di Luca Iaccarino 4 Settembre 2018

Non c’è volta che si parli di Pino Cuttaia –uno dei più grandi cuochi del Buon Paese, una delle persone più sensibili del mondo della cucina italiana– senza che qualcuno, nella conversazione, non dica, a un certo punto: “certo che Licata…”

Ci si riferisce al fatto che il suo ristorante La Madia –due stelle Michelin– è a Licata, un comune di 37.089 abitanti nella Sicilia meridionale. Ed è, usando una litote, non bello. Soprattutto se confrontato con i tanti meravigliosi centri siciliani e italiani.

Licata è non bella, non turistica, non attrattiva.

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È a un passo da Gela, che è non bella pur’essa (lì accanto c’è pure una frazione che si chiama Femmina Morta; allegria). Se negli ultimi anni avete trovato Licata sui giornali molto probabilmente era per vicende di abusi edilizi, settore in cui la cittadina ha più di un record.

licata

Dunque, tutte le volte che si parla di Cuttaia si dice: “certo, se il ristorante fosse da un’altra parte…” Personalmente ci sono stato una volta sola e arrivarci, pur partendo da Palermo, fu un viaggio avventuroso. Licata è distante da tutto.

Il fatto è che Cuttaia a Licata c’è nato. Licata è casa sua. Lui è di Licata. Lui è Licata.

Come le persone di un tempo –quelle cresciute prima della società liquida e di internet– l’identità di Cuttaia è innervata di radici nel posto in cui è stato bambino. I palazzi, le strade, l’aria, il profumo, naturalmente i prodotti, ma persino le cose non belle hanno fatto di Cuttaia quello che è.

Senza Licata Cuttaia non sarebbe Cuttaia.

E lui si deve essere reso conto –immagino– che oggi senza Cuttaia anche Licata non sarebbe Licata.

Cuttaia

Se non ci fosse Cuttaia nemmeno io, adesso, ne starei scrivendo. Se lui se ne andasse sarebbe una sconfitta per la città e una resa da parte sua (chissà quante offerte avrà ricevuto a Milano o a Shanghai).

Ci sono volte in cui è coraggioso partire. Altre, come questa, in cui è coraggioso restare.