di Chiara Cavalleris 29 Dicembre 2017

Per una volta, il colore del lutto è stato il bianco.

Questa mattina, di fronte alla chiesa di Santa Maria del Suffragio, a Milano, una folla di cuochi ha salutato per l’ultima volta Gualtiero Marchesi; chi in divisa e toque blanche, come gli uomini della Federazione italiana cuochi, chi negli abiti di sempre, come l’aristocrazia degli chef italiani, da Antonino Cannavacciuolo a Massimo Bottura.

[Gualtiero Marchesi è morto]

La bara, coperta da una corona di rose bianche, è stata portata a spalla dal genero di Marchesi e dai nipoti musicisti, che poi, insieme a Paola, figlia del grande cuoco milanese, hanno eseguito musiche di Bach.

Come ha annotato l’edizione milanese di Repubblica sul suo sito:

“Sfila il parterre de roi dei cuochi italiani, dai discepoli Davide Oldani, (che si lancia in un paragone improbabile “è stato lo Steve Jobs dei cuichi”) , Enrico Cerea del ristorante Da Vittorio a Bergamo, ad Antonio Santini del Pescatore a Canneto Sull’Oglio in provincia di Mantova, a Pietro Leemann.

Arriva Massimo Bottura ed entra in chiesa senza parlare, presenti anche Antonio CannavacciuoloPhilippe LéveilléClaudio SadlerEnrico DarflingherToni e Terry SarcinaSergio MeiLino Stoppani. E ci sono anche i ristoratori della Milano di una volta, che con Marchesi hanno camminato insieme imparando e litigando ma sempre apprezzando la sua intelligenza e lungimiranza.

Ci ha lasciato un grande esempio di vita, quello di perseverare e non arrendersi mai, è stato uno stimolo –ha detto Iginio Massari— a incentivare la cucina e la cultura italiane, unendo il buono e il bello”.

[La morte di Gualtiero Marchesi: perché è stato il più famoso dei cuochi italiani]

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha ribadito la volontà di dedicare a Marchesi una via della città, invitando gli imprenditori della città a sostenere le iniziative della fondazione Gualtiero Marchesi.

Mentre fuori, tra centinaia di persone, c’è chi ha alzato un cartello polemico all’indirizzo delle guide: “Adesso sei tra le vere stelle”, dal pulpito Don Gino Rigoldi ha letto un passo delle Beatitudini “perché parlano di cose belle, buone e giuste, quelle che rendono bella e serena la vita.

[Crediti | Repubblica Milano]