di Sara Porro 26 Giugno 2013
nigredo birrificio italiano

Domenica mi sono data alla gita fuori porta alcolica (la mia cosa preferita al mondo). Era una splendida giornata di  primavera tardiva al Birrificio Italiano di Lurago Marinone, dove si presentava la nuova nata di casa, la Nigredo: un nome da attribuire per il 50% al colore (duh) e per l’altro 50% alla prima fase del processo alchemico.

“Il Nigredo è il processo con cui ci si dirige verso il ritrovamento dell’autoconoscenza, che è anche la fase della vita in cui mi trovo in questo momento” dice Agostino Arioli, il mastro birrario con aria da guru, e io penso:

Wow, questo non è il modo in cui un enologo presenterebbe un vino. Il che, come ho già detto, è ciò che amo del mondo della birra artigianale: poca codificazione, nessuno stilema, presentazioni di birre che evolvono in sedute di autocoscienza. Olè!

All’arrivo, mi viene prontamente servita una pinta di Fleurette: esile ed estiva, aromatizzata con rose e violette, sciroppo di sambuco, pepe nero e miele d’arancio, è così femminile che avrebbero fatto prima a chiamarla “Doppio Cromosoma X”. Accaldata dal viaggio, la bevo di slancio.

Come un buon reporter a una presentazione qualsiasi, chiedo e ottengo informazioni: scopro così che il Birrificio Italiano di Lurago Marinone è stato nel 1996 il primo microbirrificio lombardo e rimane tra i migliori d’Italia (Birrificio dell’anno 2007 e 2012 per Unionbirrai).

Negli spazi attigui alla produzione di birra – che ora si è spostata in uno stabilimento più ampio – è aperto un pub/ristorante di buon livello, che propone, oltre alle prevedibili degustazioni di birra, una cucina curata, con tanti piatti a base di birra (ho già detto “birra”? Accidenti alle parole senza sinonimi).

Una pinta di Tipopils, tra le migliori Pils italiane e forse la più iconica delle birre del Birrificio Italiano, finisce in un attimo. Con il pranzo arriva il momento di assaggiare la Nigredo: una Dark Lager ma con il colpo di scena, visto che una parte del luppolo usato è sottoposto a un processo di tostatura.

Pare che non l’abbia mai fatto nessuno, tranne forse una volta nel ’78 un homebrewer nel Vermont, ma questo si perde nelle saghe leggendarie della birra artigianale. In perfetto equilibrio tra il dolce e l’amaro, si beve benissimo.

A questo punto della degustazione, proprio mentre divoro un’enorme porzione di gnocchi al salmone e due pepi,  Agostino convoca e ringrazia personalmente prima tutti i collaboratori del birrificio (applausi), poi tutto lo staff che ha organizzato la giornata (applausi), poi la squadra di cucina (altra pinta di Nigredo).

Questo è il momento in cui abbandono le velleità giornalistiche, orecchio aneddoti e ne racconto a mia volta, forse sonnecchio all’ombra dei tigli del cortile.

La birra artigianale continua a essere una vacanza dal mondo della gastronomia alta – speriamo che duri.