di Adriano Aiello 14 Novembre 2013
Merano Wine Festival

Un palazzo liberty, come quota “splendida cornice”, migliaia di persone, mani macchiate dai vini, la fila per la giacca al guardaroba; l’autoctona birra Forst ogni dove e qualche chicca gastronomica.

Qualche giorno fa si è concluso il Merano Wine Festival 2013.

Da queste parti, da 21 anni, si espone l’eccellenza vinicola. O quella che l’industria, le guide e gli addetti ai lavori autodefiniscono l’eccellenza vinicola. Un festival imponente, mainstream, molto utile per farsi le ossa e per provare molte cose. Imparare insomma. Un termine che non usa nessuno: nel mondo eno-gastronomico si perde una stilla di umiltà a ogni rotazione virtuosa del bicchiere.

Ecco perché buona parte dei duri e puri rifuggono questo posto fracassone, caldo, dove si sgomita per degustare. Gli altri duri e puri ci vanno e sbuffano. Pontificano, mostrano irrequietezza. Un po’ come fanno i critici cinematografici al festival di Cannes e di Venezia, dove a ogni fila becchi qualcuno che si spara la posa annoiata/accigliata. Andare in cantiere no?

Non divaghiamo; preferisco pensare a le 10 cose che più mi sono rimaste impresse di quest’edizione. La crisi del vino e dell’economia da queste parti non si sente mica. Il biglietto giornaliero costa la bellezza di 90 euro, ma il risultato lo vedete qui sotto.

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L’austeritá teutonica mi piace sempre. Anche se, fuori dall’area del festival, questa città è un mortorio. E al massimo ti imbatti in ragazzi che fanno la gara degli sputi.

Ho pensato di competere, poi ho deciso di non divulgare la mia raffinata tecnica dello sputo baseball. Il referto fotografico suggerisce il fascino notturno di Merano, non la disciplina salivare.

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Alzarsi e fare colazione con il Pinot bianco può essere atto di mattanza inaudita. Ma anche un bel momento se i vini sono quelli di Terlano. Specie le annate indimenticabili dell’era Sebastian Stocker.

Momenti alti della verticale: le annate 1979 (primo esperimento di 10 anni di affinamento sulle fecce fini) e la 1966 con una bottiglia che è invecchiata come farebbe uno Champagne. Da stordimento il 1956 che conferma questo Pinot come vino eterno, cristallino di una pulizia e una purezza sbalorditiva.

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Durante i giorni del festival è stata applicata un’ordinanza comunale che ha vietato agli esercizi di servirmi la Forst doppio malto. Alla 16° richiesta non acconsentita ho tracannato l’ennesima Pils e ho creduto non esistesse altro.

Finchè Cristiana Lauro e Fiorenzo Sartore di Intravino hanno giustamente deciso di prendersi gioco di me sul librofaccia.

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L’Istria è nel mio cuore. Non solo per certi Terrano e le numerose splendide Malvasia. Peccato che dopo aver ingerito quantità inumane di prosciutto del Carso e Persuto in crosta de pan col cren (crea assuefazione!) a quella che credevo essere la cena istriana, capisco (con viva sollecitazione telefonica dell’ufficio stampa che mi aveva dato per disperso) che l’evento era in diversa locazione.

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Come non bissare se in cucina c’è lo chef Ivan Justa a costruire un bel menù sui vini dell’azienda Kabola di Marino Markežić. Belli gli antipasti ma a trionfare sono i ravioli con ripieno di agnello e la migliore guancia brasata mai assaggiata nel mio lungo e difficile rapporto con la guancia.

Dei vini di Kabola mi sono perso lo spumante, ma il rosato e soprattutto la Malvasia in anfora hanno la stoffa dei grandi vini. Mi vedo costretto ad andare a trovare il produttore e approfondire.

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L’area gourmet è sotttovalutata. La selezione è ottima, e dopo ore di vino, tuffarcisi fa bene allo spirito quanto male alla circolazione cardiovascolare. Il trionfo della salumeria italiana, dei formaggi, dei taralli pugliesi e delle salse artigianali.

Con qualche birrificio rinfrescante, una selezione ricchissima di Trento metodo classico e uno spazio per la cucina. Assaggiare tutti i banchetti in un’ora, saltando solo i dolci, necessità di dote importanti. Che ho dimostrato di possedere.

Il “nuovo mondo del vino” è bello, affascinante e da scoprire. Io mi applico (con superficialità) da anni ma poi mi scoraggio. Per ora mi sento di dire che i georgiani non mi avranno. E i sudafricani nemmeno; tutti i selezionati avevano dolcezze insostenibili, tannini scomodi e gradazioni spaccagambe.

Che c’è chi è rimasto a fare vini morbidoni, strutturati e legnosi in stile anni Novanta. Uno di questi è Oliviero Toscani. Che sì, fa il vino. Un blend di syrah, cabernet e (credo) sangiovese. A suo modo sincero. In buona compagnia dei colossi toscani Banfi, Cecchi, Frescobaldi.

Il Pinot grigio di Vie di Romans è una bella sorpresa.

De Bartoli invece fa sempre i migliori passiti del pianeta Terra. Dopo però devi cambiare bicchiere o sentirai sentori di datteri anche nel Pinot nero. E Marisa Cuomo tra i migliori bianchi d’Italia: la sua miniverticale di Fiorduva 2011, 2010 e 2009 (mostruoso) mi pare di sentirla ancora in bocca.