di Giovanni Puglisi 17 Aprile 2014
Birre d'Italia 2015, Slow Food

È fresco di pubblicazione l’elenco delle produzioni premiate dalla Guida Slow alle Birre d’Italia. Siccome siamo bravi e buoni e volenterosi ce lo siamo spiluccati per voi, nome per nome, così da evitarvi di scorrere una pergamena che conta ben 242 voci, suddivise in tre categorie.

Se soffrite di horror vacui o volete ricontare le birre per essere certi che non ce ne siamo persi qualcuna, trovate la lista completa qui – se invece volete sapere subito cosa ne pensiamo del lavoro svolto dai birromani Slow quest’anno; di seguito potete leggere le nostre impressioni positive, poi quelle negative (ma vi raccomandiamo caldamente di non saltare diretti alla seconda parte).

– GLI EPIC WIN –

1. L’ampiezza.
La rete dei giudici slow ha svolto un lavoro impressionante per l’edizione 2015, finendo per recensire in guida un grand total di 331 birrifici e ben 1662 birre, di cui come detto 242 premiatissime. Numeri da flipper che rendono giustizia a un panorama italiano sempre più ricco e variegato, portando alla ribalta anche produttori ‘nascosti’ o molto piccoli che non godrebbero altrimenti di visibilità nazionale.

2. L’attenzione alle richieste del pubblico.
Uno dei punti più contestati alla guida Birre d’Italia del 2013 riguardava l’identificazione grafica dei prodotti premiati: l’appartenenza a una delle tre categorie top, che vedremo più sotto, veniva segnalata solo da una variazione tipografica del nome, scritto in grassetto nero, grigio o arancio. L’edizione 2015 invece ha optato per dei loghi specifici, che accompagneranno ognuna delle birre selezionate rendendone più immediata la categorizzazione. Bene.

3. Il Sud.
Scrivere di birrifici del centro-nord, territorio battuto e consolidato, è facile. Meno facile trattare della scena birraria meridionale che, dalla Campania in giù, sta vivendo un fermento improvviso, fatto di birrifici nascenti, beer firm, homebrewers pronti al salto. Un plauso ai curatori ma soprattutto ai giudici Slow di Puglia, Calabria e Sicilia che, a giudicare dal solo elenco delle birre premiate, sembrano essere stati in grado di fotografare una realtà interessantissima e in pieno sviluppo ancora fuori dai grandi circuiti del parlare birrario.

4. Il Gluten-free.
Questo punto è un po’ off-topic, in quanto non ha direttamente a che fare con l’elenco delle premiate quanto invece con Birre d’Italia più in generale. Con grande sensibilità, una sezione speciale della guida è stata dedicata alle produzioni artigianali italiane senza glutine; con l’idea avvicinare alla buona birra anche chi normalmente non potrebbe goderne. Ottima intuizione.

Ma adesso…

– GLI EPIC FAIL –

1. La classificazione nebulosa delle 3 categorie premiate.
Su questa pagina, intitolata in modo abbastanza ironico “Facciamo chiarezza sui riconoscimenti”, vengono descritte le tre categorie di birre premiate nella guida, ossia “Birra Slow”, “Birra Quotidiana” e “Grande Birra”.

Nella categoria ‘slow’ vengono premiate – cito – “birre che oltre a essere eccellenti per valore organolettico sono in grado di emozionare, perché raccontano la storia di un territorio, di un birrificio o di un birraio”. La categoria ‘quotidiana’ invece è pensata per produzioni “di grande qualità organolettica che hanno come caratteri principali equilibrio, semplicità e piacevolezza”. Infine, le Grandi Birre sono prodotti “di assoluto valore organolettico, da non perdere”.

Se ne deduce che sia le birre quotidiane che le slow debbano essere non di “assoluto valore organolettico” (?!) e quindi perdibili, che nessuna delle birre non quotidiane possegga equilibrio o piacevolezza (??!!), ed infine che a differenza delle birre con la chiocciolina né le grandi birre né le quotidiane siano in grado di emozionare (???!!!!).

Le classificazioni, per come sono formulate, appaiono generaliste e del tutto arbitrarie; non aggiungendo nulla al giudizio sui prodotti ed alimentando anzi equivoci nei lettori meno preparati: è fuorviante lasciar passare il messaggio che una birra essenziale e quindi quotidiana valga meno di una controparte più “cerebrale”; e svilente nei confronti di alcuni attributi – equilibrio ed eleganza su tutti – che molti bevitori esperti considererebbero anzi fondamentali nel giudicare la grandezza di una birra.

Una semplicissima pils da bere ogni giorno, in virtù proprio del suo equilibrio e della sua eleganza, potrebbe essere considerata una “grande birra”, “in grado di emozionare” – raccomandiamo quindi ai curatori della guida, per gli anni a venire, di elaborare un sistema di classificazione alternativo; o per lo meno di definire meglio quello già esistente. Siete d’accordo o no? Ditecelo.

2. Gli incomprensibili buchi neri.
Con il Sud quelli di Slow sono stati bravissimi: per contro, in alcune zone d’Italia ci sono dei vuoti preoccupanti ed inspiegabili, che denotano forse una cattiva coordinazione di alcune giurie regionali o forse la mancanza di linee guida impartite univocamente dall’organizzazione centrale.

Nel Lazio, per esempio, risulta premiata soltanto qualche produzione di Birra del Borgo; mancano invece completamente altre realtà che da un rapido raffronto qualitativo con il resto della lista avrebbero pienamente meritato, con ogni probabilità, di figurarvi (Birrificio Pontino, Cerevisia Vetus, Stavio, le produzioni itineranti di Buskers). Rimane da vedere se questi nomi, così come altri eccellenti in Sardegna, Molise e altrove, figureranno nella guida anche se non tra i premiati; o se siano stati del tutto tralasciati, in modo più o meno volontario, a livello centrale o locale.

Conclusioni.
Per quanto visto finora, la Guida alla Birre d’Italia Slow Food può essere considerata opera meritevole d’attenzione, ampia, di tendenza enciclopedica, con una grossa falla di base (quella delle categorizzazione delle birre premiate) e alcuni apparenti punti deboli nel processo di selezione che forse bisognerebbe riorganizzare. Ciò detto, attenderemo oggi l’uscita dell’elenco dei birrifici premiati e infine della guida cartacea – in arrivo il 30 Aprile – per considerazioni più complete su Birre d’Italia nel suo complesso e sullo stile di recensione dei prodotti.