di Silvia Fratini 30 Dicembre 2010

Bè, ci siamo. Tour de force attorno a tavole di rosso e oro sfavillanti, contornati da pacchi e fiocchi, e saldamente ancorati alle sedie. In fondo, ogni riunione è buona per sfoderare dolcetti, torte, cestini ed intingoli vari. Ogni attività Natal-vacanziera implica intrinsecamente la messa in moto della mascella: spizzichi i sott’oli a tavola mentre aspetti le portate, sgranocchi biscotti sul divano guardando Mamma ho perso l’aereo, smangiucchi mentre il nonno intavola il Mercante in fiera, fingi crisi di soffocamento da zucchero a velo mentre qualcuno dal fondo propone una bella tombolata…

S’era rimasti alla frutta, si diceva. In realtà, l’unico frutto che in questo periodo va periodicamente esaurito è il mandarino. E non perché piaccia a tutto il parentado convenuto a tavola, ma perché tra poco arrivano le cartelle e si tirano i numeri, e a te tocca mangiarti il fruttino arancione così puoi usare la buccia per coprire la caselline. Dopo qualche giro cominciano a levarsi mormorii di disapprovazione perché la bisnonna non si ricorda il terz’ultimo numero estratto, lo zio chiede continuamente se è uscito il 37 e una vaga sensazione di nausea mista ad acidità da agrume si fa inesorabilmente strada verso la bocca dello stomaco.

L’amaro benedettino (che non contiene il segreto della felicità). Per uccidere ogni fermento gastritico, spuntano amari e liquori alla mandorla, limoncelli, arancelli, mandarinelli e nocini da non si sa bene dove. Qualcuno deve essere stato messo in salvo durante la guerra, tanto che ha ancora i detriti delle ultime granate sopra. Segue momento di silenzio, la tombola non è mai sembrata così avvincente.

La frutta secca. Tempo di rinascita, tempo di Natale. Sembra che mangiare sementi e frutti sia di buon auspicio, e chi non è disposto ad assecondare la fortuna pagando un così piacevole tributo? Peccato che si sia in 20 alle prese con mandorle e noci, ed un solo schiaccianoci a tavola. E qui chi si ferma è perduto, riacciuffare l’attrezzo sarà possibile solo nel 2011.

Lo spumantino. Volete che qualcuno non vi abbia rifornito di una bottiglia dall’etichetta ammiccante, dal colore troppo carico e dall’effervescenza simile all’acqua Guizza? Magari anche in versione dolce, magari non troppo freddo. Cerchio alla testa assicurato mentre qualcuno strilla quaterna! ed in sottofondo riparte per la miliardesima volta Jingle Bells cantata dai frugoli dell’Antoniano.

I biscottini. Lo ammetto, non mi piacciono i dolci secchi, ma questa profusione di biscottame vario dall’odore dolciastro di cannella e cardamomo e zenzero e burro sta assumendo toni grotteschi. Fa troppo caldo per far finta di essere piccole renne infreddolite. In giro si parla solo di Vanillakipfer & Co., a me vien voglia di gelati e granite, o al massimo crema di marroni (Sara Bardelli docet).

Torroni, panpepati, pangialli, panforti, ricciarelli e canestrelli. Arrivano timidi e si fanno spazio tra un trancio di panettone e un goccio di vino dolce. Smarcano fiumi di cera colata sulla tovaglia e vi finiscono sotto il naso, li sbocconcellate controvoglia e ve li portate sul divano a vedere Una poltrona per due in diciottesima replica. Insomma, non fanno share ma l’importante è partecipare.

Il panettone ed il pandoro. Chiunque arrivi a casa in visita reca con sé, novello Remagio, una scatola colorata di panettone industriale, una sorta di tacito pedaggio comprensivo di uso del divano, di Sky e della tavola con servizio ristoro per le successive 10 ore, solo che non è rimborsabile. Per fortuna però, perché il panettone vanta sostenitori irriducibili. La zia lo vuole senza canditi, la nonna senza uvette che si attaccano ai denti, altri per carità il panettone mai. Così si aprono 14 confezioni differenti, nessuno si ricorda più chi voleva cosa e a fine serata rimangono sul tavolo i morti, una miriade di uvette, scorzette e frammenti di glassa scavicchiati dalla pasta con la perizia dei cesellatori. Dall’altro lato del tavolo, il pandoro ed i suoi fautori sono ricoperti da abbondati nevicate di zucchero vanigliato in bustina, se la circostanza è fortunata. In alternativa, la mente perversa dei golosi ad ogni costo libera le più turpi fantasie (sia chiaro, istigati da eserciti di riviste e blogger che riciclano pandori e panettoni anche come coperte termiche per i pneumatici). Così, un innocuo pandoro assume prima la forma di un palazzetto à la Star Wars, con fettone alternate e strani pupazzi e confetti a coronarlo. Poi, spuntano farce al mascarpone, alla panna, al pistacchio, al limoncello, al Grand Marnier e allo strutto. Il mitico Tartufone e la Nutella. Ma sarebbe ancora poco, ho saputo di persone che lo grigliano per poi adagiarci sopra i broccoletti ripassati. Altri livelli, io qui mi arrendo. Ma in famiglia si compra perché inzuppato nel latte tiepido a colazione è legendary.

Io, lo ammetto, ho le mie debolezze – e pagherei per un buon vin brulé festivo. E voi, a cosa non potreste rinunciare?

[Gli altri episodi della serie Cose che dovremo sopportare a Natale: La cena della vigilia. Il pranzo del 25. Crediti | Link: Dissapore. Immagini: Google]