Ve l’avevamo detto, che Ego Festival a Taranto era un evento da tenere d’occhio. Ne avevamo avuto il sentore, a leggere il modo in cui voleva mescolare i livelli della comunicazione gastronomica, senza fare confusione, ma sapendo mettere insieme la pizza e l’alta cucina (quella di Enrico Bartolini, grande ospite di quest’edizione, per dire, o di Domenico Schingaro, che ha diretto le danze in quanto ideale “padrone di casa” pugliese); il serio e il faceto, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e Gennaro Giudetti, operatore umanitario a Gaza. Perché parlare di cibo, e farlo seriamente, significa anche toccare il tema della sua assenza.
L’avevamo intuito, che questo evento aveva un’energia speciale, capace di portare al centro il territorio e le sue materie prime senza però chiudersi in un certo provincialismo che si può avere quando si è troppo georiferiti.
Tutto questo, però, prima di andarci, all’Ego Festival di fine aprile.
Dopo, soltanto dopo averlo visto con i nostri occhi, abbiamo saputo che ci avevamo visto lungo. E che il successo dell’Ego Festival, che ha portato a Taranto migliaia di persone e di cose belle, è merito della persona che lo ha ideato, organizzato e che lo segue “come fosse suo figlio”, la giornalista Monica Caradonna, che tra le altre cose è anche co-conduttrice (insieme al collega Tinto) di Linea Verde Italia.

Monica, come si è avvicinata professionalmente al mondo dell’enogastronomia?
“In realtà è una storia complicata, perché tutto è nato a causa di una malattia al sistema immunitario che ho scoperto di avere nel 2010, la SNAS. Ero avvelenata dal Nichel, e io il Nichel me lo mangiavo tutti i giorni”.
Cioè?
“Il Nichel è ovunque, perché è nella terra, frutto di un antropizzazione esasperata, quindi facilmente c’è in tutti gli ortaggi che mangiamo, soprattutto vent’anni fa. Non c’era l’idroponica, c’era pochissimo il biologico, ma soprattutto non c’era la sensibilità e la conoscenza. Ho dovuto fare una disintossicazione durata sei anni, in cui è cambiato il mio rapporto con il cibo, perché non potevo mangiare nulla”.
E questo come l’ha avvicinata, mi scusi, al mondo del cibo?
“Io venivo dal giornalismo di inchiesta. Quando mi hanno detto che non potevo più mangiare, da golosa cronica ho applicato l’approccio metodologico che usavo nel mio lavoro, e da lì è iniziata una nuova vita, fatta di ricerche, di scoperte e di studio dell’enogastronomia, soprattutto da un punto di vista antropologico, parlando e conoscendo le persone che ci lavorano. Ho trovato storie bellissime, e sono passata con mani, piedi, cuore e soprattutto curiosità a quel settore”.
Ego Festival invece quando è nato?
“Una delle persone che ho incontrato nel mio percorso è stato Martino Ruggeri: stavo collaborando con lui quando vinse il Bocuse d’Or Italia, e con lui decidemmo di organizzare la prima edizione di Ego festival a Lecce”.
Qual era l’idea dietro a quel progetto?
“Volevamo realmente portare un contributo in termini culturali all’enogastronomia in Puglia, perché la sensazione era che non fosse valorizzata abbastanza. Abbiamo il paniere più ricco d’Ialia insieme alla Sicilia, abbiamo una tradizione agricola antichissima, abbiamo dei cuochi fantastici ma tutto questo non veniva messo in rete e non veniva promosso.

Ego era proprio un omaggio d’amore nei confronti della nostra terra, volevamo che si parlasse più della Puglia gastronomica e non solo della Puglia turistica”.
Ha funzionato?
“Direi di sì, e quest’anno poi abbiamo visto l’apoteosi. Ma devo dire che da subito c’è stato un grande interesse e una bella partecipazione. Quando a margine del festival escono dei racconti sul lavoro dei produttori, sulla filiera, per me vuol dire che abbiamo raggiunto il risultato”.
Per esempio, quando è che si è accorta di averlo raggiunto, questo risultato?
“Be’, nel 2020 abbiamo portato sul palco di Ego Festival la cozza nera tarantina e l’abbiamo fatta cucinare a Gianfranco Pascucci e Davide Guidara. Tutta la stampa di settore ha parlato di questa cena, e si è creato un racconto intorno a questo prodotto che ha messo in moto il percorso per l’istituzione del Presidio Slow Food”.
Come vede il futuro di Ego Festival?
“Quest’anno è stata un’edizione che ha segnato il passo, abbiamo alzato l’asticella e mi sento carica di una responsabilità a cui so di non poter venire meno, per cui vogliamo lavorare sempre meglio. Ma soprattutto vogliamo parlare di cibo portando ancora più avanti alcuni argomenti come la sostenibilità nella filiera gastronomica ma anche nella filiera umana, che non possono prescindere l’una dall’altra”.
Valorizzare il prodotto locale, a partire dalla ristorazione (non è scontato)

Dunque nella sua idea Ego ha anche una funzione educativa?
“Il nostro sogno è quello, capire qual è lo stato di malessere o benessere del sistema e capire come possiamo contribuire a migliorarlo. Chi lavora nella ristorazione deve sentire la responsabilità del racconto che ha. Sulle materie prime, sul territorio, ma anche sull’impatto energetico e ambientale che hanno le scelte che usa. In un mondo in cui si va sempre di fretta smettiamo a volte di pensare…ecco, noi vogliamo innescare un momento di riflessione collettiva, nel grande ma anche nel piccolo, facendo capire in un paesino di mare l’impatto che può avere sulla tavola, insegnando per esempio al ristoratore che deve valorizzare il suo pescato del giorno, il prodotto che ha“.
Tutto questo resterà a Taranto?
“Le dico la verità, mi chiedono molto di portare Ego altrove, perché funziona. Ma Taranto è la mia città, e ha bisogno di questo secondo me, di una carezza di una consapevolezza nuova. Questo è un atto d’amore per questa città, di cui si parla troppo spesso per stereotipi, e invece è in grado di stupire chi la vive”.
Qual è il segreto del successo di Ego?
“L’amicizia, l’autenticità e, come dice il grande Beppe Palmieri, un basso profilo per grandissimi risultati. In realtà credo che la differenza la faccia il fatto che per me Ego è davvero come un figlio, quindi l’approccio che abbiamo nel realizzarlo è quello della passione, della cultura. È facile fare una cosa del genere a Milano, molto meno farla a Taranto”.

