di Dario De Marco 18 Febbraio 2021
Arancia; arancione

Adesso, nel mezzo del lungo inverno 2020-2021, se io dico arancione a voi la prima cosa che viene in mente è una serie di regole e limitazioni: quelle della zona arancione, delle regioni arancioni, dei giorni arancioni. Un colore intermedio che suscita emozioni contrastanti, di sollievo se siete appena usciti dall’incubo della zona rossa, di sconforto se vi eravate appena riabituati a prendere un caffè al bancone in zona gialla. È così: la pandemia ha preso delle parole familiari e ne ha completamente stravolto il significato. Ma l’arancio ha una storia lunga e curiosa: e quando dico arancione intendo sia la parola che il colore, anzi la parola e quindi il colore.

È strana la cosa dei colori, se ci pensate. Sono tra le prime parole che si imparano da bambini, insieme ai versi degli animali, e questo per una serie di motivi, ludici educativi eccetera, ma fondamentalmente per un un motivo: riteniamo che i colori appartengano alla realtà oggettiva. Non è così, da tempo sappiamo che i colori non sono altro che il modo in cui gli oggetti riflettono la luce, assorbendo alcuni pezzi dello spettro e quindi rilasciandone altri che colpiscono il nostro apparato visivo, insomma i colori non esistono in natura ma solo nel nostro punto di vista. Tant’è che ogni specie animale vede in maniera diversa: chi percepisce uno spettro più ampio, chi vede in bianco e nero. Però almeno i colori sono oggettivi dal punto di vista umano, direte voi, cioè all’interno della nostra specie tutti li percepiamo allo stesso modo. Ehm, no.

Il cielo è sempre meno blu

A parte il daltonismo, che è una patologia; a parte la considerazione ai limiti del filosofico che io e te potremmo vedere in maniera diversa quello che tutti e due chiamiamo rosso, e non lo sapremo mai. Ma viene fuori che i colori non sono solo soggettivi da un punto di vista della percezione fisica: sono proprio una costruzione sociale. È noto il caso del blu: in molte lingue antiche, dal cinese al greco, non esiste una parola specifica per indicare il blu. E questo ha dato origine a un mistero, un vero e proprio giallo (ops): com’è possibile? Gli uomini dei millenni passati vedevano in maniera diversa da noi? Fisiologicamente impossibile. Allora, non possedevano la parola perché non afferravano il concetto? (I colori sono concetti?) Una spiegazione naturalistica potrebbe essere legata al fatto che i pigmenti blu non sono così presenti in natura, soprattutto tra gli alimenti commestibili. 

(Questo vale in generale per tutti i colori: noi siamo abituati ad avere sotto gli occhi una paletta molto variegata, ma quanti di questi colori sono naturali? Alzate la testa dallo schermo e guardatevi attorno: cosa vedete di naturale? E di che colore è? Io solo il rampicante sul balcone di fronte, ah no, è un’edera finta.) 

Un attimo: ma il cielo? E il mare? Beh, pare che il cielo non sia poi così blu: ancora oggi in certe culture in cui questa identificazione non viene fornita sin da bambini, se si chiede alle persone di che colore è il cielo risponderanno “bianco” o “nessun colore”. D’altra parte è citatissima l’espressione dell’Odissea che parla di “mare color del vino”: il che, al di là delle facili battute sul fatto che Omero fosse cieco, ci porta quantomeno a chiederci, ma com’era sto mare nell’antichità? Oppure, forse: ma che diavolo di vino si bevevano i Greci?

Orange is the new blue: storia dell’arancio (ne)

Ma veniamo all’arancione. Che come ci hanno insegnato, è un misto di rosso e giallo (ancora con le zone, uffa). Così si ottiene, e così per millenni è stato individuato: le cose arancioni venivano chiamate rosse, o gialle. E in certi casi  l’uso è rimasto: guardate il pesce rosso nella boccia, non è in verità arancionissimo? E così pure i rossi di capelli, quelli naturali, al 90% sono arancioni (pel di carota, l’espressione popolare è più sincera). Per non parlare dei gatti rossi. Come racconta un articolo pescato nel meraviglioso archivio di Atlas Obscura, per vedere l’arancione abbiamo avuto bisogno di nominarlo, e per nominarlo abbiamo avuto bisogno di mangiarlo: di mangiare le arance. 

L’arancio è un incrocio di mandarino e pomelo, due dei tre agrumi capostipiti – tutti gli altri sono ibridi. Presente in Cina da quattromila anni, si è diffuso verso ovest molto lentamente, ed è arrivato in Europa attraverso la Persia e l’Arabia. Resta da confermare se fosse diffuso in Sicilia già in epoca romana, quel che è certo è che nel tardo medioevo arance e aranci erano abbastanza noti. Ma il vero boom si ebbe a partire dal 16esimo secolo, l’epoca delle grandi esplorazioni, quando i frutti e le piante vennero introdotte, o reintrodotte, dai marinai portoghesi direttamente dalla Cina. Da lì poi il nome scientifico dell’arancio (Citrus sinensis) passato anche in qualche lingua europea (sinaasappel in olandese), mentre l’altro agrume è rimasto appiccicato agli alti dignitari cinesi (i mandarini) e alla lingua (il mandarino).

Stesso percorso, anche se più lento, ha fatto il termine. La parola per designare l’arancia ha ovviamente viaggiato con il frutto, da est a ovest sulla via della seta: nāraṅga in sanscrito, nāranğ in persiano, naaranj in arabo. In spagnolo è naranja, e simili termini sono presenti in altre lingue europee e dialetti nostrani, mentre in italiano e nella maggior parte delle lingue si è persa la n iniziale ed è diventato arancia, orange eccetera. (È quel fenomeno linguistico abbastanza frequente per cui parlando si fa confusione tra l’ultima consonante dell’articolo e la prima del nome – lo stesso che faceva scrivere ai poveri semianalfabeti “l’aradio” o per cui mio figlio dice che a Natale ha avuto in regalo un Intendo.)

Ma il passaggio ulteriore del nome, dal frutto al colore, è avvenuto solo in seguito, quando appunto dal 1500 in poi si è avuta una grande diffusione dell’arancio: forse era una varietà più buona e dolce, forse semplicemente sulle navi portoghesi ne arrivavano di più, e più velocemente. In certe lingue il colore ha avuto una leggera modifica (“arancione”), in altre il nome della pianta è rimasto tal quale (“orange”). Contemporaneamente, in molte lingue e dialetti, il frutto ha preso il nome dagli ultimi importatori: burtuqāl (arabo), portocală (rumeno), portugaj (piemontese), purtuall (napoletano, come si vede una delle poche cose che accomunano nord e sud).   

Resta da scoprire il perché: come mai la percezione del colore arancione si è cristallizzata solo in seguito all’arrivo delle arance? Come per il blu, la spiegazione più accreditata è che non ci fossero così tante cose arancioni sotto gli occhi, prima dell’arancia. Pesci, gatti, capelli? Solo in certe zone, e con diffusione limitata. Alcuni funghi? A trovarli. E le zucche? Importate dal nuovo mondo, quindi dopo l’arancia, e diffuse ancora più tardi. Le carote? Gesù, lo sappiamo tutti che mentre oggi la carota viola è una roba da gastrofighetti, una volta le carote erano gialle bianche rosse e viola, insomma di tutti i colori tranne che arancioni (e tali diventarono in seguito a un incrocio ottenuto in Olanda, anche se il fatto che fosse un omaggio alla famiglia reale probabilmente è una leggenda). Che altro: albicocche? Anche loro di provenienza cinese, sono conosciute nell’antichità ma si sono diffuse solo nel medioevo. D’altra parte anche nella terra d’origine, la Cina, per l’arancio e per l’arancione si usa lo stesso ideogramma: un nome, un destino.

Un’ultima curiosità è legata al fatto che molte arance non sono arancioni. Ebbene sì: alcune varietà possono maturare alla perfezione eppure rimanere di un bel verde brillante. Dipende dalle condizioni meteorologiche, in particolare è necessaria una escursione termica netta, cioè un abbassamento di temperatura, che se non si verifica non porta a quella colorazione. Per questo, paradosso dell’arancione, le arance industriali spesso vengono trattate con etilene per far perdere la clorofilla, e il verde, alla buccia. Dal frutto al colore, e non ritorno.