di Stefano Caffarri 25 Aprile 2010

La scorsa settimana al termine di un dibattito non troppo infuocato, era sorta una moderata diatriba tra i sostenitori e i detrattori del “presentino” in caso d’invito a pranzo a casa d’altri. Chi sostiene che portare qualcosa è addirittura poco elegante, chi sostiene che sia inverecondo presentarsi a mani scosse. Ma la cosa che più mi sorprende è il partito ognuno-porta-qualcosa, uno dei gironi più interni del mio personale inferno gastronomico.

Sarà perchè l’idea nasce spesso da naturisti diversamente appetenti, o da esotisti fomentati da qualche vaga etnologia alimentare. Sarà perchè i suddetti hanno per la gola lo stesso amore che ho io per il modellismo navale, ma approcciano l’evento con un laconico BMT (breve messaggio di testo): ci vediamo da Mevio, ognuno porta qualcosa.

Eccoti allora con sei beline di insalata di Quinoa, quattro torte salate, sei sacchetti di popcorn di cui due dolci, l’ananasso, otto vassoi di verdura grigliata e l’ineludibile salame. Mai una scaloppina di fegato grasso, un insalata di piovra e patate, mai un gelato di rape rosse. Peperoni grigliati, zucchine grigliate, melanzane grigliate e olio economico, quanto ne vuoi. E bottiglie riciclate da Natale, con la vinella di vascello da far fuori.

Eppure c’è chi vive questa Geenna come un’occasione conviviale, addirittura desiderabile. Vediamo le due teorie.

Quelli che “mi casa es su casa” – L’invito dell’ospite è una cura di delizie: lo avrai per casa e lo vizierai facendolo felice con una buona cucina che non sia un esame d’università, con un buon vino che non sia una prova dell’AIS, con un menù che non sia il pranzo di Pantagruele. Ma lo vorrai libero e leggero, pronto a fare aggio della tua ospitalità sincera e generosa. Ti piacerà anche di più se sarà venuto a mani vuote, in segno di totale fiducia e attesa d’appagamento, in una sorta di preventivo apprezzamento per la Casa che l’attende

Quelli che hanno raggiunto il socialismo – Un bell’invito comunitario unisce gli spirti e l’alme in gaudioso abbraccio, creando una primordiale solidarietà del cibo. In entrambe le versioni: quella più naive che dice “affidiamoci al caso” e trova divertente scoprire cosa ha suggerito la fantasia ai partecipanti, e quella filiniana in cui l’organizzatore detta i tempi e i modi, tipo Franci le melanzane, Susi le zucchine e Giulia i peperoni. E tu Stefano prepari il bue con dentro un capibara con dentro un tasso con dentro un tacchino con dentro un’alzavola come al solito, vero?

Ecco, io per mio conto preferisco amare i miei ospiti di un amore tenero e cavallino, e viziarli fino al peccato. Di gola, va senza dire.

Immagini: [termoli, ritrovo degli artisti, parksmania]