di Marco Lungo 3 Maggio 2011

Se il gioco della settimana nella comunita internazionale di noi gastrofan s’intitolava: “cosa cucineresti, fosse mai che in emergenza chiamassero te a cucinare al Royal Wedding?”, gioco in crollo verticale di popolarità una volta trapelato il menù (molto, molto british), noi qui, più modestamente, ci siamo trastullati parlando di pasta. Sciogliendo sì alcuni dubbi, senza però rispondere all’iperdilemma: pasta lunga o pasta corta?

Non sono convinto che fare gli ultraortodossi in cucina paghi sempre e comunque, prendi la carbonara o la cacio e pepe tanto per restare a Roma, pasta corta o lunga non fa differenza, anzi, le loro microstorie si intrecciano al punto che non ricordo mai qual era meglio. Il solo confronto sensato è tra pasta buona e pasta no, per il resto… condire, mantecare e a tavola. Anche perché, non appena ci si convince che è meglio la pasta lunga, un ristorante dal rapporto pasta/felicità favorevole (vedi il romano l’Arcangelo di Arcangelo Dandini) e le certezze affondano sotto il piacevole peso di un rigatone.

Che c’entra, per mettersi al riparo da sciagure e batoste ci sono limiti precisi, diciamo invalicabili: conchiglie e sugo al pomodoro non sono un matrimonio reale, ops!, molto bene le ruote (o ruote pazze) seconde solo agli spaghettoni. Niente formati lunghi con i porcini a pezzetti, casomai a sfoglia. Ma veniamo al pacchero: impone cura e attenzione fin dal trasporto e una volta a casa come gli rendi giustizia? Centralità del condimento gagliardo, si direbbe: ragù, verdura tagliata grossolanamente, funghi, pesanti salsicciotti, carne in genere. Ma a sorpresa, scolato prima che si chiuda a libretto interrompendo la circolazione del sugo all’interno, il pacchero pompa estrogeni anche con un condimento leggero, addirittura con la panna, cari amici nostalgici dei ruggenti ’80. C’è poi la questione della pasta fredda: perché solo corta? E perché inevitabilmente allagata dal rimorchio del camioncino Saclà?

Per finire, l’assaggio. I miei 5 centesimi: si tiene in piedi se il condimento è solo l’olio, possibilmente ligure (di Imperia ma non di olive taggiasche, a voler fare il gastrofan) perché delicatissimo e quindi adatto a scoprire il grado di inarrivabilità della pasta.

Chiedere come si regola un popolo di commissari tecnici della pasta è il minimo sindacale delle buone maniere. Sicché, voi che fate per decidere se pasta lunga o pasta corta, seguite i consigli impressi dai pastai sulle confezioni? O invece siete talebani di questo o quell’altro formato? Vi informate sui tempi di cottura che cambiano a seconda della pasta, o fate di testa vostra?

[Crediti | Link: Eatocracy, Dissapore, immagine: Max]