “morire felice”, perché credo nell’understatement 😉

    2. Avatar ROSGALUS ha detto:

      A margine del suo articolo io scrissi, invece,che volevo continuare a vivere felice perchè non conoscevo REDZEPI e che non avrei voluto conoscerlo affatto.
      A parte le battute, continui a scrivere con tanta naturalezza e spontaneità come ha fatto.
      Il lettore comprende questi stati d’animo, ma comprende benissimo anche quando un recensore si mostra deferente e genunflesso allo stellato di turno.
      Congratutalazioni e avanti così.

  4. Avatar lumi ha detto:

    Grande Sara! Sono di Milano, adoro il cibo e sbircio spesso e volentieri su instagram/siti di foodblogger per tenermi aggiornata sulle novità. Mai una volta una stroncatura, o per lo meno critiche esposte in modo garbato.
    Qui si cavalca la mania salutista delle bowl facendoti pagare caro e salato cereale integrale + verdura + legume -che tra l’altro è quello che spesso mi preparo e mi metto in un piatto a casa mia-.
    Non mi vedranno di certo.

  5. Avatar andreaprp ha detto:

    scusate ma il bancone della prima foto dove sta la dj non ha angoli (retti)? e quindi spigoli?

    1. Sara Porro Sara Porro ha detto:

      embè dicono pure WATER IS FREE quando costa tutto un rene scusa

  6. Avatar MasterVMware ha detto:

    “ulteriore prova che il lievitato gluten free va bene per gli allergici, i sani ricordino che la maglia glutinica è ancor più confortevole della maglia di cachemire.”
    Posso rubartela (citandoti, ovviamente)?

  7. Avatar Francesca ha detto:

    Sono d’accordissimo su quello che dici sui prezzi e l’esagerazione filosofica, ti faccio solo un appunto: per noi celiaci è importantissimo che ci siano locali 100% senza glutine. Saremo anche pochi, ma la percentuale di posti in cui possiamo mangiare al sicuro è bassissima, quindi ben vengano tutti i ristoranti che propongono un’offerta simile. Per gli altri meno sfortunati ci sono altri mille posti 🙂