di Giorgia Cannarella 20 Agosto 2013
spesa al supermercato

Sindrome da acciuga del Cantabrico. Cos’è? Quel complesso di sintomi che ci obbliga alla ricerca del prezzo più basso tra le corsie del supermercato. Intere mezzorate spese a confrontare succhi d’arancia, cartoni di latte e pacchi di fette biscottate in 3×2.

E c’è sempre qualcuno più a sinistra di te (o a destra, dipende), voglio dire più bravo a scovare l’offerta super conveniente.

Ma nelle nostre dinamiche menti di compratori esistono anche le zone franche. Non è questione di voler fare meglio degli altri, ma è come se per certi alimenti la calcolatrice mentale, perennemente in funzione, si spegnesse all’improvviso.

Ad esempio: non faccio questioni di prezzo sulla carne. E sono in grande imbarazzo ogni volta che mi chiedono quanto costa un chilo di pesche o di pomodori. Ne tasto a lungo la consistenza, e indecentemente, di sicuro il verduraio pensa che sia pazza. Socializzo solo con le zucchine più verdi. Scarto sdegnata ogni fragola proveniente dal Sud America, ma mai che butti l’occhio sul cartellino del prezzo.

In questi casi il fattore chiave per l’acquisto non è il prezzo.

Tardo-fighetteria o gastro-snobismo da strapazzo? No, beni necessari ma una filosofia semplice e pragmatica: per certo cibo i valori sono altri, e ciascuno ha i propri.

Quali?

L’origine di un alimento, per esempio. L’olio italiano, la pasta di Gragnano, il pane di Altamura, la mozzarella di bufala campana.

Per alcuni di noi è una questione di sicurezza dell’alimento (bio), o di qualità . Altri non vogliono comprare vivande che provengono da Paesi con questioni etiche aperte. Altri ancora fanno scelte ecologiche (chilometro zero). O di rispetto per i diritti degli animali.

Siamo seriamente interessati a sapere per quali alimenti, istintivamente, non fate questioni di prezzo. Carne, formaggi, uova, frutta e verdura? Non lesinate i dettagli, non nascondete le marche e, soprattutto, spiegateci perché.

[Crediti | Immagine: Tommaso Tani]