di Ilaria Bellantoni 11 Novembre 2010

Per due volte (una e due) Dissapore si è occupato del suo libro “Lo chef è un Dio” che racconta un mese passato nella cucina milanese di un cuoco famoso, ribattezzato Vito Frolla. Ora la giornalista-scrittrice Ilaria Bellantoni ha qualcosa da dire ai lettori di Dissapore. Riceviamo e pubblichiamo.

Io odio cucinare, ma non ho paura. Ficcatevelo bene in testa. Dunque, ringrazio Dissapore per lo spazio che mi ha concesso, ma anche Papero Giallo per la “gentile” segnalazione al contrario. Sinceramente non m’aspettavo che “Lo chef è un Dio” creasse tanto clamore: io mi sono limitata a scrivere quello che ho visto, ragazzi. In questi dieci giorni mi sono arrivati tanti messaggi da sconosciuti che l’hanno letto e apprezzato e hanno riempito il mio cuoricino di gioia, thank you, merci, grazzzie. Sono perlopiù cuochi e “cuochini” che sanno davvero cosa accade in una Cucina che Luccica, che hanno sofferto e sudato e preso calci e schiaffi senza mai fare una piega. Gente che mi scrive cose così: «Hai veramente reso l’idea di che bel mondo è quello dell’alta ristorazione. Per fortuna che io sono ancora un bruciapadelle». Oppure: «Sono costretto a fare una cosa che non faccio da 10 anni: comprare un libro».

Ho sentito anche Pietro Leemann del Joia, l’asceta veg, il più colto e amabile degli chef. Mi ha detto: «Il suo è un libro coraggioso, ci voleva». Gli ho risposto che io adoro il cibo che cucina, ma che preferirei servisse porzioni più abbondanti. Non si è offeso, ha registrato la mia osservazione sussurrando che ne terrà conto. Gualtiero Marchesi ha ricevuto la mia operetta e si è fatto quattro risate: sarebbe venuto volentieri alla presentazione, ma quel giorno sarà ancora a Bruxelles, pazienza.

E ora veniamo alle critiche. Accetto tutto, tranne che mi si dia della vecchia. Non lo sono, maledizione, dovete smetterla di provocarmi. Qualcuno ha insinuato che io abbia scritto un libro per vendicarmi, essendo io la solita “amante scaricata e attempata”. Ma si può? Tra me e Vito Frolla (presumibilmente Carlo Cracco) non è successo niente di niente. Sarà anche un cuoco eccellente, ma non mi ha suscitato il minimo fremito, giuro. Semmai, questo libretto sarà il suo Bunga Bunga, non il mio. È tristissimo oltre che oltraggioso che in questo ambiente non si abbia rispetto per le donne: chi ci dà delle malandrine non è neanche alla frutta, ma è già arrivato al caffè, anzi al rutto finale.

Prendiamo Davide Oldani, per esempio. Lo chef pop mi ha telefonato per insultarmi e per promettermi un “cartone”. L’ho scritto anche nel mio blog e nessuno che si sia sognato di dargli del maleducato, almeno. Non si minaccia nessuno, figurarsi una donna. Comunque. Qualcuno gli dica che NON HO PAURA e che se si azzarda a richiamarmi (lo ha fatto due volte, ma alla seconda non ho ritenuto opportuno rispondergli) e a secernere parole d’odio sono pronta a denunciarlo per stalking.

Quanto ai “colleghi” giornalisti gastronomici, non ve n’è uno che solidarizzi con me. Perché? Come mi ha suggerito un amico sono più realisti del re. Considerano gli chef dei fenomeni e si inchinano al loro genio cucinante. Del resto, sono i cuochi variamente stellati a dar loro da mangiare, capisco. Ma detto tra noi: sempre di spadellatori si tratta, santo cielo.

Vito Frolla dichiara che si è dimenticato di me e può essere. Superati i 40 la memoria fa cilecca… Però, allora, deve spiegarmi perché ha continuato a mandarmi sms e perfino una lettera. Questa ve la devo raccontare. L’anno scorso mi ha fatto chiamare da uno dei suoi yes men per chiedermi l’indirizzo di casa, per spedirmi gli auguri, ha trillato il suo schiavo alla cornetta. Alla vigilia di Natale ho aperto la cassetta della posta e ci ho trovato dentro una letterina in cui mi diffidava dal raccontare tutto quello a cui avevo assistito. E oggi sostiene di non conoscermi. V.F. Vito Frolla.

Io non ho paura. Neanche ne hanno Ricciolo di Burro e Polpetta, i suoi ex dipendenti che mi hanno cercato su Facebook per porgermi le loro scuse. Il suo ex maître: «Ho da poco terminato di leggere il Suo libro, Lo chef è un Dio, e sono rimasto molto colpito dal Suo modo di scrivere senza riserve di Vito Frolla, Tony e altri. L’arroganza non conosce limiti in quel ristorante, e non riuscendo ad allinearmi/adeguarmi al sistema…mi sono dimesso. Spero comunque che la cena, consumata presso il ristorante Frolla, con il Sig Leonardo Romanelli sia stata di Suo gradimento, anche se ho dei forti dubbi, ma mi creda, da maître non potevo far di meglio. Spero inoltre che altre autorevoli penne si allineino a Lei e smettano di essere “schiave” di questi cucinieri».

Si fa presto a trovare penne autorevoli. Di certo più autorevoli di me (ma va?). Di Stefano Bonilli non conoscevo l’esistenza fino a ieri, quando mi ha dedicato un post davvero interessante, vi ho messo il link sopra: peccato avesse nel titolo un nome che con me non ci azzecca nulla, Carlo Cracco. Chi è questo signore? Mai sentito nominare.

Comunque. Mi sono informata. Su Bonilli, intendo (su Cracco no, di cuochi più o meno famosi non voglio più saperne). Stefano Bonilli è un uomo di una certa esperienza ed età (io sono assai più giovane, ok?) che ha lavorato al Gambero Rosso e che ha parecchi sostenitori. Be’, io non sono tra di loro. Gli ho mandato un messaggio per ringraziarlo tanto e lui mi ha scritto: «Non avevo mai sentito il suo nome e non la conosco. Magari saremmo andati molto d’accordo ma io sono uno che sa come è andata veramente la vicenda, con tutti i particolari. Questo non mi ha impedito di leggere il libro e, si, ho visto che lei gliela doveva far pagare, l’essere stata sbattuta fuori le è bruciato. Ma su questo non si scrive un libro, non sta in piedi. Felice che sia paga del plauso dei tanti cuochi la saluto e le auguro prossimi libri migliori».

Domanda: ma se non conosceva il mio nome e neanche, immagino, il titolo del mio libro, come ha fatto a trovarlo in libreria? Vabbè.
Allora io ho cercato di chiarirgli le idee: «Visto che è stato così cortese vorrei che sapesse che non dovevo farla pagare a nessuno perché nessuno mi ha mai sbattutto fuori da nessun luogo, tantomeno da una cucina, si figuri. Il che però dimostra che lei sa ben poco della vicenda Frollesca, ma la capisco, non ha nulla di appassionante».

Non voglio farla troppo lunga. Vito Frolla mi ha mostrato l’ingresso al nascondiglio di Satana sapendo che ero una giornalista (di spettacolo: di cibo non m’intendo affatto). Non ho fatto uno stage, sono rimasta nel bunker di via Gavroche perché dovevo scrivere un libro e di questo lui era perfettamente al corrente. La trovava un’idea spassosissima, tra l’altro. Poi si sa che gli chef sono volubili e lui lo è più di ogni altro. Quindi, invece di comunicarmi che aveva cambiato idea, e chissà perché, non si è più fatto trovare. Capirai. Come se senza Testa di Sugo non potessi portare a termine la mia operetta, suvvia. Però grazie a questa esperienza sono diventata una persona migliore, una che accetta serenamente la propria inettitudine ai fornelli.

A Novi Ligure, città dove sono nata e cresciuta, Lo chef è un Dio è sold out. E così ho fatto contenta anche la nonna Titti. Ora non resta che convincere gli altri italiani a comprare il mio libro. Se ciò accadrà un po’ sarà pure merito di Massimo Bernardi. Anche se appena ci siamo conosciuti gli è uscito spontaneo: «Promettente, sembri odiosa». Ma va? Bon appétit!

[Fonti: Papero Giallo, Joia, Feltrinelli, Quinto Quarto]