di Carlotta Girola 18 Dicembre 2015
Masterchef 5

“Sei pronto?”, “Seee!”, inizia con un’affermazione napoletana un po’ sguaiata la partecipazione come giudice di Antonino Cannavacciuolo alla quinta edizione di MasterChef, in onda su Sky Uno da ieri sera.

E, dal primo istante, è presenza ingombrante e totale, nel senso fisico del termine (con battutine di Cracco, Bastianich e Barbieri sul volume specifico della massa di tant’uomo), ma soprattutto perché, lasciatemelo dire, Cannavacciuolo buca tutti gli schermi in fila da qui a Palermo.

Dopo la mazzata mediatica dello spoiler di Striscia la Notizia della scorsa edizione, e dopo la corona da MasterChef sulla testa di un personaggio discusso e piuttosto scialbo, su questa prima puntata si gioca tutto e sulla sfida (lo dico subito) “il mio è un sì”.

MasterChef 5 rimette sul tavolo tutti gli ingredienti di un successo consolidato (ma un pochetto appannato), giocandosi il jolly bistellato di Villa Crespi.

Si inizia con le pre-selezioni che, fino ad ora, non si erano mai viste in onda: certo, difficile rendere nel sincopato linguaggio televisivo qualcosa come 150 piatti cucinati. E infatti si opta per un assemblaggio di piatti crudi, non cucinati.

Siamo davvero sicuri sicurissimi che si riesca a fare una selezione seria scegliendo tra una massa di piatti crudisti sì, ma anche non commestibili? Eccolo, MasterChef è partito da soli 6 minuti e ci siamo: apoteosi dell’irreale. I giudici compiono la prima selezione da 150 a 100 concorrenti usando come metro un insindacabile giudizio di piatti non assaggiati, non cotti, indigeribili.

Glielo perdono, però, visto che sarebbe stato altrettanto disumano sperare di vederli assaggiare tutto. Ma, per fortuna, non ci sono queste strambe novità nonsense.

Per i reazionari, state sereni: il Gattopardo è tra noi.

La mission impossible con musica adrenalinica a tema è sempre il filo conduttore, Bastianich ha mantenuto il piglio più da giullare che da giudice spietato delle prime edizioni (e ha fatto qualche ricezione di italiano).

Cracco sfoggia un fascino innegabile, una naturalezza insolita e poi la solita, celeberrima freddezza di facciata che poi nasconde il cuore di panna.

Barbieri resta la stessa mosca tze tze di sempre.

Si cucina, si sgamano i furbetti che hanno comprato gli gnocchi al supermercato e non li hanno fatti a mano, si passano il testimone concorrenti che sì e concorrenti che proprio no, disastri agghiaccianti (tagliolini che diventano purea), e qualche cuoco autodidatta che vuole aprire un ristorante con la stella Michelin, alla faccia della gavetta. E poi c’è lui: Cannavacciuolo pigliatutto. Simpatico, professionale, ironico. Un gigante tutto d’un pezzo che mostra come si fa una rosa di zucchine in 2 nanosecondi, e poi distrugge tutto dicendo che “non si usa più dagli anni ’80”. Il mio amore già dichiarato non può che trovare supporto E poi ci sono loro: gli aspiranti “cambio vita, mi butto sulla cucina“. Lo spaccato d’Italia in cerca di fama e riscatto attraverso un fornello a induzione, ormai, è una categoria dello spirito, mai abbastanza esplorata.

Per questo MasterChef 5 mi piace di nuovo, e promette anche meglio dell’anno scorso. Perchè si mettono a nudo i biechi tentativi di furberia, le storie lacrimevoli, i personaggi, i casi umani, a volte persino qualche piatto e qualche nozione sulla sfilettatura del pesce.

Un circo Togni a tutti gli effetti che voglio proprio vedere come va a finire.