di Carlotta Girola 24 Luglio 2014
Sesso nelle cucine ei ristoranti

I giornalisti sono catalizzatori di storie, belle o brutte che siano. Le redazioni, poi, sono porti di mare, crocevia di casi umani, pazzi conclamati e geni incompresi. Non fa eccezione casa Dissapore dove, a volte, arrivano esplicite mail con richieste di supporto psicologico oppure compiacimenti malcelati di lettori in cerca di 5 minuti di celebrità warholiana.

Non so in quale categoria collocare la mail che ho ricevuto ieri, ma vi dico solo che per metabolizzare il tutto ci ho impiegato una notte intera.

Inizia così “sono uno chef e ho problemi col sesso“.

Bene, direte voi, fatti vedere da uno bravo. La cosa davvero interessante è che il nostro eroe sostiene di essere diventato dipendente dal sesso a causa del suo lavoro. Volete le motivazioni?

Il caldo della cucina, il sudore e lo stress delle ragazze di sala che ti passano a pochi centimetri, le lunghissime ore passate nella cattivitá della cucina, senza avere altro contatto al di fuori delle colleghe. Ma più di tutto è stato quell’ambiente viziato che si è venuto fisiologicamente a creare tra me e le cameriere.

Nessuna delle professioni nella ristorazione può davvero portare avanti una relazione che si possa definire tale, visto che si può vedere la moglie o la compagna tutte le sere solo dopo la mezzanotte, quando lei già dorme. Sono un uomo, avevo bisogno di sesso, e in cucina mi sono costruito col tempo un mio piccolo harem. Ho fatto sesso con quasi tutto il personale femminile, anche con più di una alla volta.”

Resto in silenzio rileggendo le ultime frasi del nostro chef erotomane.

Sono sempre stata una credulona, ma questa mail sembra uno sfogo più vero del vero. Ma non è che ha ragione? Non è che quel caldo assassino alla fine ti dà alla testa? Non è che quando ti dicono “se lavori nella ristorazione, poi non hai più una vita” hanno ragione? Non è che…

Sì, ma non è che questo qui sarebbe stato un malato di sesso anche se fosse andato a fare, che ne so, il giornalista? E io come avrei reagito alle avances di un cronista, se avesse toccato le corde giuste? Ad esempio, se mi avesse regalato un mazzo di pomodori del Piennolo?

Sgomento. Mi é venuto un po’ caldo.

Villa Crespi, Antonino Cannavacciuolo

Per rispettare le quote rosa, voglio raccontare anche la storia di un’amica di un’amica (ma esiste, potete credermi).

A., 34 anni, libera professionista, definibile gastrofighetta dai più, attualmente disoccupata, inesorabilmente attratta dalla figura dello chef. Intendo proprio carnalmente attratta. Mi è stato raccontato che durante un cooking show a Milano sventolasse la brochure come in preda ad un quasi-svenimento voyeuristico. Mi hanno raccontato anche che ha litigato seriamente col fidanzato perché non lesinava apprezzamenti piuttosto spinti sullo chef Cannavacciuolo.

É che una volta c’erano i chitarristi, gli attori, magari anche i nuotatori. Tutti lì, complici la televisione e le riviste, a farti nascere pensieri carnali ossessivi. Poi sono arrivati loro, Kitchen Aid alla mano (oggetto del desiderio di tutte noi), ombrosi come carpentieri incazzati, che sfoggiano testosterone con il taglio di ortaggi alla velocitá dei supereroi.

Impossibile non scegliere uno di loro per fantasie non sempre romantiche e che non si possono confessare.

Ho paura. Forse collaborare con Dissapore mi trasformerà in una potenziale maniaca sessuale alla ricerca di chef da castigare.

In effetti, Antonino mi ha sempre fatto carne.

[Crediti e immagini | Vice, Dissapore, Wall Street Journal]

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