di Giovanni Puglisi 21 Maggio 2014
birriamoci su, gambero rosso

“Bionde, rosse, brune, ce ne sarà davvero per tutti i gusti il prossimo martedì 27 maggio sulla terrazza della Città del gusto di Roma. Una serata a tutta a birra con 55 proposte alla spina e 120 speciali in bottiglia da tutto il mondo. Un evento spumeggiante per veri appassionati. E intenditori”.

Quello che avete appena letto, signori, non è il promo di un qualsiasi festival birrario artigianale; di quelli pieni di tizi con qualcosa di strano nel bicchiere e addosso la t-shirt di altri festival birrari. Quello che avete letto è nientemeno che il futuro. Se non vi è chiaro il perché, scorrete la lista delle birre ospiti a Birriamoci su di Gambero Rosso: per soli 30€ avrete la possibilità di degustare nell’inevitabile splendida cornice ben 55 produzioni industriali alla spina; tra cui Baffo d’oro e Doppio malto Moretti, Heineken, Ichnusa e una stellare Slalom Strong di adolescenziale memoria. Il mais a quintalate sarà incluso nel costo di ammissione.

Spumeggiante e per veri appassionati, questo è un evento che ben si addice a chi sostiene che la birra artigianale sia troppo “difficile”, a chi si lancia in sperticati elogi della birretta intesa solo come gelido accompagnamento al fantozziano frittatone, a chi preso dalla nostalgia vorrebbe tornare ai fasti degli irish pub degli anni ’90; quando perfino la Guinness, nera com’era, rappresentava un orizzonte remoto e il massimo esotismo birrario che l’immaginario comune potesse ipotizzare.

Se appartenete a una delle succitate categorie, stimati lettori, acquistate il vostro biglietto e ‘birrateci su’ anche per me. Se invece avete colto una sottile ironia in quanto scritto finora e la pur poco sincera vis promozionale non vi ha ancora convinti a partecipare al seratone, potete continuare a leggere: ma sappiate che non sarete mai “veri appassionati.”, né tantomeno “E intenditori”.

Proprio così, cari signori: il Gambero Rosso, storico nome del gourmettismo all’italiana, ha creato un festival birrario di sole spine industriali di qualità medio-umile; che fa il verso nelle forme alle manifestazioni artigianali tentando di cavalcarne la tendenza.

L’effetto, più che scandaloso, è buffo ai limiti del ridicolo.

Per chi frequenta anche sporadicamente i circuiti della birra di qualità, la lettura della presentazione e dell’elenco delle spine genera un effetto di disorientamento straniante; come quando ci si sveglia da un sogno ambientato in un mondo identico al nostro ma pieno di dettagli assurdi che lo rendono incoerente (esempi: una realtà in cui la moneta di scambio globale sono pesanti teiere di peltro, o una in cui tutti hanno teste enormi e gonfie come palloni; oppure una in cui chef stellati prestano il volto a pubblicità di patatine).

E quindi? Il Gambero Rosso non può essere libero di associare il proprio logo a prestigiose multinazionali e organizzare una grande sbornia collettiva a suon di medie bionde travestita da degustazione, direte voi? Certo che può. Anche Marchesi ha affittato il nome a McDonald’s, e Eataly offre in tutto il mondo una casetta accogliente a Peroni e Nastro Azzurro. Pecunia non olet – e questo lo sappiamo – ciò che olet un bel po’ sono invece le reiterate allusioni all’eccellenza quando si propongono prodotti e servizi per cui “l’eccellenza” è solo l’ombra in cui dopo la serie D si retrocede.

Quindi Birriamocisù, vuoi fare il seratone “VIVA L’ANICHEN”? Bellissimo, ci vengo purio con una borsa di Super Tennent’s.

Vuoi dare a intendere a me, povero foodie della strada, che venendo al tuo seratone e degustando delle birre male in arnese sarò toccato dal divino amore gastronomico che m’illuminerà, rendendomi un dotto esperto di rarità del Pajottenland? Ah, m’è cascato l’asino – no, Birriamocisù, no ti prego.

È come se Quattroruote invitasse i suoi lettori meno esperti di auto, desiderosi però di divenire intenditori e appassionati, a un motor show della Dacia spacciandolo per un raduno di ferraristi incalliti. È come quei mercati delle pulci pieni di ciarpame e sedicenti collezionisti, etichettati con gran pompa “Fiera dell’antiquariato”.

È approfittarsi della poca conoscenza e della smania di sapere del grande pubblico offrendo un’illusione di cultura breve e nazional-popolare; una pantomima di gusti che altrove esistono – in un altro sogno, ove tutti gli scaffali del supermercato sono pieni di Sierra Nevada anziché di Splügen – e che però la gente non scoprirà mai, perché se gli fai credere che “LA BIRRA ARTIGIANALE” siano le ricette al granoturco di Martedì prossimo, allora uno dice meglio che la lasciamo perdere.

E non capisco, Birriamoci Su, tu AMI la birra artigianale! C’è in degu pure la Westmalle Dubbel!

 

longread

 

Ah ma aspetta. Non è che niente niente, Birriamoci su, sei il figlio naturale dell’accordo siglato nell’ormai lontano 2011 tra Gambero Rosso e Moretti; quello che prevedeva una partnership finalizzata a – cito – “diffondere ad ampio spettro la cultura della birra in Italia”? Perché “La birra è sempre più un prodotto apprezzato dai foodies italiani ” e “sia Gambero Rosso che Birra Moretti da tempo lavorano per diffondere una cultura della birra finalizzata ad consumo responsabile e di qualità”?

E non sarà quindi forse che l’artigianale tira e Moretti vuole essere tutta “Grand Cru”? Non so davvero come ho fatto a non pensarci prima, sono un cafone. Scusa, Birriamoci Su, non volevo offendere. Soltanto che non avevo capito. Scusa, eh? Buona serata… Ciao…

[me ne vado silenziosamente sbigottito dalla mia mancanza di acume, sorseggiando una Sierra Nevada Pale]

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