di Carlotta Girola 14 Agosto 2014
Locanda

36 ore di vacanze nelle quali condensare: un bagno nel fiume, una passeggiata con scarpe da trekking, una cena in una trattoria, una strafogata di focacce liguri e una colazione da autogrill. Non é facile riuscire a condensare in meno di due giorni un viaggio in Piemonte (quasi Liguria) e riuscire nel mio classico intento vacanziero di sperimentare al palato più prodotti tradizionali possibili.

Il mio compito viene ulteriormente ostacolato, in questo caso, dai vezzi quantomeno discutibili di una locanda che, sulla prima pagina del menu, porta scritto un manifesto programmatico che mi lascia basita.

Qual è, secondo voi, il senso di una vacanza? Scoprire cose nuove, posti nuovi, persone nuove, usi e costumi nuovi, giusto? Ovviamente, per propensione personale più che per lavoro, scoprire piatti e sapori non proprio quotidiani è una delle costanti che ricerco durante una vacanza.

Tutto questo fino a quando non mi imbatto in una trattoria che si dichiara contro il chilometro zero, per una scelta più di controtendenza che davvero argomentata. Quali motivi dietro una dichiarazione che, in un primo interminabile momento, mi ha lasciata inebetita? Dopo il “giro d’Italia” abbastanza soddisfacente, ci ho ripensato un po’.

Menu giro d'Italia anti Km 0

Limitare un cuoco di una struttura, piccola o grande che sia, all’uso integerrimo di soli prodotti locali potrebbe essere un compito sgradevole.

Ma, e questo ma assume le proporzioni italiche di una avversione lunga 20 diverse regioni, viviamo in un Paese dove non mancano le cose buone a chilometro se non zero piuttosto trascurabile, e quindi davanti a una affermazione come quella che si legge nel menu resto comunque un po’ inorridita.

La questione basilare è quella che si pone nelle aspettative di quando ci si trova ad essere turista. In questa posizione, infatti, ci si aspetta che qualsiasi ristorante si faccia portavoce dei prodotti e dei piatti locali, autoghettizzandosi nelle proposte del menu.

Non so se sia giusto o sbagliato, ma dopo questa esperienza mi sembra un dato di fatto: se siamo in vacanza ci aspettiamo dai ristoranti locali la loro trasformazione in ambasciatori del territorio, di conseguenza vogliamo leggere sul menu qualche nome di piatto che non conosciamo e, infine, nel tagliere dei formaggi pretendiamo qualche chicca del caseificio più vicino.

Per la prima volta, dopo l’ardito messaggio controcorrente sul menu della trattoria prescelta per farmi da Cicerone sulla gastronomia locale nelle mie 36 ore di vacanza, ho il sospetto di aver preteso troppo. Mi sorge il dubbio che avrei dovuto pretendere meno dalla trattoria e non mettermi costantemente nella posizione di essere trascinata virtualmente in un tour da tavola che avesse un raggio massimo di 8 Km. Deve essere una noia a tratti mortale avere a che fare coi turisti, soprattutto con quelli che vogliono assaggiare e mangiare sempre le stesse cose.

E, in effetti, nella trattoria che ho da subito detestato per la sua spocchiosa voglia di distinguersi e di negare il chilometro zero, ci ho pure mangiato bene. Alla faccia del presidio di turno (che il giorno dopo sono andata comunque a cercare per provarlo almeno da casa) qui mi hanno insegnato che ci si può anche permettere di avere qualcosa di diverso da dire.

E anche che, da turisti, il più delle volte si è fondamentalisti nella ricerca ossessiva delle specificità e, quindi, dei “luoghi comuni”.

Il presidio, comunque, è buono. E 36 ore di vacanza sono troppo poche.