Il Buonappetito: non sono pronto a discutere la schiacciante superiorità del toast

L’altro giorno càpito su un articolo che spiega quanto uno chef blasonatissimo vada matto per i toast.

Chi fosse non lo ricordo, ma poco importa: tutti i grandi cuochi adorano i toast (a parte Pietro Leemann, immagino).

Ricordo perfettamente una notte passata ad ascoltare uno chef due stelle Michelin discutere con un ragazzo su quale fosse il formaggio migliore da usare: “io metto l’emmental, è perfetto sia per la punta d’amaro, sia per come fonde senza squagliare”; il ragazzo, reso audace dall’alcool, gli diceva “ma l’emmental… Mettici almeno del fontal!”

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Il toast fa parte delle cose semplici e perfette. Come la caprese, gli spaghetti al pomodoro, il prosciutto e melone.

Pochi ingredienti che si sposano in modo del tutto armonico. Prosciutto cotto, formaggio, pan carrè. E una banalissima tecnologia: un paio di resistenze che rendano fragrante il pane e cremoso il formaggio.

Poi, certo, c’è chi lo raffina, chi imburra il pane, chi aggiunge dei sottaceti, e anche ci sono le scuole di pensiero, chi vuole la crosta e chi la toglie, chi ci mette il “Berna” –come si diceva un tempo–, chi la fontina, chi una toma, chi una mesta (è troppo scioglievole) sottiletta.

Ma il toast è sempre toast.

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Piace ai top e ai pop. Ai grandi e ai piccini: i miei figli ESIGONO una “serata toast” alla settimana. Ha, infatti, le cinque caratteristiche che deve avere un cibo per spaccare (me le indicò Anna Prandoni, già direttrice de La cucina italiana): bello, buono, economico, sano e facile da mangiare.

Se volete capire al volo la qualità di un bar, prendete un toast. Il toast è la verità in bocca e la bocca della verità. Dietro un toast non ci si può nascondere: o ci siamo, o non ci siamo, senza se e senza ma.

Troppi locali lo trascurano e fanno male, come fosse un Piano B, una soluzione di ripiego: “sono di fretta —dice il cliente— mi faccia un toast.”

E invece no: il toast merita il tempo giusto per farlo e per mangiarlo.

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E che le materie prime siano di qualità: quante volte al supermercato ho sentito la terribile frase “mi dia il prosciutto cotto più economico: tanto è per i toast…”

Ci sono alcuni motivi per cui non sono vegetariano: il toast è indubbiamente uno di quelli. Direi nei primi dieci.

Luca Iaccarino

9 marzo 2018

commenti (6)

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  1. nucleo controllo cucine ha detto:

    Bravo Iaccarino! finalmente qualcuno che riconosce l’immensa superiorità e la celestiale bontà del toast.
    Purtroppo, come detto nell’articolo, i toast buoni sono sempre più rari. A Torino, ti segnalo il low coast/good toast del Bar Airone di via Cimarosa angolo via Bologna e il sublime toast imburrato del bar del circolo i Ciliegi a Pecetto.
    La mia personale ricetta prevede:
    – pan carré fresco tagliato abbastanza alto (1,5 cm almeno)
    – fontina (ma ho fatto interessanti esperimenti anche con la provola affumicata)
    – prosciutto cotto sgrassato
    e naturalmente tostiera verticale a resistenze.

  2. stefano ha detto:

    Io ho capito che sei l’ultimo arrivato … e come in “anchorman” mandano Veronica Corningstone alla sfilata dei gatti, a te danno questi articoli da scrivere.
    Però… c’è sempre un però …. i tuoi articoli sono SEMPRE fatti di nulla.

    1. Avviatura ha detto:

      Però: dopo questo indispensabile e vincolante giudizio m’è proprio venuta voglia di un toast.
      Ma prima una notizia più importante: i Komi (in italiano chiamati Sirieni almeno fino al 1945 e successivamente anche Komi-Ziriani) sono un gruppo etnico della Russia.

    2. Avviatura ha detto:

      Pensare che hanno fatto anche una catena sul nulla come Capatoast.

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