di Luca Iaccarino 27 Giugno 2018
spaghetti alla carbonara

Ammiro lo sforzo unitario di Cavour, di Garibaldi e di tutti quanti i Mille: bravissimi, avete la mia stima.

Se però Camillo Benso fosse ancora vivo –ogni tanto ne sento lo spirito quando siedo ai tavoli di Del Cambio, il suo amato ristorante torinese– mi toccherebbe dargli una ferale notizia: Camillo, gli italiani non riescono a mettersi d’accordo su niente!

Con ogni probabilità siamo il popolo più diviso del mondo. Vabbè: diciamo dopo la Corea.

Nemmeno abbiamo una nazionale di calcio ai Mondiali che riesca nel miracolo di farci andar d’accordo almeno per un mese (persino su Bottura primo nella 50 Best Restaurants sono fioccate polemiche).

[Facciamo un scacco di errori cuocendo la pasta]

Tra i tanti temi divisivi –come destra e sinistra, casta e anticasta, carnivori e vegani, liberali e protezionisti– ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: la cottura della pasta.

Da regione a regione, da città a città il minutaggio ritenuto consono cambia talmente tanto che persino i produttori si sono rassegnati a non indicarlo più sulla confezione, o a osare un timido “consigliato” o furbescamente a scrivere “cottura 10 minuti (al dente 8)”, come dire che gli altri la mangiano scotta.

Sono a Roma da tre ore e ho assaggiato tre piatti di pasta che se li affrontasse una nonna piemontese la ricovererebbero. Ma come mai, viene da chiedersi, abbiamo atteggiamenti così diversi rispetto al piatto nazionale?

[Tutto quello che avete sempre voluto sapere sulla cottura passiva della pasta]

Io mi sono fatto un’idea, del tutto buttata lì: le zone che hanno maggior consuetudine con la pasta fresca, preferiscono la pasta secca più cotta. Questione di mollezze affini.

Non riesco a intravedere altre spiegazioni, a meno che i laziali non abbiano mandibole più potenti dei lombardi.

Ma non voglio che la discussione scada in confronti regionali, men che meno in politica. A proposito di politica: ci sarebbe qualche coserellina da mangiare?