di Carlotta Girola 8 Settembre 2014
Alain Ducasse

Pesce, cereali e verdure. Non é la nuova dieta dell’autunno, ma il manifesto programmatico del maestro Ducasse, uno dei nomi più importanti e conosciuti dell’alta cucina francese che, a pochi giorni dalla riapertura del suo ristorante parigino all’interno del Plaza Athénées, rispolvera la vecchia storia della presa della Bastiglia.

Rinchiusi virtualmente dietro le sbarre non ci sono i prigionieri politici scomodi, ma i tagli di carne classici che “bisogna consumare più eticamente ed equamente”. Tartare e foie gras spariscono dal menu non proprio da Terzo Stato (380 euro per un menu degustazione da ghigliottina economica), in favore di materie prime più sane e sostenibili (e in molti casi anche molto più economiche).

L’imminente rivoluzione ducassiana strizza l’occhio alle tendenze gastronomiche salutiste con un’operazione di marketing che si guadagna il rispetto delle minoranze vegetariane, riuscendo ad infondere un’aurea mistica ed elitaria anche a un pugno di ceci.

Buoni, per caritá, ma a quel prezzo preferivo almeno il filetto di Kobe.

I libri di storia, mescolati con la visione di Lady Oscar in tv generazione dopo generazione, ci hanno insegnato che la rivoluzione francese nasce dal popolo affamato che, per farla breve, non avendo più pane alla fine vuole tagliare la testa a tutte quelle cofane imparruccate che fanno colazione coi croissant alla faccia loro.

Oggi il caro Alain, il nostro Luigi XVI della gastronomia, toglie la carne ai suoi adepti ergendosi a moralizzatore supremo e nuovo guru della cucina sostenibile (scusate il pesce è così tanto più sostenibile della carne?)

Ma, come ogni stratega politico che si rispetti, tira il sasso e nasconde la mano.

La carne, in effetti, non sparirà del tutto dalle dispense del Plaza Athénées, e i carnivori impenitenti potranno informarsi dal personale di sala scegliendo qualche piatto fuori menu a loro dedicato.

La doppia anima di Ducasse, che raccoglie l’ereditá giacobina di Robespierre (per una vita più equa e gastronomicamente repubblicana) ma anche quella regale di Luigi XVI pre-ghigliottina (che fa aumentare i prezzi del pane e affama il popolo di seguaci con menu da salasso) traduce le sue scelte in bipolarismo gastro-politico.

La carne non é il male, il farro non é sempre da santificare.

C’é una sola cosa da fare: aspettare qualche giorno la riapertura del tempio parigino di Ducasse e poi andare ad assaggiare in carne e ossa (o meglio in pesce e cereali).

Solo quando avremo sotto i denti il nuovo menu e in tasca una considerevole somma in meno, potremo decidere se gridare alla presa della bastiglia o tamponare regalmente gli angoli della nostra boccuccia e portare il cagnolino a zampettare a Versailles.