di Sara Porro 17 Novembre 2017

Troppe poche recensioni negative in giro, dicono. Nessuno le vuole scrivere! È per via della pastetta tra chef e recensori, tra giornalisti e uffici stampa, dicono. Ci vuole coraggio per scrivere le stroncature dei ristoranti! Ci vuole un vero uomo! Perché è chiaro, la recensione negativa sta al testosterone come la stella Michelin al bicchiere di cristallo: potranno anche dire che no, e invece serve.

Allora io che sono femmina farò quel che posso: scriverò recensioni negative passivo-aggressive e stavolta tocca a Soulgreen a Milano. Insomma il parere un po’ materno di chi in fondo ti vuol bene (solo che vorrebbe che tu fossi molto, molto diverso da come sei).

Benvenuti alla mia nuova rubrica dal titolo: “Lo dico per il tuo bene”.

La scorsa estate ho letto Helter Skelter, la storia vera del processo a Charles Manson. Così ho scoperto che negli Stati Uniti ai potenziali membri di una giuria popolare viene chiesto, prima dell’inizio del processo, se si siano già formati un’opinione sui fatti –considerano già l’imputato colpevole o innocente? Chi dice sì viene automaticamente escluso.

È quindi in spregio al giusto processo che puntualizzo come, già prima di andarci, ero certa che avrei detestato Soulgreen.

Ecco le mie ragioni, elencate in ordine di importanza.

1) Ha prezzi oltraggiosi (andremo in dettaglio nei costi del menu).

2) Si vanta di essere “al 100% senza glutine”: l’abbiamo già detto tante volte, ma ripetiamolo insieme: il glutine fa male –e molto, purtroppo– ai celiaci, che sono circa l’1% della popolazione. A tutti gli altri non fa un baffo, e toglierlo dalla dieta non porta niente di buono.

3) Per le prese di posizione ideologiche al limite del caricaturale –come la scelta di non avere coltelli in tavola o spigoli nel locale, per “favorire i flussi di energia positiva, e a mantenere all’esterno quella negativa, secondo i principi della geometria sacrale”.

Gli americani hanno un’espressione molto felice per descrivere il piacere perverso che ci dà detestare qualcosa: hate-reading per una rivista spazzatura, o hate-watching per, diciamo, Porta a Porta. Io pratico –occasionalmente– l’hate-eating, quindi ci sono andata a pranzo comunque.

Il locale, che si trova in piazza Clotilde a Milano, è molto bello, spazioso, arredato con gusto, minimal ma accogliente. Fine dei pregi. Ah no: il menu è su iPad, cosa che in genere mi indispone perché quasi sempre gli iPad sono unti, qui invece sono perfettamente puliti. Fine dei pregi (questa volta per davvero).

Quando mi siedo, un cameriere gentile mi spiega il funzionamento del device nel tempo in cui avrebbe potuto agevolmente prendere le ordinazioni in tutta la sala. Consulto il menu digitale e mi oriento su una bowl. Una bowl, come spiegarmi con semplicità? Ah ecco! Una bowl è un piatto, però servito in una scodella.

Ordino una Thai Bowl (18€), come il mio commensale, e insieme dividiamo crisps&dips (ovvero patate in tripla cottura, servite con tre salse diverse) che al costo di 10€ mantiene coerente il tema del “tre” costando il triplo secco di quanto sarebbe ragionevole per una patata divisa in otto spicchi e due francobolli di focaccia gluten-free (3,50€).

Ordiniamo un bicchiere dell’ottimo Cabernet Franc di uno dei miei produttori feticcio, Thierry Germain. Costa 11€ (la bottiglia ne costa 18€ in enoteca). Sul resto del menu, “salads” tra i 12€ e i 14€, burger a 15€ (però in uno c’è il plancton vegetale) e zuppe, solo fredde, nonostante l’aria gelida fuori.

Arriva il cibo.

La focaccia è gommosetta e troppo unta: ulteriore prova che il lievitato gluten free va bene per gli allergici, i sani ricordino che la maglia glutinica è ancor più confortevole della maglia di cachemire.

Le patate sono okay.

La bowl è piuttosto buona, se non senti il retrogusto amaro di quello che avresti potuto acquistare con i 18€ che stai spendendo per riso e verdure cotte.

Il cameriere sparecchia il tavolo e ci chiede se desideriamo un dolce. Dico sì, ho ordinato sull’iPad una mousse al cioccolato (7€) ingredienti: avocado, burro di cacao, burro di nocciole, cacao in polvere, sciroppo d’acero, nocciola, arancia, limone, soia, e due caffè americani (3,50€ ciascuno).

Mi dice perfetto, i caffè dopo il dolce o contemporaneamente? Insieme, diciamo.

Attendiamo.

Un secondo cameriere torna per chiederci se desideriamo un dolce. Dico sì, l’ho detto al suo collega e ho ordinato sull’iPad una mousse al cioccolato e due caffè americani. Bene, replica.

Attendiamo ancora un po’. Un minuto dopo arriva un terzo cameriere, chiede: i caffè dopo il dolce o contemporaneamente? Resisto alla tentazione di dire “l’iPad è a posto, ma c’è un glitch nella programmazione del cameriere, si blocca e esce la rotellina che gira”.

Il caffè americano arriva in tavola ed è un espresso con acqua a parte. Ma il caffè normale costava 2€! Ma allora perché sulla parete di fronte a me c’è scritto a caratteri cubitali WATER IS LIFE. WATER IS FREE?

(Nota: sospetto che quello nella tazza fosse un caffè doppio, che costa 3,50€ sul menu e che quindi l’acqua calda sia in effetti FREE. Ma non resistevo alla gag.)

Ora, l’idea di questa rubrica è che le critiche costruttive possano in qualche modo essere un bene per il locale. Si applica però molto male a questo caso specifico, perché Soulgreen a Milano in un lunedì a pranzo qualunque era completamente pieno.

La sportività prevederebbe che io a questo punto dicessi “e allora si vede che hanno ragione loro”, ma non è ciò che penso: si può avere successo e avere comunque un’offerta molto discutibile.