di Adriano Aiello 27 Novembre 2013
la esse di eeselunga, insegna

Alla fine Bernardo Caprotti è andato in pensione. Anzi ci andrà il 23 dicembre. A 88 anni non sarebbe una notizia. Invece non è così scontato. Non così banale almeno, soprattutto alla luce degli strascichi ereditari e legali. D’altronde l’uomo e l’imprenditore Caprotti non è personaggio da liquidare con semplicità e quel manicheismo che in Italia abbonda sempre.

Il Corriere ne ha raccontato le sue ultime vicende, il testamento, la vicenda giudiziaria con i figli; il diretto interessato ha risposto, di suo pugno, con rabbia. Non è la prima volta che questo scontro prende corpo. Sarà probabilmente l’ultima. Quello che sarcasticamente definisce “Il Times italiano” è accusato di aver cannibalizzato troppo il suo privato.

Mr. Esselunga si fa da parte dopo cinquant’anni, 144 supermercati aperti, 6,8 miliardi di fatturato e 20.000 dipendenti, non tutti trattati coi guanti, se ricordate le numerose polemiche in proposito. Le luce e le ombre del capitalismo italiano (che da morente si sta settando sulla modalità inesistente) spesso coincidono simbolicamente con le sue, di luci e ombre. Figura controversa, contraddittoria, ma almeno incapace di corteggiare l’indifferenza. Un personaggio sfumato che (fortunatamente) rifiuta catalogazioni nette e troppo mortificanti per il pensiero.

Insomma, se vivessimo in America, Bernardo Caprotti si sarebbe beccato una biopic. Con tanto di ascesa e caduta (magari imposta dal codice di spettacolarizzazione), drammi familiari, parentesi politiche e climax liberatorio. Perché, “A Dio piacendo sarò libero di fare quello che mi è sempre piaciuto: andare per negozi e per cantieri». Strana idea della pensione. Ma come chiosa cinematografica ha un impatto impressionante. Nel suo ruolo ci vedrei bene Alan Arkin. Secondo me si somigliano.

Esselunga negli anni 60

Cosa mi ha colpito della vicenda:

– brutalmente e superficialmente la grande mole di denaro di cui si parla sul Corriere. Ottanta milioni tra parenti e amici, “una giostra di donazioni e atti notarili” davvero impressionante. Nel patrimonio regalato c’è anche un’azienda che alleva orate, branzini e ombrine. Ma allora, le ombrine dell’esselunga, sempre al 20% di sconto non sono pescate?

– il rifiuto (giusto o no che sia) della discendenza dinastica. Caprotti attacca senza mezzi termini, ma con più rassegnazione che in passato, la figlia Violetta e le sue trame verticistiche. E promuove la scalata di Germana Chiodi: ex segretaria fedele che si becca la cifra di 10 milioni in contanti! Ma i nipoti si ritrovano con 4 milioni a testa in banca.

– che muore un’idea del capitalismo italiano, ideologica quanto si vuole, ma che ha raccontato un epoca. Se ne va un imprenditore di destra, liberale, irrequieto contro la burocrazia, ma anche sanamente disinteressato alle pratiche conciliatorie e politicamente corrette di un Farinetti. Pronto a intraprendere una dura battaglia contro l’imprenditoria altra, quella di sinistra, quella della Coop. Inutile tracciarne dei resoconti, puntare il dito, cercare dei buoni e dei cattivi. Segnalo solo che il nuovo mondo economico italiano non ha nemmeno questo di impulso e assomiglia a un deserte popolato da qualche coyote affamato.

“Lascerà deleghe, poteri, compensi”, Caprotti. “Forse si sentirà più leggero”.  Che facciamo: glielo auguriamo?

[Crediti | Link: Corriere, immagini: Flickr/Il DeboscioFlickr/Milan l’era inscì]