di Giovanni Puglisi 26 Marzo 2014
Birre, Franconia

Il Ma Che Siete Venuti a Fa’ non ha bisogno di presentazioni (o sì? Retrospettiva minima per non birrofili: Roma, Trastevere; poche sale anguste e un bancone di legno, con sopra una lunga serie di spine da cui si è versata a fiumi la storia della birra artigianale): è un paradiso. Un paradiso dove suona un sacco di metal; o se capitate in serata Bowie.

La musica è spesso e volentieri alta, ma s’interrompe quando in TV c’è la partita – Liga, Bundesliga, Premier/Europa/Champions League – oppure in occasione di grandi eventi, in cui è la voce della gente che ride e a momenti grida a fare da colonna sonora. Quando al Macché fanno gli eventi sono cose tanto grandi che sembra che in due salette tanto piccole non ci possano stare.

Una cosa così, una specie di action drinking collettivo di natura birricola a metà tra il baccanale e l’indagine etnologica, con tanto nettare versato nei boccali e sui pavimenti, negli stomaci e sui sentimenti (estinguendo, o alimentando, incendi emotivi negli avventori) è successa la scorsa settimana, tra risate, commenti di degustazione e urla concitate.

Da Sabato a Sabato, transitando per la settimana lavorativa ed il giorno del Signore, herr Colonna (non birrofili: uno dei due patron del Ma Che Siete, capelli lunghi, della Lazio, più conoscenza di birra alle spalle di quanta ne riusciate a immaginare) se n’è venuto fuori con l’idea di ricreare nei budelli di via Benedetta a Roma la sensazione di trovarsi in una delle terre promesse più bramate dai franchi bevitori: la Franconia, Germania centro-meridionale, ovvero posto nel mondo in cui la concentrazione di birrifici per kilometro quadro è più alta in assoluto.

Lo staff del Macché, selezionando 27 birre da 15 birrifici, ha calato per sette-giorni-sette la propria clientela nell’atmosfera rurale e medievale che si respira attorno a Bamberga (eh, non birrofili: die Hauptstadt, la capitale, del Sacro Regno di Franconia) fatta di birrifici piccoli o piccolissimi, che da secoli le famiglie si passano di mano attraverso le generazioni e spesso non servono altri clienti che gli abitanti del villaggio in cui si trovano.

Tutte le produzioni sono state scovate di persona, in lunghi e faticosi viaggi d’esplorazione in cui i nostri eroi arrivano a visitare decine di produttori al giorno, costretti a saggiare in nome della scienza tutte le birre che compongono la loro produzione. Se nelle mie parole sentite una certa ironia, vi sbagliate: si tratta d’invidia, invidia bella e buona.

L’evento è stato un successo – in una settimana Roma s’è fatta fuori 40 fusti di birra francone. L’evento è stato un atto di coraggio: per fare posto ai fusti di Gänstaller, Knoblach ed Heckel (tre dei birrifici selezionati) è stato necessario staccare dalle linee di spillatura alcuni degli stili di birra più trendy, che acchiappano i ggiovani, i fissati neo-esperti e gli hipster più orrendy.

Com’è andata? Bene. Dice il Colonna che il pubblico ha risposto eccellentemente, che si trattasse di avventori casuali o di esperti in cerca di sensazioni di un certo tipo. Conclude dicendo “Certi m’hanno detto che non vogliono più bere IPA”. (per non birrofili: stile americano, fresca e amara, va molto di moda e come dice Cracco dello scalogno la ordini se vuoi fare il figo).

P. S. Cosa mi sono bevuto io. 

Lagerbier di Krug non filtrata. Scovata a casa di questo produttore da 850hl, praticamente nascosta dietro il divano. Dal primo sorso un volo in bierstübe (non birrofili: wikipedia). Birra che sa di un altro posto e di un’altra cultura, uno di quegli oggetti che ti teletrasportano altrove.

Pils di Gänstaller. Appena attaccata quando sono arrivato Domenica sera per botta di culo. Fresca come poche cose al mondo, un attacco leggermente abboccato su cui esplode un prato fiorito tra le Alpi due giorni prima di Pasqua. Qualche degustatore attorno a me, da qualche parte nel caos, ha avuto il coraggio di ficcare il naso nel bicchiere e dire parolacce tipo “diacetile” e “isovalerico” (non birrofili: non lo so neanch’io). Herr Zaniol (uno dei due patron del Macche, della Roma, inossidabile, fategli gli auguri perché da poco è papà) gli fa “Ma alla fine sta’ birra te piace o no? … E goditela! E staccate n’attimo!”

P. P. S. Morale della favola.

Una delle cose che certi degustatori ossessivo-compulsivi non capiscono, secondo me, è che una parte essenziale dell’esperienza estetica alcolica è il piacere della bevuta. Un esercizio di degustazione estremo e portato al parossismo è nemico del piacere. Inoltre, ci sono sensazioni che possono equivalere a difetti per un prodotto e costituire parte necessaria dell’identità per altri: certi degustatori infognati nel tunnel della vivisezione dei profumi fino alle ginocchia non lo vogliono capire, e così trovano le puzze nei vini naturali come in queste birre rustiche, quotidiane, contadine.

[Immagine: Flickr/Kris Butler]