di mauro _zz 18 Dicembre 2010

(post lungo, precoci astenersi). Il D di Repubblica, casomai qualcuno non lo conoscesse, e’ una pubblicazione altamente fetish che esce con la Repubblica il sabato. Fetish per me, si intende, mi piace annusarlo, toccarlo, sfogliare quella carta li’, godere di quel font (o di quella font se all’ascolto c’e’ qualche grafico). Ha anche un sito che non rende proprio l’idea, ma che comunque c’e’. Tanto non rende l’idea che hanno usato quella repulsiva soluzione di infilarci dentro il magazine come mamma l’ha fatto.

Nel numero 723 del 11 dicembre 2011, il D di Repubblica mi e’ piaciuto ancora piu’ di sempre perche’ ha preso un filotto di 3 articoli foodie interessanti. Di solito il D di Rep infila un paio di pagine food nella zona finale, simpatiche per brevita’ e neutralita’.

Invece stavolta PAF !

Il primo parla di cibo in guerra. Iraq, Afghanistan, Albania … della sua importanza e delle esagerazioni (ma guarda un po’) americane al riguardo, che si portano 60 gusti di crema gelato in mensa ma poi fanno chiudere il Pizza Hut del compound. E della invece perfetta calibrazione del sapere italiano al proposito (tortellini albanesi). Che tutti poi vanno a mangiare alla mensa italiana, gelati o meno. Il puzzle dei giornalisti e’ basato su un reportage di Ashley Gilbertson, fotografo che ha messo in pellicola le razioni di guerra dei diversi eserciti. Cosi’ ai crucchi il leberwurst non manca, agli ‘mmericani in pratica non manca niente, agli italiani la confezione piu’ elegante …

Il secondo riguarda Anthony Bourdain, che dieci anni fa (quando allora come ora non mi interessavo granche’ di cibo ma almeno ero giovane) deve avere scritto un libro incazzoso in cui, quale unico tenutario del futuro culinario del mondo libero, mandava tutti gli altri (incapaci chef) a quel paese.

Dice Anthony adesso: “Se sono diventato piu’ buono ? No, ho solo capito che tutti ci vendiamo” … che volendo potrebbe essere un buon pay-off per Dissapore tra 10 (tre) anni. E aggiunge un bel: “I dont give a shit”. Che potrebbe essere un buon pay-off per Dissapore adesso (faccetta).

E quindi giu’ a presentare un libro nuovo (“Medium Raw“) in cui manda affare in c… ancora tanti, ma con parole comprensive. Nessuna pieta’ nemmeno per i “falsi messia” tipo Slow Food (quello americano, non Petrini).

Il terzo pezzo e’ quello che mi piace di piu’ perche’ chiacchiera intorno a uno chef danese/macedone (ma non potevo nascere in Danimarca ?!) che pare capace di far di cibo, tale Rene’ Redzepi, colpevole anche di aver riscoperto ingredienti come lo spinocervo e lo scirpo marittimo.

Alcune perlette da rifletterci … sulla mise en place: “le posate sono semplici, le pareti sgombre”, su come vive: “lo incontro in un bar e ci incamminiamo insieme …”, ma uno chef bistellato cammina come noi umani? E “i primi due anni che ero qui mi scottavo con il forno”, eeeeh ???”. E ancora su un 3 stelle in cui ha lavorato: “non c’era alcun lavoro di squadra, erano tutti contro tutti”.

La chicca finale e’ sui clienti: “Per una serata sono come amici, ti diverti con loro e poi gli presenti il conto: e’ strano”.

Leggeteveli, sono carini … sui 3 argomenti mi piacerebbe si condividessero qui opinioni e pareri:

  • Falsi messia.
  • Guerra e valore del cibo, o meglio valore del cibo nelle situazioni difficili della nostra vita (spero che pochi siano stati in guerra).
  • Gli chef sono persone normali che il “sistema” spinge verso la santita’ o viceversa?

[Crediti | Link: dWeb, Amazon, Dissapore, immagine: dWeb]

commenti (13)

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  1. Avatar Milly ha detto:

    Buondì, che bel risveglio: thè, fette biscottate + marmellata e…DISSAPORE!
    🙂
    Mi è piaciuto l’articolo anche se lo trovo leggermente incasinato….
    comunque, posso darti la mia sui Falsi Messia: esistono?! Eh si. Parlando specificatamente di slowfood, che dire…ho visitato molti mini produttori in europa che mi dicevano “meno male che c’è slowfood, ci aiuta molto”, poi ne ho incontrati di altri (più grossi) a cui slowfood non piaceva e ne parlavano male. Ora, noti la differenza di pensiero tra piccolo e grande? SLOWFOOD dovrebbe infatti difendere i piccoli, e sta cercando di farlo. Come? Attraverso gli sponsor dei grandi 🙂
    di slowfood america ne so un pò meno, ma lavoro in un settore che in america è sfruttato e speculato al massimo (non faccio nomi è meglio). Slowfood america è un casino, la mentalità americana è quella del consumismo puro! hanno fatto dei passi avanti, ma troppa gente è rimasta ancora indietro.

    Comunque, non voglio dare giudizi su quello che dice il signor Chef… ma al di là della facciata dei “falsi messia” (che lo siano o no)…MENO MALE CHE CI SONO!!

    1. “leggermente incasinato” e’ il miglior complimento che mi abbiano mai fatto 🙂

      io odio irrazionalmente il concetto di messia/profeta, qualsiasi sia l’argomento

      poi mangio slowfood appena posso e credo abbia creato un mondo che prima non c’era

    2. Avatar Milly ha detto:

      ERRRRRR ti devo correggere…. slowfood non ha creato un mondo che prima non c’era… il mondo di prima è ciò che slowfood tenta di riportare sulle nostre tavole e nelle nostre menti oggi 🙂

    3. giusto … ma dipende un po’ da quando era il “prima” di riferimento 🙂

    4. Avatar Luca Pelini ha detto:

      Sono d’accordo con te, Mauro. Il più grande torto che si possa fare a Slowfood (o che Slowfood può fare a se stesso) è vivere nell’illusione del “si stava meglio quando si stava peggio”, di un passato (gastronomico) d’oro.
      Penso che tradizione non debba significare allo stesso tempo anti-modernità. Chi produce oggi cibo di qualità, parlo soprattutto si produttori, lo fa meglio di quanto non lo si facesse 50 o 60 anni fa. Chi mangia cibo di qualità lo fa meglio, con più coscienza che in passato. Slowfood in questo ha fatto la sua parte e probabilmente ha creato un mondo che prima non c’era.

  2. Avatar Paola ha detto:

    Oh, io capisco che il blog è veloce, e la tentazione di arrivare primi è tanta, ma una volta tanto–una sola–non sarebbe meglio fermarsi e decidere: OK, ora dedico mezz’oretta a leggere qualcosa di più sull’argomento, prima di arraffazzonare due righe tentando di fare il brillante, che poi magari finisco a scrivere un roba inutile e pure piena di errori?

    Allora, visto che fare i brillanti è più importante che dare informazioni rilevanti, cerco di correggere alcuni assunti errati dell’articolo riguardo Anthony Bourdain.

    Primo, AB è uno dei migliori scrittori di food mai esistiti. E per food non intendo uno dei millemila inutili libri di ricette, ma proprio l’industria del food. E’ uno dei migliori perché: a) ci ha lavorato per vent’anni prima di aprire bocca al proposito; b) scrive assai bene c) è diretto, incisivo e spesso brutale; ma soprattutto d) è di un’umiltà disarmante.
    Dire di Bourdain che aspira a essere “l’unico tenutario del futuro culinario del mondo libero” è una solenne cazzata (se farina del sacco di D o di mauro_zz poco importa, già usare D come fonte è sintomo dell’inarrestabile declino della civiltà occidentale).

    Poi. Kitchen Confidential è, né più né meno, l’autobiografia di un cuoco, della sua formazione, del suo apprendistato, della sua carriera, dei suoi pochi alti e dei suoi molti bassi. Gli capita, durante il racconto, di non far mistero del suo disprezzo per il Food Network e per i molti pagliacci che lo popolano (e solo chi ha avuto il dispiacere di seguirne la programmazione per 24 ore può capire). I suoi bersagli preferiti sono Rachel Ray e Emeril Lagasse, ovvero “la belloccia incapace in cucina” e il “cuoco celebrità in franchising” (ci sono più Lagasse negli Stati Uniti che Ducasse nel mondo).
    Ma KC è soprattutto una storia, scritta in maniera molto diretta, ironica e autoironica, senza far sconti a nessuno, in particolar modo a sé stesso. E mostra il lavoro di cuoco per quello che è in primo luogo: fatica (sudore tra le cosce, direbbe Vissani).

    Nei dieci anni passati dalla pubblicazione di KC sono successe tante cose e la professione di cuoco si è evoluta (almeno nel segmento medio-alto e nella sua immagine mediatica), e nel frattempo Bourdain ha abbandonato la cucina per darsi alla scrittura: non ho mai mangiato da lui e non so se la ristorazione ci ha perso (lui stesso direbbe di no), ma so di certo che l’asfittica editoria del food ci ha guadagnato. E in Medium Raw Bourdain continua a fare quello che ha fatto in maniera eccellente nel primo libro: osservare e commentare, quando serve dissacrare, senza sconti.

    PS Dello stesso autore da non perdere sono le sue escursioni culinarie, ma non solo, in giro per il mondo, nella serie “No Reservations”, prodotto per il Travel Channel americano.

    1. il D di riferimento e’ quello della settimana scorsa, quindi la tentazione di arrivare __uno__ non e’ stata la molla che mi ha spinto alla tastiera

      mi piaceva semplicemente l’idea del D che infila 3 articoli filati sul cibo, e ne ho parlato

    2. Avatar Deckart ha detto:

      Ecco, Paola, hai detto tutto tu.
      Fail again.

    3. uff … meno male che ci sei, temevo ti fossi reincarnato in schlaks

  3. […] l’allegato settimanale del sabato di Repubblica, l’11 dicembre scorso ha scodellato tre servizi degni di applauso. Poi io di cucina e culinaria mi intendo poco, ma evidentemente tra moda, servizi troppo snob e […]

  4. i casi sono due: o k.c. non lo si è letto e allora non lo si può de-citare così alla cazzo, ovvero lo si è letto e si vuol strizzare l’occhio al lettore: però si deve saperlo fare.
    in ambo i casi: zz_sciaff!: a complete waste of time.

    1. sempre famelico di lezioni di vita apprendo, dissento e faccio tesoro 🙂

      se poi ti andasse anche di dare un parere su uno dei temi potremmo pure provare ad andare d’accordo … o anche no