di Cristina Scateni 24 Dicembre 2013
Cena aziendale

Ci vediamo prima di Natale? Sì dai, per un saluto, un aperitivo, una cena. Una cena, magari aziendale, con il capo, i clienti, i parenti, gli amici degli altri, di compleanno, ma di Natale. Comunque, in ogni caso, prima di Natale per giove, altrimenti potrebbero venire meno le mie certezze nella vita, di cui una di certo c’entra con Gesù bambino.

Anche quest’anno l’hashtag ufficiale è #primadinatale. Al lavoro, in amore, nel cibo, purché avvenga prima del 25 dicembre.

Vuoi invitarmi per un maledetto brindisi? No, ti prego, non farlo a gennaio, quando le mie serate saranno così tristemente prive di lucine, da sembrare ordinarie, quando avrò esaurito le forze e gli aperitivi, quando guarderò l’abito carino che mi ero comprata per il pranzo di Natale, che alla fine non ho messo. Perché al pranzo di Natale ci sono arrivata grassa come una renna e gonfia come Babbo in persona. Perché mi chiedi? Per tutte le cene che hai voluto fare #primadinatale.

Una menzione d’onore va senz’altro alle cene aziendali. La cena aziendale può prendere generalmente due pieghe.

La prima: manichini vestiti a festa si ritrovano seduti allo stesso tavolo, parlano certamente di lavoro, occhieggiano il tavolo a fianco disseminando tra il terzo primo e il primo secondo, odio ai presenti. Discorsi al microfono, cotechino e lenticchie quasi ridotte in purea, a fine cena cesto di Natale con mandorlato e spumante-gazzosa da riciclare così com’è. Nel caso peggiore musica d’intrattenimento. Il cibo è l’ultimo dei pensieri, meglio allestire una location bella per esorcizzare la crisi. Da mangiare? Voulevant alla crema di funghi, lasagna preconfezionata, arrosto e piselli.

La seconda possibile festa aziendale somiglia al giorno del castigo. Comincia con un drink, con qualche arrivo last minute in puro stile nannimorettiano “Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?” e finisce con uomini semi nudi, cravatta necessariamente legata alla fronte, scene di ubriachezza folle, piatti lasciati a metà, copulazione in bagno. Il cibo è un pensiero a metà tra il finger food in piedi e i tortellini in brodo di dado.

Ci potrebbe essere poi una terza cena messa in piedi dal fiero capo tradizionale: cassoeula per tutti o trippa, dipende dalla zona, taglio del panettone con gettata di crema al mascarpone. Si torna rotolando verso la macchina, con litri di vino rosso cattivo in corpo, le labbra bordeaux, l’alito e la digestione compromessi per sempre.

#primadinatale la vita non sorride, le cene sono malvagie. “Aziendale” è sinonimo de “Il male”.

Ed è solo il preludio al pranzo di Natale, che come la domenica del villaggio arriverà tenero portandosi dietro il tronchetto al cioccolato a fine pasto come un pugno forte nello stomaco poco prima di svenire sul divano di un parente a caso che ci dimenticherà svenuti sul divano. Fino almeno al giorno di Santo Stefano, dove tutto ricomincerà, perché uno zio lontano si chiama fortunatamente Stefano e se mediamente l’onomastico non si festeggia più da anni, quello zelante zio Stefano vuol mangiare come un gran giorno di festa. Guai se mettete a tavola uno degli avanzi del giorno prima, si offenderà per tutto l’anno, fino almeno al Santo Stefano dell’anno dopo.

Oggi è l’ultimo giorno #primadinatale, dopo che avrete comprato tutti i regali, che avrete preso carrelli della spesa negli stinchi, vi sarete accaparrati l’ultimo filetto di baccalà, avrete incontrato tutti quelli che conoscete per un aperitivo o una cena e sarete gonfi come pandori, andate a letto tranquilli.

Anche per quest’anno abbiamo quasi finito.

[Crediti | Immagine: baialunamilano]