di Carlotta Girola 28 Novembre 2014
Malia e Sasha Obama con il tacchino

L’odio più sprezzante, quello che ti fa assumere espressioni schifate e altezzose raggiunge il suo apice insuperabile negli anni dell’adolescenza. Neanche i vip si salvano. E infatti eccole lì, le figlie di Barak Obama, imbarazzate e goffe come solo due teen, mentre esibiscono la faccia dello schifo, il disprezzo indignato e superiore di chi alla pantomima del tacchino non voleva proprio partecipare. Come se si fosse avvicinata la nonna con la barba per un bacio umidiccio. Rigidità e distacco.

Poi, il tempo imborghesisce anche i più schifabili, ci fa trovare un equilibrio più stabile con la diplomazia e il politicamente corretto e la vita di tutti i giorni assume toni più neutri.

Questo atto di controllata ribellione, è innegabile, nasce da traumi famigliare, spesso legati al mondo del cibo. Inutile negarlo: ci sono stati riti gastronomici che ci hanno interrotto la crescita, ci hanno segnato in modo profondo, traumi mangerecci che ci hanno sconvolto tanto da odiare per decenni alcuni cibi e usanze.

I maggiori responsabili di queste tragiche conseguenze sono i genitori, in particolare quelli convinti che le papille di un bambino siano plasmabili a volontà. Il libero arbitrio gastronomico non è minimamente contemplato negli under 10, e questo crea diverse sindromi post-traumatiche, che a ognuno di noi toccherà smazzarsi in età adulta.

Da una decina di anni, dopo lunga auto-terapia, sono tornata a mangiare i ravioli in brodo con il cucchiaio. Per anni, infatti, non potevo neanche prendere in considerazione l’idea di un cucchiaio in bocca. Mia madre (ciao mamma, nonostante tutto ti voglio ancora bene) aveva forzato un po’ la mano nell’imboccarmi da piccola, e io no, il cucchiaio proprio no. Secondo voi andrebbe detto all’analista che colleziono cucchiaini?

Ho un amico letteralmente vittima dello scherzo cattivello di uno zio poco simpatico, che durante un pranzo in famiglia svela che nel piatto c’è il coniglio sparito dalla gabbia la settimana prima. Il dolce coniglietto che gli piaceva tanto. Oggi, naturalmente, il mio amico che tutto è fuorché vegetariano, non mangia coniglio.

C’è anche qualcuno che, da piccolo, è stato ripetutamente ingannato dal cuoco di casa che proponeva del fegato travestito da cotoletta. E quella cotoletta, come dire, non era tanto buona e poi ha scoperto il perché. La spiegazione, neanche a dirlo, era quella che i bambini hanno bisogno della carne rossa per crescere. Carne. Rossa. Tanta. Anche se non ti piace. Tempi duri quelli in cui ancora non c’era Tata Lucia a spiegarci cosa è buono e giusto.

Il distacco definitivo dal genitore e l’affermazione della propria personalità innegabilmente passano anche attraverso il mondo del cibo. Si passa dall’infanzia all’adolescenza, ma anche qui ci si porta appresso atavici traumi e nuove convinzioni dettate dall’esplosione degli ormoni e dei brufoli.

Tipo: vergogna assoluta ad ammettere il consumo di qualsivoglia interiora. Ai miei tempi non faceva figo dimostrare di avere stomaco, anzi piuttosto gli schizzinosi erano più affascinanti. Lo snobismo gastronomico era (è) cool in adolescenza, di conseguenza le espressioni di superiorità si sprecavano davanti ad alcuni riti famigliari del cibo. Non importa se son sane e belle tradizioni: quando si hanno 15 anni e inviti il tuo compagno a mangiare, ti vergogni come un ladro se la mamma ha fatto il bollito.

Almeno due ragazzini su tre hanno sviluppato un odio furibondo verso i canditi del panettone, che scartano con sdegno facendo scempio della pasta lievitata (ma è giusto ricordare che in molti questo rito di scarto se lo porteranno dietro per lunghi anni).

Conosco qualcuno che da ragazzino ostentava un forte rancore nei confronti della famiglia e della società intera alla sola visione del capitone guizzante, vivo e vegeto nella vasca da bagno. Sono questioni che lasciano il segno.

Aria di malcontento e superiorità sbarbata anche nei confronti dell’aranciata. Cosa volete che ne capisca il quindicenne di oggi dell’Orangina, quando fa cool bere solo RedBull? E non parliamo della cannuccia: ci piace da bambini, cade nell’oblio durante la pubertà per poi essere rivalutata col primo cocktail.

Personalmente, da adolescente schifavo ogni piatto pappamolla: per me, dalla pastina al purè, si trattava sempre di cibo da ospedale. Pensare che oggi adoro il fatto che negli Stati Uniti, caschi il mondo, anche il ristorante più insulso propone la zuppa del giorno.

Vi prego non lasciatemi sola. Ditemi che anche voi vi portate dietro vecchi traumi gastronomici, ditemi che anche voi vi siete vergognati del panino imbottito da vostra nonna alla gita con l’oratorio. Apritevi anche voi, vi farà bene.

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