di Chiara Cavalleris 15 Giugno 2018

In collaborazione con Fiera Millenaria di Gonzaga

Conoscete il tiròt? E il turtel sgusarot, la torta di tagliatelle, i tortelli di pesca, o quelli amari?

Sono tutte eccentriche ma squisite meraviglie della tavola mantovana, troppo spesso confinate nelle sagre strapaesane della zona, ma ora —finalmente— radunate nello spazio Mantova Golosa per gli appassionati, anzi per tutti i buongustai.

Un’imperdibile area di 1.400 metri quadrati dove, oltre al meglio del cibo mantovano, prenderanno forma cooking show, presentazioni, incontri a tema, lezioni di cucina e degustazioni, e che dal 1 al 9 settembre sarà il fiore all’occhiello della Fiera Millenaria di Gonzaga.

Già, millenaria, perché la fiera prende le mosse dal mercato cittadino svolto durante il Palio, alla corte dei Canossa, signori di Gonzaga.

Un evento voluto da Francesco II nel 1488, quando il Gonzaga, sopravvissuto a una brutta caduta da cavallo, decide di istituire un giorno di festa, l’8 settembre.

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Oggi obiettivo della fiera è valorizzare cultura rurale e prodotti mantovani, unendo tecnologia, folklore, ricerca e svago in una manifestazione che conta 500 espositori, 90 eventi in programma e 100.000 visitatori.

La ricchezza di prodotti tipici del mantovano l’abbiamo toccata con mano settimana scorsa, durante un incontro di avvicinamento alla fiera millenaria di settembre.

Siamo stati al Food Loft milanese di Simone Rugiati, il noto telechef da due anni testimonial di Mantova Golosa, e, che tra uno showcooking e l’altro ci ha fatto scoprire il Grana Padano dei Prati Stabili.

Uno dei prodotti di punta della DOP più grande del mondo: 4.300 ettari di prati secolari spontanei dai quali nascono una sessantina di essenze differenti, alimento straordinario per le bovine da latte.

Abbiamo anche scoperto che Mantova è l’unica città a produrre sia Grana che Parmigiano Reggiano, e che la provincia, da sola, rappresenta il 10% del prodotto.

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Da quelle parti c’è un’altro allevamento fiorente: quello delle lumache, ovvero l’elicicoltura, che risale ai tempi di Bartolomeo Stefani, cuoco alla corte dei Gonzaga, e di Isabella d’Este, attirata dalla possibilità di ricavare cosmetici dalla bava (proprio così).

Oggi il loro impiego, in cucina come nella dermocosmetica, è al centro del lavoro di imprenditori di successo come Donatella Veroni, che ha brevettato una tecnologia in grado di estrarre bava di lumaca in quantità maggiore senza incidere sulla salute dell’animale, con l’obiettivo di produrre creme e sieri per la cura delle dermatiti.