di Giorgia Cannarella 27 Agosto 2013
cliente, ristorante

Nelle stagioni di passaggio si fanno buoni propositi. Gratificata dalle evoluzioni della gastronomia salutista –verdure al vapore e tisane detox tutto il tempo– quest’estate sono riuscita a entrare nei mini-short che a Giugno parevano inabbordabili.

Ma col cambio stagione imminente pregusto già, insieme a zuppe fumanti, vino rosso e dolci di frolla, il liberatorio maglione extralarge. E pure le sane e robuste opportunità garantite dagli enne posticini che ho in mente di provare.

Ma lo so, autoinfliggersi quei menu sarà un gesto gratuitamente punitivo.

Cari ristoratori, cuochi, osti e gestori di posticini tutti, guardiamoci negli occhi io e voi: fatelo questo buon proposito per l’autunno, non parlo del contenuto dei vostri menu, mi va benissimo, ma della forma, diamine.

Esistono indubbiamente cose (frasi, locuzioni, abitudini grafiche e ortografiche) di cui possiamo sbarazzarci senza nostalgie, proviamo a vedere quali.

1) Puntini di sospensione.
Non inizio da loro per caso: in noi clienti i puntini di sospensione provocano estese orticarie, tremori e battito accelerato.

Forse che l’Agnello al forno … con misticanza di verdure di stagione … e patate novelle è più ammiccante della stessa portata liberata dai puntini? Pensate che concludere la carta con I dolci … sia allusivo per i nostri sensi quanto l’opera di una spogliarellista? “Non solo pizza…”: volete dirci che la papilla ha ragioni che il dizionario non conosce? Insomma, usiamo i puntini con parsimonia (se proprio dobbiamo) e mai in numero superiore a tre. Se la vostra cucina è in grado di produrre qualcosa di molto piacevole, non ce lo dite scrivendo: “Gli stuzzichini che…………….. sfiziano”.

2) Traduzioni creative (o con Google Translator, che poi è la stessa cosa).

3) Metafore.
Si viene al ristorante per mangiare, più che per ammirare l’artista concettuale, l’ingegnere della comunicazione, l’idraulico dell’acquolina che è in voi, cari ristoratori. Guardare e leggere il menu deve metterci appetito, ricordatelo quando decidete l’impostazione grafica e linguistica. Letti di zucchine, nuvole di parmigiano, interpretazioni di fegato e suggestioni di cioccolato mettiamole da parte. Non c’è niente di sconveniente nel chiamare le cose con il loro nome, è più poetica una coda alla vaccinara fatta con tutti i crismi di mille parole.

4) Articoli, aggettivi e diminutivi. 
Fritti, zuppe, maccheroni e risotti sono cose troppo serie per descriverle con un linguaggio da scuola materna.

A separare il titoletto “Primi Piatti” da “I primi piatti” è solo un dettaglio ma in quel dettaglio c’è un mondo. Primi piatti sa di pigrizia, guarda un po’ che c’è in frigo. I primi piatti sono proprio quelli, chiedere qualcosa di più o diverso sarebbe esorbitare dall’umano.

L’aggettivo “i nostri” non mettiamolo in tutte le voci, rischia di diventare stucchevole. Ma qui o là sta bene, rassicura, fa pensare a una sana produzione casereccia: I nostri primi, I nostri dessert. E se un cliente vi chiede come mai dichiarate “vostri” i primi, ma non i secondi non andate in difficoltà. Spiegate che anche i secondi sono genuini, ma i primi piatti in particolare sono ispirati alle ricette che vi ha insegnato la nonna e che quindi li sentite proprio “vostri”.

Nella poco probabile ipotesi che i pazienti ristoratori ci stiano ascoltando, avete lagnanze, reclami o proposte da avanzare per i loro menu? Insomma, anche voi auspici per l’autunno?